giovedì 24 settembre 2026

ASSEMBLEA ONU, IL VECCHIO E IL NUOVO ORDINE

ISPI 23/9

All’Assemblea generale dell’Onu, Guterres si congeda tra gli applausi: nessuna potenza, dice, è davvero “super”. Poi sale sul podio Trump e minaccia l’Iran. Il vecchio ordine esce di scena, il nuovo subentra.

Accordo o annientamento: dal podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha offerto all’Iran un’alternativa secca. Da una parte un’intesa che consenta a Teheran di ricostruire e diventare un paese “più grande di quanto sia mai stato”; dall’altra la scelta di “annichilire la Repubblica islamica, e in fretta”. Poi la previsione: l’accordo arriverà “subito dopo le elezioni” perché, osserva, a Teheran aspettano di vedere come andranno le midterm. Stretto tra sondaggi a picco e prezzi dei carburanti alle stelle, il presidente Usa si è difeso, come di consueto, attaccando: ha definito Cuba “uno Stato fallito” e promesso che il suo governo sarebbe caduto “in un modo o nell’altro”, provocando l’abbandono dell’aula da parte dei delegati dell’Avana. Ha anche annunciato che d’ora in poi nei documenti del governo federale l’intelligenza artificiale si chiamerà “super intelligenza”, perché “artificiale” la “fa sembrare falsa, e non lo è”. Il resto del discorso – 37 minuti in tutto – ha seguito un copione più o meno noto. Trump ha rivendicato di aver portato la pace a Gaza e in Venezuela, e ha annunciato che presto anche la guerra fra Ucraina e Russia vedrà la fine. Parlando in casa dell’Onu, ha reclamato i tagli all’organismo internazionale e invitato i paesi membri della Corte penale internazionale, che ha definito “un’organizzazione fuori controllo”, a dimettersi. Poco prima, António Guterres aveva pronunciato il suo ultimo discorso da segretario generale – ruolo assunto nel 2017 – dichiarando che il potere delle superpotenze, non è poi così “super”. Solo pochi minuti hanno separato i due interventi, contrassegnati da due idee molto diverse di ordine internazionale: quella delle regole, al congedo, e quella della forza, che le subentra.

Accordo sulla Groenlandia

Il discorso di Trump non è stato però un solo fuoco di fila di critiche. Il presidente Usa ha elogiato il Segretario generale della Nato Mark Rutte, definendolo un “grande leader” e rovesciando in apparenza le sue precedenti denunce dell’Alleanza atlantica come “obsoleta” e una “tigre di carta”. Ha esaltato la Danimarca, chiamandola “un paese incredibile e bellissimo”, pochi giorni dopo aver annunciato un accordo con Copenaghen sulla Groenlandia a seguito di prolungate tensioni incentrate sul territorio autonomo danese, che Trump ha più volte minacciato di annettere. L’intesa, che non ha una data di scadenza, prevede che gli Stati Uniti “rinnovino ed espandano” l’attuale base militare di Pituffik e ne costruiscano altre due, a Narsarsuaq, nel sud dell’isola, e a Mestersvig, sulla costa orientale. Garantisce anche libertà di movimento alle forze armate statunitensi ed esclude la presenza di paesi non Nato sull’isola. Il raggiungimento dell’accordo è stato accolto con sollievo anche in Europa: da oltre un anno la situazione della Groenlandia preoccupava non poco il governo danese, che era arrivato a considerare gli Stati Uniti una possibile minaccia per la sicurezza nazionale. 

L’addio di Guterres

Di tutt’altro tono e contenuti, rispetto a quello di Trump, è stato il discorso di Guterres, che lascerà l’incarico alla guida dell’Onu alla fine di quest’anno senza un successore chiaro all’orizzonte. In un intervento appassionato, in cui ha invocato la salvaguardia delle istituzioni multilaterali di fronte alla “frammentazione”, il segretario generale uscente ha inaugurato l’attuale sessione dell’Onu tracciando un bilancio del suo decennio ai vertici dell’organizzazione: le guerre scoppiate e proseguite con crudeltà, i civili presi di mira, la fame usata come arma, il diritto internazionale rinnegato. Senza nominare alcun paese, Guterres ha avvertito che la forza militare da sola non basta a garantire la pace. Il sistema giusto, ha aggiunto, non va costruito da zero: esiste già, ed è la Carta delle Nazioni Unite. Ha ricevuto applausi quando ha criticato la guerra di Israele e ribadito che la soluzione dei due Stati è l’unica via per la pace in Medio Oriente, e ha rinnovato la richiesta di una rappresentanza permanente per l’Africa nel Consiglio di sicurezza. Ha poi chiesto un quadro internazionale per governare i rischi dell’intelligenza artificiale, cioè esattamente ciò che Trump avrebbe respinto poco dopo.

L’uso della forza come dottrina

Già da tempo Trump aveva chiarito di non tenere in alcuna considerazione le Nazioni Unite, che in più occasioni aveva liquidato come obsolete e inefficaci. Ma il discorso di ieri, osserva il New York Times, “ha sancito, più di ogni altro, il rifiuto del principio cardine della Carta: il divieto di usare la forza contro l’integrità territoriale di un altro Stato, salvo legittima difesa o autorizzazione del Consiglio di sicurezza”. La sua frase “al vincitore spettano le spoglie” in riferimento ai proventi petroliferi del Venezuela completa una visione della politica estera in cui chi è più forte vince e detta le regole. “Forse l’aspetto più triste di questo discorso è stata la totale assenza di quell’idealismo americano che portò alla nascita dell’Onu”, osserva sul Guardian lo storico ed ex speechwriter della Casa Bianca Ted Widmer, sottolineando come il leader della Casa Bianca abbia perso quel potere di persuasione così decisivo al Palazzo di vetro. Oggi la fiducia internazionale negli Stati Uniti è ai minimi storici: secondo il Pew Research Center, in 36 paesi appena il 23% degli intervistati si fida di Trump in ambito di politica estera. Ed è improbabile che questa percentuale aumenti dopo lo spettacolo di ieri di fronte agli altri delegati dell’Assemblea generale.  

Il commento

di Paolo Magri, Presidente Comitato Scientifico, ISPI

“L’Assemblea generale 2026 ci consegna una buona e una cattiva notizia. La buona è che, nonostante il senso di declino e impotenza che accompagnano da tempo l’Onu, quasi 130 leader mondiali partecipano al rito annuale dell’Assemblea generale e, soprattutto, Stati Uniti e Iran – in guerra e senza relazioni diplomatiche dirette – hanno trovato proprio al Palazzo di vetro un luogo dove parlarsi. Un canale aperto, quando tutto il resto sembra chiuso. La cattiva notizia è che Trump ha usato il discorso a New York per ribadire la sua concezione dell’ordine mondiale, il suo dubbio amletico sull’Iran: “accordo oppure spazzerò via il Paese”. È la traduzione della sua “own morality”: la forza e il giudizio del presidente che prevale sulle regole comuni, sulla legittimità e sul diritto internazionale che proprio l’Onu, da 81 anni, sta affermando.