da Adista del 06/2026
AGESCI e persone LGBT+
Quando la normalità arriva prima dei documenti
di Andrea Rubera (portavoce di Cammini di Speranza, associazione nazionale persone LGBT+ cristiane)
Quando il Consiglio Generale di AGESCI ha approvato il documento “Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo: le coordinate del cammino associativo”, gran parte dei titoli si è concentrata su un aspetto: l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire motivo automatico di esclusione nel discernimento relativo al servizio educativo.
E’ una formulazione importante. Ma per comprenderne davvero la portata bisogna evitare due letture opposte e ugualmente riduttive. La prima è quella dello scandalo: AGESCI che rompe improvvisamente con la propria tradizione. La seconda è quella della rivoluzione: AGESCI che inaugura una stagione completamente nuova.
In realtà il documento sembra raccontare qualcosa di diverso. Non introduce una realtà inesistente. Riconosce una realtà che, in molte comunità scout, esiste già.
Una storia che nasce dal cambiamento
Per capire questo passaggio vale la pena ricordare che AGESCI nasce nel 1974 dalla fusione tra ASCI e AGI, le storiche associazioni scout cattoliche maschile e femminile. Anche allora non si trattò semplicemente di un riassetto organizzativo. La scelta della coeducazione rappresentò una trasformazione culturale importante. Chiese di ripensare il modo di vivere la proposta educativa, il rapporto tra ragazzi e ragazze, il ruolo degli adulti e delle comunità.
Fin dall’inizio, uno degli elementi caratterizzanti dell’associazione è stato il ruolo della Comunità Capi: non un organismo burocratico, ma il luogo in cui l’esperienza educativa viene letta, verificata e tradotta in scelte concrete. Per questo, il termine del documento approvato nel 2026 è probabilmente proprio “discernimento”. AGESCI non rinuncia a valutare le persone chiamate al servizio educativo. Afferma però che orientamento affettivo e identità di genere non possono sostituire quel discernimento né trasformarsi in una condanna preventiva.
Quando essere scout e essere gay sembrava incompatibile
Per chi appartiene alla mia generazione, questo passaggio assume un significato particolare. Io e mio marito Dario siamo cresciuti nello scoutismo cattolico. Abbiamo vissuto anni intensi di formazione, amicizie, servizio e ricerca spirituale. Lo scoutismo è stato uno dei luoghi che più hanno contribuito alla costruzione della nostra identità adulta. Eppure, quando la nostra relazione è diventata una storia concreta, ci è sembrato naturale allontanarci. Nessuno ci ha espulsi. Nessuno ci ha detto apertamente che non c’era posto per noi. Semplicemente non riuscivamo a immaginare che una coppia omosessuale potesse essere riconosciuta dentro l’orizzonte educativo e comunitario che avevamo conosciuto.
Guardando oggi quella stagione, mi colpisce soprattutto questo: il problema non era tanto una norma quanto un immaginario. L’idea che amore omosessuale e appartenenza ecclesiale fossero destinati a restare su binari separati.
L’imbarazzo del 2010
Molti anni dopo, nel 2010, con alcuni amici di Nuova Proposta, il gruppo romano di persone LGBT cristiane, provammo a aprire un dialogo. Incontrammo alcuni referenti nazionali di AGESCI per proporre percorsi di formazione dedicati ai temi dell’accoglienza delle persone LGBT+. L’obiettivo era molto concreto: aiutare i capi ad accompagnare adolescenti LGBT che spesso vivevano la scoperta di sé come una frattura tra fede, affetti e appartenenza comunitaria. L’incontro fu cordiale. Non trovammo ostilità. Trovammo però qualcosa che allora era molto diffuso nel cattolicesimo italiano: l’imbarazzo. La sensazione che il tema fosse percepito come importante ma che mancassero ancora linguaggi, strumenti e riferimenti condivisi per affrontarlo. La proposta non ebbe seguito.
Eppure, a distanza di quindici anni, quell’episodio appare quasi come una fotografia di un paesaggio storico: la consapevolezza che una questione esisteva già, senza che esistesse ancora una grammatica capace di raccontarla.
La realtà incontrata con i nostri figli
La sorpresa più grande è arrivata negli anni successivi. E’ arrivata quando abbiamo iscritto i nostri figli agli scout. Portavo con me il ricordo di una stagione in cui la nostra relazione sembrava incompatibile con l’appartenenza scout. Mi aspettavo almeno qualche forma di disagio.
Abbiamo trovato altro. Dal primo colloquio fino alla vita ordinaria del gruppo, la nostra famiglia è stata accolta come una famiglia. Nelle riunioni dei genitori, nelle attività, nei campi e nelle occasioni comunitarie, la nostra presenza non è mai stata un problema.