sabato 10 ottobre 2026

IL NOBEL A NAVI PILLAY PER LA PACE, E LA GIUSTIZIA

ISPI 10/10

La giudice sudafricana ha vinto il riconoscimento del Comitato norvegese per il suo “ruolo fondamentale nel far sì che i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e i genocidi vengano perseguiti”.

Navanethem “Navi” Pillay è stata proclamata vincitrice del premio Nobel per la Pace 2026 “per il suo impegno a favore della pace e del diritto internazionale”. Come annunciato dal presidente del Comitato di Oslo Jørgen Watne Frydnes, il premio va a “una persona che, con eccezionale coraggio e integrità, ha tracciato la strada verso un ordine giuridico globale più completo”. Un riconoscimento quindi alla carriera e all’impegno di Pillay, giurista e magistrata sudafricana, in particolare per la sua lotta contro l’apartheid e nel perseguire il crimine di genocidio. Pillay è una giudice della Corte internazionale di giustizia (Cig) e ha lavorato per altri tribunali internazionali, incluso quello speciale per il Ruanda e la Corte penale internazionale (Cpi). È la ventunesima donna a ricevere il Nobel per la Pace, e la seconda di fila dopo l’assegnazione del premio alla leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado l’anno scorso. La proclamazione di oggi ha fatto ampi riferimenti all’ordine globale odierno, segnato da guerre e crimini impuniti, sottolineando come il diritto internazionale sia “sottoposto a una fortissima pressione” e le sue istituzioni siano “sotto attacco”. E infatti, non sono passate che una manciata di ore dopo la premiazione che è arrivata la conferma delle nuove sanzioni di Washington che tagliano fuori la Cpi dalle transazioni finanziarie. Sebbene fossero già previste, il tempismo suggerisce quasi una ripicca da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che anche quest’anno aveva asserito di meritare di ricevere il premio. Tuttavia, da mesi la sua amministrazione ha innescato una guerra, quella in Iran, che ha ulteriormente compromesso gli equilibri di pace e la stabilità a livello mondiale. Un Nobel per la pace agli antipodi di Trump? Guarda l'intervento di Paolo Magri, Presidente del Comitato Scientifico dell'ISPI, a Rai News 24

Chi è Navi Pillay

Nata a Durban, in Sudafrica, 85 anni fa da una famiglia di origine Tamil dell’India, nel 1965 Pillay si è laureata in giurisprudenza all’università di Natal dopo aver seguito le lezioni in un regime di segregazione razziale. È stata una pioniera della battaglia dei diritti delle persone non bianche in Sudafrica. Dopo la laurea è diventata la prima donna ad aprire il proprio studio legale nella provincia di Natal, e nei suoi 28 anni lavorando come avvocata ha difeso gli attivisti anti-apartheid dell’African national congress e di altri gruppi, denunciando le torture e le pessime condizioni dei detenuti politici. Nel 1973 riuscì a vincere la causa in cui chiedeva che i prigionieri politici di Robben Island potessero difendersi con un avvocato: tra loro c’era anche il futuro presidente sudafricano, Nelson Mandela, che Pillay difese durante i suoi 27 anni di prigionia. Nel 1995, dopo la fine dell’apartheid, Mandela la scelse come giudice dell’Alta corte del Sudafrica, la prima donna non bianca a ricoprire questo ruolo. Nello stesso anno, l’Assemblea generale delle Nazioni unite la nominò giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda – incaricato di perseguire i responsabili del genocidio del 1994 – di cui Pillay fu presidente dal 1999 al 2003. Come membro della corte diede un contributo eccezionale soprattutto nella sentenza contro Jean-Paul Akayesu, in cui fu stabilito che lo stupro e le violenze sessuali possono costituire atti di genocidio, segnando così un precedente legale fondamentale. Nel 2003 è diventata giudice della Corte penale internazionale, ma il suo mandato si interruppe nel 2008 quando ricevette l’incarico di Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, mandato che durò fino al 2014 e durante il quale si spese molto per i diritti lgbt. Nel 2019 il Gambia la scelse nel collegio giudicante della Corte penale di giustizia, la cui composizione cambia da caso a caso, nel procedimento per genocidio avviato dal Paese africano contro il Myanmar. Dopo la guerra a Gaza del 2021 Pillay venne nominata presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente dell’Onu sul territorio palestinese occupato – nello svolgere questo incarico venne accusata di antisemitismo per essersi espressa contro l’occupazione israeliana. A settembre 2025, la Commissione d’inchiesta rilasciò un importante rapporto che sostiene che autorità ed esercito israeliani hanno compiuto e continuano a compiere quattro dei cinque atti di genocidio così come definiti dalla relativa convenzione.

