sabato 17 ottobre 2026

Comunità Cristiana di Base di Piossasco

CANONE DELL’EUCARESTIA DEL 18 OTTOBRE 2026


G. Ti lodiamo, o Dio!

Stamattina ci incontriamo per benedirTi e per mettere nel nostro cuore parole di fiducia in Te e di speranza.

La lettura del libro di Giobbe ci sta interrogando molto sul significato del dolore, dell’amicizia e della relazione con Te.

Sostienici, accompagnaci, perché a volte il cammino che ci ha indicato Gesù di Nazareth è difficile da percorrere.

E ora leggiamo una strofa a turno di questa preghiera scritta da Jach Riemer, rabbino americano.


 Vivere, non solo sperare

Oh Dio,
veramente non possiamo pregarti
perché cessi la guerra:
infatti sappiamo che
Tu hai fatto il mondo
in modo tale che l’uomo
deve trovare la strada della pace
in se stesso e con il suo vicino.

Oh Dio,
veramente non possiamo pregarti
perché cessi la fame:
infatti Tu ci hai dato
risorse abbondanti,
sufficienti a nutrire il mondo intero,
a condizione di usarle con saggezza.

Oh Dio,
veramente non possiamo pregarti
di sradicare l’ingiustizia:
infatti Tu ci hai dato occhi
capaci di vedere il bene
presente in ogni creatura,
a condizione di usarli con saggezza.

Oh Dio,
veramente non possiamo pregarti
di far scomparire la disperazione:
poiché Tu ci hai dato il potere
di trasformare i tuguri
e di seminare la speranza,
a condizione di usarlo con saggezza.

Oh Dio,
veramente non possiamo pregarti
di far cessare le malattie:
poiché Tu ci hai dato un’intelligenza
capace di trovare cure e medicamenti,
a condizione di usarla con saggezza.

Per questo, oh Dio, ti preghiamo
piuttosto di darci forza,
determinazione e coraggio
di agire e non solo di pregare,
e soprattutto di vivere
e non soltanto di sperare.

G: Ora ascoltiamo il commento di Mara


Giobbe capitoli 3 - 11 


Nella parte del libro di Giobbe, relativa ai capitoli che vanno dal 3 all’11, vi sono molti spunti di riflessione. Ho cercato di trarre dei fili tematici, col supporto del testo ‘Giobbe’ di Alonso Schokel e Sicre Diaz, ed. Borla.  

Giobbe è il libro della sofferenza ingiustamente patita, del rapporto con Dio, della solitudine e della risalita dall’abisso del dolore e della perdita.  Il libro esplora a volte direttamente o indirettamente questi punti in modo dinamico, introducendo personaggi che interloquiscono con il protagonista. Ci aspetteremmo un Giobbe ripiegato su se stesso ad accogliere la consolazione degli amici, che non osa prendersela con Dio, invece non è così. Egli non accetta fin dal principio di aver commesso peccato davanti a Dio e del male subito chiede ragione a Lui. I suoi amici, tutti e tre Elifaz, Bildad, Sofar si rifanno alla dottrina della retribuzione e ne restano prigionieri.  Il primo, Elifaz si rifà ad un sapere arcano ( cap.11, 12 - 21), Bildad si appella al sapere degli antichi ( cap.8, 8 - 10), Sofar si appella al sapere supremo di Dio, ne parla come di un sapere occulto, come se lo conoscesse. Nel dare priorità alla dottrina ( il principio, la teoria, spiegano i fatti e l’esperienza), perdono il contatto con l’amico, sono disposti anche a giocarselo pur di dimostrare di avere ragione e non si rendono conto della contraddizione: i fatti sono lì davanti a loro, Giobbe si è sempre comportato bene eppure è punito, come accadde ad Abele. Quale principio può sostenere questa situazione? La conseguenza che ne traggono i tre amici è che Giobbe o i suoi figli devono necessariamente aver peccato. Nella scena che si svolge davanti ai nostri occhi, quasi come su un palcoscenico, l’Autore sembra accusare anche noi lettori, che pensiamo di risolvere i grandi problemi dell’esistenza umana con risposte razionali, semplicistiche, e teorie coerenti.. Giobbe invece vuole confondere la sapienza dei sapienti con la forza del suo dolore. Sarà Dio in persona a dargli ragione e a confutare i ragionamenti dei tre amici. Dopo lo sfogo iniziale, in cui invoca la morte quale inizio del riposo, vede la collera di Dio ( altro non può essere) di fronte alla sproporzione delle sue disgrazie e dubita della giustizia divina. Davanti a Dio Giobbe non coglie più i tratti di Lui, non può stare senza di Lui ma non ne sente il contatto (‘ mi passa accanto e non lo vedo’ come per Mose’ in Es. 33, 23.). Schokel e Diaz sottolineano che il dolore ha intensificato la coscienza di Giobbe, guadagnandone in profondità. Di conseguenza il suo atteggiamento cambia e passa in stati d’animo differenti. Dalla veemenza delle sue parole (cap.7, 20  ‘che cosa ti ho fatto?’), Giobbe chiede la consolazione della morte, come nel salmo 88, ai vv. 1, 6 e 17 , passando poi alla richiesta di un processo (Gb, 6, 22 -30) ‘ in cosa ho sbagliato?’.  Al cap. 7 Giobbe non pensa più alla consolazione che può dargli la morte ma ai piccoli piaceri della vita: al godimento dell’opera compiuta, al riposo meritato, al salario onesto.. Si accontenterebbe di questo (vedi Qohelet, 2, 22) ma poiché non ha neppure queste piccole gioie, Giobbe decide di parlare a Dio. Si apre un varco nella sua disperazione, l’autore del libro ai versi del cap.7,17 e 18 ci mostra il lato anticonformista del protagonista : che cos’è l’uomo per onorare Dio con la sua sofferenza? Per combattere con Dio e attirare la sua attenzione?. 

