da Internazionale del 19/06/2026
Cosa succede in Albania nei centri per il rimpatrio
di Irene Savio, elPeriodico, Spagna
Un migrante minaccia di tagliarsi la carotide con un pezzo di vetro. Un altro chiede altri farmaci e si ferisce. Anche un altro fa la stessa cosa e un altro ancora prova a cucirsi le labbra con un fil di ferro. Uno dà fuoco ai suoi vestiti. E poi risse, rivolte e altri episodi di autolesionismo. Così per 48 giorni. E’ la ricostruzione delle sofferenze dei migranti rinchiusi nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) voluto dal governo italiano. Il periodo preso in esame va dall’apertura del centro, l’11 aprile 2025, fino al 28 maggio dello stesso anno.
Episodi rivelati ora per la prima volta da un’inchiesta dal giornalista Luca Rondi, della rivista italiana Altreconomia, che ha potuto avere accesso – dopo una lunga battaglia giudiziaria – alle annotazioni contenute nei documenti ufficiali degli operatori di Medihospes, la cooperativa incaricata dal governo Meloni di gestire il centro, che giorno dopo giorno hanno tenuto un registro degli “eventi critici” all’interno della struttura.
La documentazione, circa 40 pagine, è, come ha scritto Rondi, una sorta di scatola nera dell’inferno del “modello albanese”: un resoconto di prima mano della sofferenza quotidiana all’interno del centro che Roma ha presentato come esempio di gestione esternalizzata delle migrazioni. Un percorso lungo il quale si è incamminata l’Unione europea.
Battaglia giudiziaria
I dati sono eloquenti: 54 incidenti nei primi giorni di funzionamento della struttura. Per la maggior parte sono atti di autolesionismo (22), seguiti dai tentativi di suicidio (12) e dalle proteste delle persone detenute (11). “Informazioni che dobbiamo leggere con cautela, perché ciò che emerge da questi documenti è probabilmente una versione edulcorata di quello che è realmente successo: non credo che Medihospes voglia mettersi in cattiva luce”, avverte Rondi, in un’intervista a questo giornale.
I documenti sono stati resi noti solo ora proprio perché le autorità italiane hanno tentato in ogni modo di impedirne la pubblicazione, secondo quanto spiegato da Altreconomia: si è arrivati al punto di “impugnare una sentenza del Tar del Lazio che nel novembre 2025 aveva riconosciuto il diritto di Altreconomia di poterli visionare. Il 23 marzo 2026 il consiglio di stato italiano ha chiuso la partita, confermando la sentenza di primo grado e smontando la linea del viminale che contestava la violazione della privacy dei reclusi”. Rondi ha presentato nuove richieste di accesso alle informazioni più recenti, ma sta ancora lottando per farsele consegnare dalle autorità.