da La Repubblica del 14 settembre 2026
L’INTERVISTA di Maurizio Crosetti
Frandino “I ragazzi primi esploratori di un nuovo mondo”
Il primo giorno di scuola è anche una riemersione, una dichiarazione di esistenza. È qualcosa che vale per loro, i ragazzi, ma dice qualcosa di importante soprattutto a noi, gli adulti. Ma di cosa parliamo, quando parliamo di un giorno così? Lo abbiamo chiesto a Barbara Frandino che è stata ed è giornalista, scrittrice (per ragazzi e per adulti: ultimo romanzo, "Tremi chi è innocente", Einaudi), sceneggiatrice, autrice, documentarista. E mamma.
Qual è il senso del ritorno in aula?
«Per prima cosa, i ragazzi rientrando a scuola ci dicono che ci sono. Però, gli tocca muoversi in una società fondata sulla competizione, dove se non sei performativo non vali niente. Nessuno può dire non ce la faccio, non mi interessa, non è cosa per me. Forse, dovremmo aiutarli a difendersi».
Da cosa, in particolare?
«Sono immersi in mondi lontanissimi da quello della scuola. Loro così veloci, e lei così lenta. L'ultima riforma l'ha riportata nel Medioevo. La scuola è vecchia, noi siamo vecchi. Ma potremmo insegnare ai ragazzi a porre le domande giuste anche all'intelligenza artificiale, e a saper riconoscere le risposte sbagliate che sono moltissime. Mi chiedo come possano, gli insegnanti, mantenere viva l'attenzione degli allievi per più di mezzo minuto. Tra loro, però ci sono ancora professori che possono cambiarti la vita».
Perché lei scrive così tanto dei ragazzi?
«Quando i miei figli Sebastiano e Samuele erano piccoli, riuscivo a scrivere solo libri per bambini, mi mettevo nei loro sguardi, nelle loro orecchie. Quando sono diventati adolescenti, allora mi pareva di poter scrivere solo di quell'età. Scrivere significa, io credo, stare a guardare e a sentire, e poi mettersi al computer. L'adolescenza è un universo pieno di bellezza, però è sempre più faticosa. I social hanno amplificato ogni cosa, anche le aspettative.
È come se tutti ripetessimo ai ragazzi: puoi farlo. Ma è una bugia, c'è chi non può. Nessuno ha l'obbligo di essere felice e vincente. Credo che il nostro tempo sia ammalato di individualismo ipertrofico, tutto corre troppo».
Dove porta, secondo lei, la strada che si comincia a percorrere il primo giorno di scuola?
«Le nostre generazioni hanno camminato su sentieri tracciati da altri, noi sapevamo dove mettere i piedi anche se magari non ci piaceva. I ragazzi di oggi, al contrario, sono i primi esploratori di un mondo che non abbiamo mai visto. Per fortuna sono creature meravigliose, e sembrano meno in difficoltà di noi pur essendo molto soli e molto fragili. Si muovono con estrema grazia e sapranno mettere a posto quello che noi non siamo riusciti a sistemare, anzi abbiamo reso il disastro che è: il clima, l'ipercapitalismo, un tipo di intelligenza artificiale che ci sta scappando di mano. Eppure, avere a che fare con le tecnologie è una competenza umanistica: oggi, chi si occupa di A.I. cerca soprattutto laureati in filosofia».
Par di capire che lei abbia molta fiducia nei ragazzi.
«Se non l'abbiamo in loro, in cosa dovremmo mai averla? La politica, lei sì purtroppo sembra non averne affatto, di fiducia, visto che vorrebbe dare ai giovani solo paghette e divieti. Ma io non credo si possa far crescere qualcuno con i bonus studenti o con l'obbligo di imparare, di nuovo, le poesie a memoria: chissà poi se serve davvero. Lo so che Calvino sosteneva di sì, m'inchino davanti a lui, però quello era proprio un altro mondo».