venerdì 9 ottobre 2026

Ci scusiamo con le lettrici e i lettori per la lunghezza dell'articolo che segue. Il tema trattato, vista la recente approvazione della nuova legge elettorale, è di evidente centralità politica e sociale, oltre che di immediato riscontro sulla vita del nostro paese e della nostra società. 

Su "Volere la Luna.it", per chi lo desidera, si può seguire un focus formato dal contributo di diverse persone sul tema in oggetto. Oggi presentiamo quello di Marco Revelli, molto interessante... 



da Volere la Luna del 09/10/2026

C’era una volta la democrazia rappresentativa

di Marco Revelli


La Democrazia – quella che chiamiamo “democrazia rappresentativa”, l’unica che la modernità riconosce – è un dispositivo difficile da maneggiare, delicato e fragile, basta poco per snaturarla. E lo è anche perché all’interno, come suo nocciolo duro, ha un meccanismo complesso che si chiama “legge elettorale”: un intreccio di norme giuridiche e di formule matematiche che serve a realizzare la condizione prima per poter parlare di “rappresentanza”, ovvero la “finzione reale” della trasformazione dei voti in seggi. Ho parlato di “finzione reale” perché voti e seggi non sono entità identiche, e nemmeno omogenee. I voti, ovvero gli elettori, stanno nella società, nella vita quotidiana, in paesi, province, regioni, in alcuni casi stati, diversi; i seggi – ovvero i rappresentanti – stanno nei Parlamenti, nei Consigli comunali, regionali, europeo…, tutti più o meno simili tra loro e regolati da norme generali e astratte. Soprattutto i primi, i voti, sono migliaia, centinaia di migliaia, milioni; i seggi sono decine, tutt’al più centinaia. 

Per questo è così cruciale il processo di “conversione”, dove il termine “conversione” si presenta nelle sue due accezioni lessicali: come “trasformazione quantitativa”, mutamento di grandezza, sul genere di quanto avviene ad esempio con le valute; e “trasformazione qualitativa”, cambiamento mentale, in genere religioso, “mutamento di credo” come accade appunto quando si passa da una fede (per esempio dalla fede nel popolo, nel demos, appunto) ad un’altra fede (la fede nei suoi rappresentanti, quelli a cui è assegnato il kratos). E sempre per questo motivo è così necessario ricorrere a una serie di espedienti, o di mediazioni tecniche, sia di tipo concettuale che di tipo matematico: stabilire con chiarezza che cosa ci si proponga con il voto, quale risultato si intenda realizzare (ordine dei concetti); adottare le formule matematiche necessarie per passare dai milioni alle decine, o al massimo centinaia (ordine degli algoritmi). A seconda delle scelte che si faranno si deciderà se come risultato avremo una democrazia degna di questo nome, o una delle tante forme spurie che si appropriano indebitamente del termine: dittature plebiscitarie, oligarchie elettive, burocrazie guardiane…

Dal punto di vista concettuale il grande spartiacque riguarda i due grandi universi dei sistemi maggioritarie dei sistemi proporzionali. Maggioritario e proporzionale sono le due grandi famiglie – in se ipsa antitetiche – che si contendono il campo, antitetiche fin dalle rispettive filosofie che le guidano, oltre che per le ricadute pratiche che producono negli assetti istituzionali. Come ogni manuale di Scienza politica insegna, infatti, lo scopo che i sistemi maggioritari (tutti i sistemi maggioritari) assegnano al momento elettorale è quello di stabilire direttamente il Governo (la titolarità dell’Esecutivo). All’opposto l’obiettivo a cui mira il sistema elettorale proporzionale (ogni sistema proporzionale) è quello di costituire il Parlamento. Ovvero un’assemblea nella quale siano rappresentate tutte le componenti politiche presenti nell’elettorato (o almeno la maggior parte). Una differenza fondamentale, a cominciare dalla ricaduta sul principio di eguaglianza, perché per i fautori del primo modello, il maggioritario, una volta celebrata l’elezione, gli unici voti ad aver rilevanza sono quelli della parte che ha vinto (che ha costituito appunto la maggioranza), i cui elettori saranno rappresentati dai titolari del Governo, mentre quelli della parte che ha perso non conteranno nulla, e chi li ha espressi dovrà aspettare la successiva legislatura e le nuove elezioni per sperare nella rivincita.

