Articolo tratto dal New York Times del 19/08
(traduzione italiana di Giovanna Petrone)
Stati Uniti: un processo pilota contro Meta
di Cecilia Kang, Eli Tan e Emmy Martin
Martedì scorso Meta ha nuovamente respinto le accuse di aver reso i giovani dipendenti dai social media. Questa volta la contestazione è emersa in un processo federale intentato da alcuni Stati che richiedono circa 200 miliardi di dollari di sanzioni e modifiche alle piattaforme dell’azienda. Durante le dichiarazioni di apertura, California, Colorado, Kentucky e New Jersey hanno accusato il colosso dei social media – proprietario di Instagram e Facebook – di arrecare danni ai minori attraverso tecnologie progettate per creare dipendenza, al pari delle sigarette. Secondo gli Stati, Meta ha contribuito ad alimentare una crisi nazionale della salute mentale giovanile e ha ingannato gli utenti promuovendo le proprie app come sicure. Si tratta del primo processo pilota (bellwether trial) promosso davanti alla Corte distrettuale federale per il Distretto settentrionale della California, a Oakland.
La causa intentata da questi Stati, contiene l’accusa all’azienda di aver violato le leggi federali sulla privacy dei minori e le leggi statali a tutela dei consumatori. «Catturare gli utenti. Trattenerli il più a lungo possibile. Raccoglierne i dati. Celare la verità al pubblico nelle dichiarazioni ufficiali», così ha affermato Megan O’Neill, legale rappresentante degli Stati, durante la sua arringa introduttiva. «Il modello di business di Meta ha funzionato particolarmente bene con i più giovani». Meta ha sostenuto, invece, di aver adottato misure di salvaguardia per proteggere gli utenti più giovani e di aver agito con onestà nei confronti dei consumatori.
La causa si inserisce nel filone di migliaia di azioni legali – riguardanti lesioni personali e tutela dei consumatori – intentate da singoli Stati, distretti scolastici e privati cittadini contro Meta, YouTube, TikTok e Snap (società proprietaria di Snapchat). Tali procedimenti sostengono che i social media hanno arrecato danni ai minori attraverso prodotti che creano dipendenza, ispirandosi in parte alla strategia legale utilizzata negli anni ’90 contro le grandi aziende del tabacco. La strategia ha già dato i suoi frutti. A marzo, Meta e YouTube sono state ritenute responsabili in un caso emblematico per lesioni personali presso la Corte Superiore della Contea di Los Angeles (California), che ha riconosciuto a una giovane donna californiana un risarcimento di 6 milioni di dollari. Questo mese, un giudice del New Mexico ha condannato Meta al pagamento di sanzioni per un totale di quasi un miliardo di dollari, nell’ambito di una causa promossa dal Procuratore Generale dello Stato per violazione delle norme a tutela dei consumatori. Le aziende hanno inoltre raggiunto accordi transattivi per diverse altre cause che sarebbero dovute andare a sentenza quest’anno. La causa intentata dai quattro Stati citati – la prima di una serie di procedimenti federali pilota – rappresenta una minaccia legale significativa per Meta, alla luce delle precedenti sconfitte. Secondo quanto emerso dagli atti giudiziari, in caso di vittoria gli Stati intendono richiedere sanzioni che potrebbero sfiorare i 200 miliardi di dollari per le violazioni in materia di tutela dei consumatori. Tale cifra corrisponderebbe a poco più del 14% dell’intero valore di mercato dell’azienda, che martedì si attestava a 1.390 miliardi di dollari.
La preoccupazione per l’uso dei social media è cresciuta a livello globale. L’anno scorso l’Australia è diventata il primo Paese a vietare l’uso dei social media ai minori di 16 anni. Da allora, Danimarca, Francia, Germania, Spagna, India, Indonesia, Malesia e altri Paesi hanno adottato o stanno valutando misure analoghe. Il mese scorso, l’Unione Europea ha compiuto il primo passo verso l’introduzione di un proprio divieto, che sarebbe il più esteso al mondo. Negli Stati Uniti, quest’anno i legislatori hanno ripresentato il Kids Online Safety Act, un disegno di legge volto a rafforzare la tutela della privacy dei minori e a consentire loro di disattivare le funzionalità algoritmiche associate all’uso compulsivo dei social media. Diversi Stati hanno inoltre approvato leggi per proteggere i minori dai rischi connessi ai social media.
