da Il Fatto Quotidiano del 02/08/2026
Guerra infinita: a Kiev altre armi tra un mese
di Giacomo Salvini
L’Italia nega l’estradizione del dissidente:
“L’Ucraina non garantirebbe i diritti”
C’è un caso giudiziario che si è trasformato in un caso diplomatico tra Italia e Ucraina. Roma continua a mandare aiuti militari, generatori e finanziamenti all’Ucraina ma non riesce a rispedire in patria un dissidente di Zelensky: l’Italia non collabora, è il senso dei dispacci che negli ultimi mesi sono stati fatti arrivare alla nostra ambasciata.
Ad aprire una frattura tra Italia e Ucraina ci si è messo Vadym Nesterenko. Nome poco noto da noi, ma che a Kiev è conosciuto per essere stato un deputato del partito Bloc dell’ex presidente Petro Poroshenko. Non solo: Nesterenko è un oligarca. Miliardario, imprenditore e presidente di Ristone Holdings, una delle più grandi imprese agricole ucraine con quasi 100 mila ettari coltivati nel Dnipro. Nel 2022, dopo la guerra, si è trasferito con la famiglia a Cipro. Ma il colpo di scena arriva il 21 ottobre scorso: arrestato a Roma all’hotel Hilton e recluso a Rebibbia. Poi trasferito ai domiciliari in una lussuosa villa della Capitale a inizio 2026. L’accusa delle autorità di Kiev è di truffa per il codice penale ucraino (in Italia l’equivalente dell’abuso d’ufficio) perché avrebbe pagato con soldi pubblici una stanza di albergo per un totale di 14 mila euro, già restituiti. Una cifra apparentemente piccola e un reato senza grosse conseguenze penali, ma che ha portato a uno scontro diplomatico tra Italia e Ucraina. Perché coinvolge anche il nostro governo. Subito dopo l’arresto, l’Ucraina ha presentato domanda di estradizione e il ministro della Giustizia Carlo Nordio – a differenza del torturatore libico Almasri – il 28 ottobre ha chiesto che Nesterenko restasse detenuto fino alla decisione sull’estradizione. Poi, il 22 dicembre, il Guardasigilli ha inoltrato la richiesta del governo di Kiev alla procura generale della Corte di Appello di Roma. Il ministro, insomma, fa il “passacarte”, per usare le sue parole sulla vicenda Almasri.
Ma il 16 marzo arriva la doccia fredda per l’esecutivo: la IV Sezione della Corte di Appello di Roma nega la richiesta di estradizione. Nesterenko deve rimanere in Italia e deve essere liberato. I giudici danno ragione ai suoi difensori Edoardo Albertario e Marina Condoleo del foro di Roma secondo cui l’estradizione non poteva essere accolta per tre ragioni: il fatto che in Ucraina ci sia la legge marziale e non siano garantite le “garanzie processuali e la tutela dei diritti fondamentali”, le condizioni (soprattutto sanitarie) del carcere di Leopoli che porterebbe a trattamenti “disumani e degradanti”, ma anche la mancanza di imparzialità con cui sarebbe giudicato dall’ufficio anticorruzione ucraino (che Zelensky avrebbe voluto mettere sotto al governo). Infine, perché le accuse nei suoi confronti rientrerebbero “in un contesto in cui la selezione dell’azione penale nei confronti di esponenti dell’opposizione politica assume un rilievo non neutro”.
I Giudici di Appello di Roma, nella sentenza di 15 pagine del 16 marzo firmata dal presidente Francesco Neri, danno ragione agli avvocati facendo riferimento alla giurisprudenza della Cassazione e spiegando che Nesterenko rischia trattamenti “inumani” o “degradanti” sia per le “criticità sistemiche e attuali del sistema detentivo ucraino” in violazione dell’articolo 3 della Cedu, ma anche per la legge marziale dichiarata dopo l’invasione della Russia. In particolare, dopo le ispezioni del Comitato internazionale contro la tortura, nel carcere di Leopoli sono state segnalate “criticità sistemiche” e si trova in zona di guerra e di attacchi missilistici. Infine, l’Ucraina non ha fornito sufficienti garanzie. Dunque la Corte di Appello non solo ha negato l’estradizione, ma ha anche ordinato la liberazione del detenuto dagli arresti domiciliari.
Il caso è stato sollevato anche dalla maggioranza il 21 luglio scorso quando a Montecitorio si è riunito per la quarta volta il gruppo parlamentare di cooperazione Italia-Ucraina, con esponenti del Parlamento di Kiev e l’ambasciatore ucraino in Italia Ihor Brusylo. A sollevarlo è stata la deputata leghista Simonetta Matone, che ha sottolineato l’importanza di aiutare l’Ucraina dal punto di vista militare e finanziario, aggiungendo però che per il processo di integrazione europea Kiev debba fare ancora molti passi in avanti a partire dalla tutela dei diritti umani, le garanzie per i detenuti e per i dissidenti politici.