da Il Fatto Quotidiano del 02/08/2026
Truppe, affari e armi: Meloni ha reso l’Italia
fedele alleata di Riad
di Lorenzo Giarelli
Accordi bilaterali da miliardi di euro, continue visite nel Golfo e una postura ben diversa dal passato. Dopo gli anni di crisi diplomatica tra l’Italia e l’Arabia Saudita (il governo Conte vietò l’export di armi al regime, responsabile dei bombardamenti in Yemen), Roma è oggi fedele alleata di Riad. Lo dimostrano le truppe italiane appena movimentate in Arabia Saudita nel bel mezzo dell’escalation con l’Iran, ma l’asse di oggi tra Meloni e bin Salman è figlio di un riavvicinamento per tappe.
Si parte da posizioni molto distanti. Ai tempi dell’opposizione, la leader di FDI parla di Riad come di un “regime” indegno persino di ospitare la Supercoppa Italiana: “Noi non abbiamo attraversato secoli di civiltà per poi ritrovarci così. Ma che schifo è?”. Arrivata a Palazzo Chigi, approfittando del riposizionamento già avviato da Draghi, Meloni manda avanti i suoi ministri. I primi a andare in visita in Arabia sono Antonio Tajani e Guido Crosetto. A febbraio del 2023, l’agenzia governativa Riad Spa riferisce di un colloquio telefonico tra il principe saudita e la premier in cui si valutano forme “di nuova cooperazione in diversi settori”. Il governo italiano non dà notizia della chiamata, mentre nelle stesse ore aveva diffuso comunicati per le telefonate con Emmanuel Macron e Pedro Sánchez. Segnali di avvicinamento.
A ottobre 2024 Crosetto riceve a Roma il suo omologo saudita, e gennaio 2025 è lui ad andare a Gedda. Ma soprattutto si muove Meloni. È il famoso vertice in tenda, pittoresca location dell’incontro tra la premier e bin Salman. È lì che si mettono le basi per la firma di una serie di accordi bilaterali che riguardano Difesa, commercio, sicurezza, sport, energia. Un pacchetto che Palazzo Chigi quantifica in oltre 10 miliardi di euro che coinvolge aziende come Leonardo, Fincantieri e Pirelli. Ma ciò che conta di più è l’intesa politica, premessa necessaria per un volume di investimenti ancora maggiore rispetto ai 10 miliardi dichiarati.
Ad aprile Meloni torna in Arabia, questa volta sperando soprattutto di strappare qualche garanzia sull’energia in piena crisi a Hormuz. A giugno sono i sauditi a venire a Roma, nella strana formula di diplomazia privata del think tank FII Institute, di cui fa parte anche Matteo Renzi: Meloni manda un video-messaggio, Crosetto partecipa in persona prima di tornare, pochi giorni fa, in Arabia per un altro summit.
Saltato lo stop all’export di bombe, riprendono quello ed altri commerci. Leonardo fa affari d’oro: nell’estate 2025 l’Arabia ordina due unità aeree dedicate alla lotta anti-incendio e al trasporto medico; a febbraio 2026 Riad ordina quattro C-27J Maritime Patrol Aircraft, pezzo pregiato dell’offerta Leonardo; poche settimane fa un nuovo ordine, stavolta di 11 elicotteri. In futuro l’Arabia punta anche a entrare nel programma Gcap, ovvero la collaborazione Italia-Giappone-Regno Unito per costruire caccia di sesta generazione. Webuild, per dirne un’altra, porta a casa un contratto da 4,7 miliardi per lo sviluppo della città saudita Neom. Sullo stesso progetto trova fortuna pure Sace, con garanzie ai prestiti per oltre 3 miliardi. Ottimi motivi per indurre Meloni a dimenticare le bizze del passato, un lusso da opposizione: il business a nove zeri varrà bene qualche centinaio di militari in aiuto del regime.