Meta è l’azienda finita maggiormente sotto la lente d’ingrandimento. In Tennessee è in corso un processo dopo che il procuratore generale dello Stato ha accusato la società di aver ignorato ricerche interne che evidenziavano come le sue piattaforme stessero danneggiando gli utenti più giovani. I costi delle difese stanno lievitando. Meta ha dichiarato di aver versato, tra aprile e giugno, oltre 2 miliardi di dollari in spese legali legate ai processi sulla dipendenza dai social media e ad altri contenziosi. Sebbene tale cifra rappresenti solo una frazione del suo utile trimestrale di 18 miliardi di dollari, rimangono in sospeso migliaia di cause analoghe.
Meta ha sostenuto di essere stata presa di mira per problematiche che riguardano tutte le aziende del settore internet, come la verifica dell’età degli utenti. Tra le misure di tutela adottate dall’azienda figura la funzionalità “Instagram Teens“, rivolta agli utenti di età compresa tra i 13 e i 17 anni: essa rende i dati privati per impostazione predefinita e limita la possibilità per gli estranei di inviare messaggi direttamente ai giovani utenti. L’azienda ha inoltre sostenuto che la causa dovrebbe essere archiviata in virtù delle tutele sulla libertà di espressione e di una norma federale di protezione – la Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996 – che la esonera da responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti. Questo mese, la Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Nono Circuito ha respinto l’istanza di archiviazione presentata da Meta, che si basava proprio sulla libertà di espressione. «I procuratori generali degli Stati potranno anche definire questo un caso storico, ma le loro limitate contestazioni sono prive di fondamento e le richieste di risarcimento sono enormemente sproporzionate» – ha dichiarato Liza Crenshaw, portavoce di Meta –. «Abbiamo ascoltato i genitori, collaborato con esperti e forze dell’ordine e condotto ricerche approfondite per comprendere le questioni di maggiore importanza».
I quattro Stati che porteranno Meta a processo a Oakland sono stati selezionati dal giudice Yvonne Gonzalez Rogers tra i 29 che hanno fatto causa al colosso dei social media, accusandolo di aver violato le leggi federali sulla privacy dei minori e le normative statali a tutela dei consumatori. Il giudice ha scelto i casi provenienti da California, Colorado, Kentucky e New Jersey. Si prevede che il processo durerà dalle sei alle otto settimane. Una giuria consultiva composta da otto membri fornirà un parere al giudice Gonzalez Rogers, a cui spetterà la decisione finale sulla colpevolezza e sull’entità del risarcimento danni. Gli Stati intendono convocare testimoni di spicco, tra cui l’amministratore delegato di Meta, Mark Zuckerberg, affinché depongano in merito alla vicenda. I procuratori generali prevedono inoltre di avvalersi di documenti interni e di interviste a dipendenti ed ex dipendenti di Meta per dimostrare che l’azienda aveva discusso internamente di come alcune funzionalità – quali lo scorrimento infinito (infinite scroll) e i filtri di bellezza (effetti fotografici che modificano l’aspetto di una persona) – contribuissero all’uso compulsivo e all’ansia tra gli utenti più giovani. Ciononostante – sostengono gli Stati – l’azienda ha continuato a promuovere le proprie piattaforme come sicure per i giovani.
Martedì, i procuratori generali degli Stati hanno chiamato a deporre come primo testimone Arturo Béjar, ex dipendente di Meta e informatore (whistleblower). La sua testimonianza ha rappresentato una vittoria per gli Stati, giungendo appena due giorni dopo che il giudice Gonzalez Rogers aveva respinto la richiesta di Meta di impedirne l’audizione. Béjar. ha accusato l’azienda di aver adottato un approccio di tipo “non chiedere, non dire” (don’t ask, don’t tell) nei confronti degli utenti minorenni presenti sulle sue piattaforme social. Ha raccontato che sua figlia, quando era ancora molto giovane, aveva ricevuto messaggi a sfondo sessuale non richiesti su Instagram senza avere alcuna possibilità di segnalare l’accaduto. «Instagram si è trasformato da un prodotto che si utilizza a un prodotto che utilizza te», ha affermato Béjar, che ha lavorato per l’azienda in due periodi distinti nell’arco di circa otto anni. La sua testimonianza proseguirà nella giornata di mercoledì.
Martedì, inoltre, gli Stati hanno sostenuto che gli strumenti previsti da Meta come misure di sicurezza per gli adolescenti vengono utilizzati di rado. I procuratori generali statali hanno chiesto modifiche alla tecnologia dell’azienda per tutelare meglio gli utenti più giovani. Tra queste figurano il divieto dello scorrimento infinito, della riproduzione automatica dei contenuti e dei pulsanti “mi piace” per gli utenti di età inferiore ai 18 anni. Hanno inoltre richiesto di vietare i filtri di bellezza – che possono contribuire a problemi legati all’immagine corporea e alla salute mentale – e gli algoritmi ottimizzati per l’engagement che spingono gli utenti verso ulteriori contenuti.