In questo senso si può dire, senza timore di essere smentiti, che l’unica forma di democrazia rappresentativa meritevole di questo nome è quella prodotta da un sistema elettorale proporzionale (il cui obiettivo è appunto, come si è detto, la formazione di un’Assemblea parlamentare comprensiva, e dunque rappresentativa, di tutte le componenti dell’elettorato). Le altre potranno essere chiamate, per comodità e con molte semplificazioni, democrazie, ma non certo rappresentative, perché in esse la rappresentanza è dimidiata e la rappresentatività sacrificata alla governabilità. Non diciamo con questo nulla di nuovo: i fautori di ogni riforma elettorale in senso maggioritario dichiarano esplicitamente che la preoccupazione è quella di garantire l’efficienza della funzione di governo, al cui la rappresentatività è inevitabilmente sacrificata come prezzo necessario da pagare. E quando ripetono, per sedurre i cittadini, che in questo modo almeno si saprà fin dalla chiusura delle urne chi governerà, non fanno che ripetere lo stesso concetto: la certezza del Governo passa prima rispetto alla rappresentatività del Parlamento. Non sarà necessaria nessuna trattativa tra i rappresentanti degli elettori in seno all’Assemblea legislativa per far nascere il Governo, perché avranno già detto tutto le urne, anche a costo di escludere dalla possibilità di avere un qualche ruolo i voti di chi è risultato in minoranza (vae victis è il motto).

Una volta tuttavia entrati nell’universo dei sistemi proporzionali, le problematiche non sono affatto esaurite. Anzi, incominciano. Un sistema proporzionale può infatti differenziarsi da un altro in base al suo maggiore o minore grado ci proporzionalità. La quale non potrà mai essere assolutamente perfetta (nel passaggio dalle grandi quantità di voti a quelle limitate dei seggi qualche scarto inevitabilmente si verifica), oscillando tra un minimo e un massimo. E ciò dipenderà da una quantità di variabili: l’algoritmo che si usa nella conversione, la grandezza dei collegi elettorali, l’esistenza o meno di soglie esplicite di eleggibilità, l’istituzione di eventuali premi di maggioranza… Un repertorio di fattori e di strumenti nelle mani del legislatore (di coloro che sono chiamati a elaborare e approvare le leggi elettorali) per orientare in un senso o nell’altro il funzionamento del dispositivo rappresentativo.

In linea di principio – e di coerenza ai valori, ossia alla concezione originaria della democrazia rappresentativa come forma tipica della “democrazia dei moderni” –, dovremmo dire che il sistema elettorale ideale è il “proporzionale puro”, quello che usa l’algoritmo che permette la maggior fedeltà tra la distribuzione dei voti e l’assegnazione dei seggi (si pensi al “quoziente Hare), costruisce i collegi secondo dimensioni che permettano la soglia di eleggibilità più bassa, non pone soglie esplicite né premi di maggioranza. A questo si avvicina molto (evidentemente in coerenza con la concezione della democrazia dei Padri Costituenti) il sistema elettorale scelto all’origine della nostra Repubblica democratica (con la minima eccezione della preferenza per il metodo d’Hondt, che favorisce leggermente i partiti maggiori) e sopravvissuto fino alla prima metà degli anni ’90, quando fece irruzione la retorica del maggioritario. 

