martedì 22 settembre 2026

 ALL’ERTA SULL’AGRICOLTURA MONDIALE

 

La fame è in arrivo

 

Sia il Tamigi che il Po hanno registrato la portata più bassa «per il mese di luglio in trentaquattro anni di rilevazioni», secondo l'osservatorio europeo del cambiamento climatico Copernicus. In Francia, una Senna «sotto flebo» deve ormai «la metà della propria

portata ai laghi artificiali realizzati a monte del fiume e dei suoi affluenti, in Champagne e in Borgogna. Nel 40% dei piccoli corsi d'acqua monitorati si riscontrano interruzioni del flusso e 92 dipartimenti hanno imposto restrizioni all'uso dell'«oro blu». Il suo ciclo è perturbato dall'artificializzazione dei suoli e da pratiche agricole che favoriscono il ruscellamento e ostacolano la ricarica delle falde acquifere.

 

   L'impatto sulle colture è già drammatico. Il servizio statistico del ministero dell'agricoltura francese stima per il 2026 un calo del raccolto di mais del 35%, il livello più basso registrato dal 1980. «Si rischia di veder scarseggiare alcune specie sugli scaffali», spiega

Cyril Pogu, copresidente della federazione Légumes de France. «Abbiamo perdite molto ingenti, che per lattughe, porri, cavoli e ravanelli raggiungono il 100%...» In Belgio «si può stimare un calo delle rese dal 10 al 30%» per i cereali, stima Guillaume Van Binst, segretario generale della Federazione dei giovani agricoltori. Stessa situazione tra i coltivatori britannici.

 

  In materia di approvvigionamento alimentare mondiale, questo quadro aggrava uno scenario già difficile per via del conflitto russo-ucraino e dalla guerra israelo-statunitense contro l’Iran. Come sottolineava un rapporto del Parlamento europeo del 2022, prima della guerra l'Ucraina forniva quasi la metà dei cereali e un quarto del pollame importati in Europa. Insieme, Russia e Ucraina rappresentavano il 30% delle esportazioni di grano e una percentuale analoga di quelle di orzo. Ora, Mosca colpisce le navi ucraine e impone un blocco dei porti sul Mar Nero, dai quali transitava il 90% delle esportazioni agricole del paese. Kiev a suavolta attacca i porti russi e i loro silos di grano. I flussi di cereali ne risultano gravemente perturbati.

 

   Lo stesso vale, nel Golfo Persico, per la circolazione delle materie prime essenziali alla produzione di fertilizzanti. In seguito ai bombardamenti statunitensi contro l'Iran e alla chiusura dello stretto di Hormuz, il danneggiamento o l'arresto di diversi impianti ha provocato carenze di input essenziali, facendo salire i prezzi e rallentando la produzione su scala mondiale. Già nel marzo del 2026, prima ancora che l'emisfero settentrionale cominciasse a surriscaldarsi, il capo economista dell'Organizzazione delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), Máximo Torero, avvertiva che la guerra in Iran stava «provocando uno dei più gravi shock ai flussi globali di merci degli ultimi anni, con implicazioni preoccupanti per la sicurezza alimentare, la produzione agricola e i mercati mondiali».

 

   Oltre all'urea, fertilizzante azotato di cui Iran, Arabia saudita, Qatar, Emirati arabi uniti e Bahrein forniscono collettivamente più di un terzo delle esportazioni mondiali, la regione del Golfo copre quasi la metà del commercio internazionale di zolfo. The Mosaic Company, colosso agricolo statunitense, ha recentemente indicato nell'impennata dei costi di quest'ultima risorsa la principale ragione della sua decisione di ridurre la produzione di fertilizzanti fosfatici nei propri stabilimenti negli Stati uniti e in Brasile. Il fosfato naturale estratto dalle miniere del Marocco, per esempio, diventa superfosfato - un fertilizzante pregiato - solo dopo essere stato trattato con acido solforico. Per Torero, la chiusura dello stretto di Hormuz noncostituisce «soltanto uno shock energetico, ma anche uno shock sistemico che colpisce l'intero tessuto agricolo mondiale».