Il senso del Nobel

“Se applaudite un po’ più forte, condividerò il premio con Trump”, è stato il primissimo commento di Pillay quando ha scoperto di essere stata insignita del Nobel, annuncio che, ha detto, pensava che fosse uno scherzo. La notizia le è arrivata nel luogo forse più iconico del diritto internazionale, il tribunale di Norimberga (dove Pillay stava partecipando a un forum), sede del processo che incriminò i vertici del nazismo e gettò le basi per le corti internazionali. Ai giornalisti Pillay ha ricordato l’importanza dei diritti umani e ha rivendicato il suo ultimo lavoro: il report su Gaza “che definisce ciò che sta accadendo lì come genocidio”. Il premio Nobel per la Pace si conferma una platea di natura politica, non solo per il valore simbolico delle scelte del Comitato norvegese, ma anche per l’atteggiamento degli aspiranti candidati o di alcuni vincitori che strumentalizzano il premio. Da due anni, infatti, Trump pretende di esser insignito del riconoscimento, di cui riuscì a essere indirettamente destinatario l’anno scorso, quando gli fu consegnato da Machado – che a sua volta aveva l’ambizione di incassare un maggior sostegno politico per traghettare la transizione del Venezuela dopo che gli Usa avevano rapito il presidente Nicolás Maduro per poterlo processare.

Un omaggio alle corti internazionali

Prima della proclamazione del premio questa mattina alcune indiscrezioni stampa rivelavano che la Cpi e la Cig erano tra i possibili vincitori. Una previsione quasi azzeccata dal momento che Pillay ha servito in entrambi i tribunali internazionali. “Questo premio invia un messaggio chiaro: il diritto internazionale e le sue istituzioni costituiscono il pilastro fondamentale di un mondo più pacifico. Ci auguriamo quindi che questo riconoscimento possa rafforzare sia le istituzioni sia quanti si battono al loro interno; in particolare Navi Pillay, ma non soltanto lei”, è stato il commento con cui il presidente Frydnes ha motivato la scelta del Comitato norvegese. Un premio quindi che vuole contribuire a ripristinare l’autorità delle corti internazionali in un periodo storico in cui il loro lavoro viene fortemente minacciato e diventa preda di contrapposte manipolazioni politiche. Nel 2024, in risposta ai mandati di arresto della Cpi contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della difesa Yoav Gallant per crimini commessi a Gaza, l’amministrazione Trump ha emesso sanzioni contro i procuratori e i giudici della corte, al cui statuto, quello di Roma, non aderiscono né gli Stati Uniti né Israele. E poche ore dopo la cerimonia, sono arrivate le nuove sanzioni contro la Cpi: le misure vogliono bloccare di fatto i lavori della corte dal momento che le impediscono di effettuare transazioni in dollari, escludendola così dal sistema finanziario globale.


Il commento

di Lucia Ragazzi, ISPI Research Fellow

“Molti hanno considerato il Nobel per la pace a Pillay una scelta contro Trump, in discontinuità con la decisione dell’anno scorso. Questa scelta parla ad alcune delle grandi linee di faglia della politica internazionale di oggi. A partire dalla fase di messa in discussione – di cui gli Stati Uniti sono una voce fondamentale – della legittimità delle istituzioni in cui Pillay ha prestato servizio in vari momenti della sua carriera: le Nazioni Unite, nel mirino sia di critiche sia dei tagli ai finanziamenti statunitensi; la Corte penale internazionale, sotto sanzioni Usa; e, in modo più indiretto, la Corte internazionale di giustizia. Questa polemica divisiva ha coinvolto anche il suo Paese, il Sudafrica, che negli ultimi due anni ha attraversato momenti di forte tensione diplomatica con l’amministrazione Trump. Anche per la scelta, nel dicembre 2023, di portare Israele davanti alla Cig, in aperto contrasto con Washington. In questo senso Pillay, quinta persona di nazionalità sudafricana a ricevere il premio, è legata a doppio filo sia all’esperienza del suo Paese sia a quella delle corti in cui ha lavorato.”