Sotto la spinta della travolgente ondata iper-liberista, che mal sopportava i vincoli che la democrazia impone all’onnipotenza del denaro e degli affari, e che premeva perché l’efficienza nel lavoro dei governi (considerati cinghie di trasmissione della cosiddetta “volontà dei mercati”) prevalesse su tutto, a cominciare dalla volontà popolare, si è fatta avanti una prepotente tendenza al maggioritario, sia in forma esplicita, sia in forma implicita, ovvero sotto l’apparente superficie proporzionale svuotata dall’interno con espedienti di ogni tipo, e stravolta. Sono nati così i sistemi elettorali misti, infiltrati da quote crescenti di collegi uninominali, con soglie di ogni tipo (di partito, di coalizione, a geometria variabile), da premi di maggioranza abnormi, incorporati e leggi elettorali dai nomi più vari, Mattarellum, Porcellum (dalla qualifica di “porcata” da parte del suo stesso autore), Rosatellum (subito dichiarato incostituzionale), Italicum (mai entrato in vigore). Oggi è davvero difficile continuare a parlare di democrazia rappresentativa a proposito del caso italiano (ma la questione si pone più in generale per la maggior parte degli stati che continuano a definirsi democratici), in un contesto in cui quasi tutti i protagonisti della politica, di governo o di opposizione, e la quasi totalità degli opinion leaders, ha rinunciato, per convinzione o per stanchezza, per interesso o disincanto, alla difesa del principio proporzionale. 

Le cose sono evidenti. La sentenza definibile effettivamente “storica” n. 1/2014 della Corte costituzionale con cui il Porcellum è stato disinnescato è chiara: in essa si boccia senza appello il premio “abnorme (il 55% dei seggi) con cui si trasformava la coalizione arrivata prima nei voti, magari anche per poco, in maggioranza assoluta in seggi, considerandolo “eccessivo” e “distorsivo” e dichiarando che così si scardinava il principio di rappresentanza. In quel testo, è vero, si ricollegava la natura aberrante della norma al fatto che non era stabilita nessuna soglia minima oltre la quale far scattare la premialità, ma il problema si riproporrebbe comunque in ogni caso in cui la sproporzione tra percentuale di seggi ottenuti da un partito o da una coalizione e percentuale di voti espressi dai suoi elettori presenti un livello tale da stravolgere le rispettive dimensioni e distorcere, appunto, il rapporto tra corpo elettorale e organo elettivo. Tra i cittadini e il loro Parlamento. 

La stessa cosa vale per la legge elettorale appena approvata, con quel numero “abnorme” di seggi assegnati come premio di maggioranza (100!), a cui è posta, è vero, una soglia di consensi da raggiungere (quel ridicolo 42%, stabilito evidentemente con gli occhi puntati sui sondaggi elettorali e considerati su questa base “raggiungibili” e messo lì per aggirare la possibile bocciatura della Corte), ma tale comunque da replicare, e aggravare, la “distorsione” e dunque il danno inferto al principio di eguaglianza (il voto di chi ha optato per i fruitori del premio finisce per pesare di più di quello degli altri) e al diritto di ognuno ad avere un’adeguata rappresentanza (adeguata nel senso di proporzionata al proprio effettivo peso politico). Vogliamo poi aggiungere che la scelta sciagurata della maggioranza di sottoporre l’approvazione della “sua” legge elettorale a voto di fiducia è a sua volta un’aberrazione, perché limita il consenso a quel meccanismo essenziale al funzionamento del dispositivo democratico ai soli rappresentanti della maggioranza di Governo. E perché viene proposta a pochi mesi dalla scadenza della Legislatura, come atto d’imperio della vecchia maggioranza per ipotecare la futura. Siamo fuori da tutto: dai principi della politica moderna, dalle sue regole non scritte, dalle norme scritte con rilievo costituzionale, dal comune senso del pudore nel campo dei comportamenti politici e istituzionali. Un ulteriore passo verso quel regno del caos nei confronti del quale la migliore riflessione contemporanea ci invita a provare un “sacro timore”.