 

   L'insieme di queste disfunzioni economiche non mancherà di ripercuotersi sulle rese agricole, in particolare per quei cereali che richiedono grandi quantità di fertilizzanti. A risentirne saranno il grano in Egitto, il riso in India e in generale i paesi agricoli esportatori, quali il Brasile o gli Stati subsahariani - Somalia, Tanzania, Mozambico, Kenya… fortemente dipendenti dalle importazioni per i fertilizzanti. La Fao considera l'Asia meridionale una regione esposta a un «rischio estremo». Gli agricoltori di paesi come il Pakistan e il Bangladesh - incapaci di competere sul prezzo con le nazioni sono stati costretti a seminare in terreni impoveriti. I piccoli agricoltori africani, che producono il 70% degli alimenti consumati nell'Africa subsahariana, sono anch'essi in pericolo, secondo la Banca africana di sviluppo (AfDB). A riprova della gravità della crisi dei fertilizzanti, la Cina ne ha limitato le proprie esportazioni e i cerealicoltori australiani hanno ridotto le superfici coltivate. I coltivatori statunitensi di mais e di soia, da parte loro, hanno chiesto aiuto al presidente Donald Trump. Questa pressione ha spinto l'amministrazione statunitense a revocare le sanzioni che colpivano i fertilizzanti bielorussi e venezuelani. Gli agricoltori però vogliono di più e chiedono anche l'abolizione dei dazi sul superfosfato marocchino.

 

   Ma il peggio deve ancora arrivare. Non si tratta né di una guerra né di una nuova ondata di calore, ma dall'intensificarsi di un fenomeno meteorologico ciclico che quest'anno si annuncia estremamente potente: El Niño, un meccanismo oceanografico caratterizzato dall'aumento della temperatura delle acque del Pacifico che provoca al tempo stesso piogge torrenziali sul continente americano, siccità (e persino incendi) in Australia e nel Sud-est asiatico e tifoni in tutto l'Estremo Oriente.

 

Dal pesce al caffè robusta

 

   Più di un secolo fa, nel 1876-1878, il mondo conobbe l'episodio di El Niño più forte di sempre. In quell'occasione il fenomeno causò siccità catastrofiche in Cina, nell'Africa meridionale, in Brasile, in Egitto e in India. Sottoposto a un dominio coloniale particolarmente violento, in quest’ultima si registrarono più di sei milioni di morti legate alla carestia. L'episodio in arrivo, che inizierà tra ottobre e dicembre e durerà fino alla primavera del 2027, potrebbe rivelarsi ancora più forte.

 

   In Perù si è già fatto sentire: la temperatura eccezionalmente elevata delle acque del Pacifico ha indotto le autorità a vietare la pesca delle acciughe, un alimento di base della popolazione. Questa misura, volta a proteggere la specie, ha fatto raddoppiare il prezzo della farina di pesce e triplicare quello dell'olio di pesce. L'India e l'Indonesia, grandi produttori di caffè robusta, soffrirannoparticolarmente il caldo; in Vietnam, il fenomeno minaccia gli invasi tradizionalmente utilizzati per irrigare le piantagioni di caffè, compromettendo così il raccolto del 2027-2028.

 

   L'effetto di El Niño sui generi alimentari di base sarà amplificato da quello delle guerre e della siccità. Secondo la Fao, nel 2026 diverse centinaia di milioni di persone potrebbero trovarsi in una situazione di grave insicurezza alimentare. Molte morirebbero allora di fame; altre per gli effetti di un inquinamento proteiforme (gas particolati fini, composti policiclici aromatici cancerogeni dovuti agli incendi, maree nere...) provocato da bombardamenti statunitensi e israeliani sulle raffinerie di petrolio iraniane e dai mega-incendi...

   

Questo quadro sarebbe tuttavia incompleto se non si menzionasse un ultimo flagello, altrettanto devastante la speculazione. «Gli attori che dominano i mercati finanziari delle materie prime agricole aggravano gli effetti delle crisi speculando sulla fame e traggono profitto da queste situazioni, osserva un rapporto dell'ong Ccfd-Terr

Solidaire del 2023. Questa tendenza allarmante e fin troppo familiare è favorita dalla progressiva deregolamentazione dei mercati, che ha aperto la strada alla finanziarizzazione della nostra alimentazione e alle sue conseguenze nefaste».Improbabile che questi affaristi rinuncino ai propri profitti, anche se questo implica di lasciare i più indigenti in preda ai morsi della fame, quella sofferenza che, come scriveva Louis Calaferte, «diventa un'ossessione» e a causa della quale si perdono «dignità, onore e orgoglio».

 

   Lo scenario qui delineato non è una fatalità. È la conseguenza logica e prevedibile di un modello di organizzazione sociale e di decisioni politiche prese con cognizione di causa. Fino a quando?

 

MOHAMED LARBI BOUGUERRA, Le monde diplomatique, 15/09/2026