da Tempi di Fraternità di agosto-settembre 2026
di Giorgio Bianchi
Micol Meghnagi, ALL’OMBRA DELLA SHOAH. DECOLONIZZAZIONE E POLITICHE DELLA MEMORIA (Ed. Fandango)
Micol Meghnagi è una sociologa, ricercatrice e saggista nata e cresciuta a Roma, proveniente da una famiglia ebrea fuggita dalla Libia nel 1967 in seguito ai pogrom li verificatisi. Ha conseguito un Msc (Laurea magistrale internazionale) presso la London School of Economies and Political Science. Tra le sue pubblicazioni figura "All'ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria".
Questa sua opera si inserisce in un dibattito sempre vivo per rispondere alle domande: E’ possibile tenere insieme la memoria della Shoah con quella dei genocidi nel Sud Globale? Le genealogie della sofferenza sono destinate a competere tra loro o possono essere pensate in forme capaci di coesistere in pace?
Riportiamo alcune frasi tratte dal suo libro.
L'attacco di Hamas nel sud di Israele del 7 ottobre 2023, è stato rapidamente inscritto, nell'immaginario di ampi segmenti della popolazione ebraica, entro l'orizzonte di ripetizione di una nuova Shoah. Fin da subito è apparso evidente che lo Stato di Israele avrebbe fatto leva su quella memoria per legittimare la propria risposta politica e militare.(pag.22)
La storia contemporanea della Palestina può essere dunque compresa nei termini di una guerra coloniale condotta contro una popolazione indigena, allo scopo di costringerla a cedere contro la sua volontà la propria terra ad un altro popolo. (pag. 45)
Persino gli accordi di Oslo furono accusati di apologia del nazismo dalle forze della destra sionista più intransigente che marciavano tra le strade di Tel Aviv e di Gerusalemme muniti di manifesti con l'immagine di Rabin (allora primo ministro di Israele assassinato nel 1995 da uno studente israeliano di estrema destra -N.d.r.) ritratto come Adolf Hitler. (pag. 54)
Nel 1948, di fronte alla spoliazione dei palestinesi come popolo e nazione, Meir Viari, esponente della sinistra israeliana, denunciava come una mistificazione morale l'idea di giudicare la violenza come "vendetta dei sei milioni", chiedendosi se fosse accettabile "consentire ai mascalzoni di nascondersi al riparo dei sei milioni per assassinare a cuor leggero un arabo isolato e indifeso" (pag. 74)
Questa interpretazione rafforza una singolarità secondo la quale senza lo stato di Israele nella sua struttura attuale, nessun ebreo al mondo sarebbe al sicuro: una retorico presentata come preoccupazione genuina, ma capace di diventare giustificazione politica cosi radicata da escludere la possibilità di una sicurezza ebraica non fondata sull'espropriazione di milioni di palestinesi. (pag. 120)
Di fronte all'avanzata delle destre post fasciste e xenofobe e alla crisi strutturale del modello delle democrazie liberali, l'idea di un occidente democratico mostra i propri cedimenti. Il costo di questi fallimenti trova a Gaza una delle sue espressioni più tragiche. (pag. 137)
A differenza dell'Olocausto, la Nakha non appartiene al passato, ma si prolunga nel presente come politica di negazione dell'esistenza palestinese. La Nakba è un trauma non concluso che incombe tanto sulla vita dei rifugiati palestinesi, quanto sulla società israeliana la quale tenta di rimuoverlo ma continua a confrontarsi con la sua presenza includibile. (pag. 146)