 Giobbe al momento è disposto a dichiararsi colpevole purché Dio lo lasci stare, più tardi si batterà strenuamente perché venga riconosciuta la sua innocenza. Va prendendo piede in Giobbe l’idea, pericolosa, di un processo con Dio. Egli tutto può ed ha sempre ragione ma Giobbe non rinuncia a confrontarsi con Lui. L’argomentazione usata (cap. 10) con termini anche giuridici è che Dio non può distruggere le meraviglie cosmiche ed umane che ha creato, non può negare le promesse fatte all’uomo e al suo popolo. Giobbe vince allora la paura e parla (‘ se non hai compassione di me, abbi almeno compassione di quanto tu hai fatto’). All’origine della gestazione, in quel tempo misterioso Giobbe ha incontrato Dio, che ora gli è ostile e dal quale si sente enormemente lontano.. La parola in varie forme e modulazioni, è la forza di Giobbe che la usa fino in fondo ( nessuno può mettergli la museruola !) Dio stesso l’apprezzerà nella risposta finale.  Nel capitolo 11 Elifaz, Bildad e Giobbe si ritroveranno nel tema centrale della speranza, che si poggia sulla promessa di Dio, non sulla dottrina. 


Possibili temi da approfondire: cosa ci aspettiamo dagli amici quando nella sofferenza chiediamo il loro aiuto? Come si sta davanti a Dio quando ci sentiamo ingiustamente colpiti dal male? qual è la soglia del dolore per ognuno di noi? Come se ne può uscire? da quale fonte può venirci un aiuto?

Interventi comunitari

G: Giobbe grida a Dio, ma non è il solo…

Leggiamo una strofa ciascuno/a del 

SALMO 130:De profundis

 
Dal profondo a te grido, o Signore; 2 Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera. 

3Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi potrà sussistere? 

4 Ma presso di te è il perdono:
e avremo il tuo timore. 5 Io spero nel Signore,

l’anima mia spera nella sua parola.

6 L’anima mia attende il Signore
più che le sentinelle l’aurora. 7 Israele attenda il Signore,
perché presso il Signore è la misericordia
e grande presso di lui la redenzione.
8 Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.


SALMO 28

 

CONTRO I NEMICI, IL SIGNORE È FORZA E SCUDO

1 Di Davide.

A te grido, Signore, mia roccia,
con me non tacere:
se tu non mi parli,
sono come chi scende nella fossa.

 Ascolta la voce della mia supplica,
quando a te grido aiuto,
quando alzo le mie mani
verso il tuo santo tempio.

 Non trascinarmi via con malvagi e malfattori,
che parlano di pace al loro prossimo,
ma hanno la malizia nel cuore.

 Ripagali secondo il loro agire,
secondo la malvagità delle loro azioni;
secondo le opere delle loro mani,
rendi loro quanto meritano.

 Non hanno compreso l'agire del Signore
e l'opera delle sue mani:
egli li demolirà, senza più riedificarli.

 Sia benedetto il Signore,
che ha dato ascolto alla voce della mia supplica.

 Il Signore è mia forza e mio scudo,
in lui ha confidato il mio cuore.
Mi ha dato aiuto: esulta il mio cuore,
con il mio canto voglio rendergli grazie.

 Forza è il Signore per il suo popolo,
rifugio di salvezza per il suo consacrato.

 Salva il tuo popolo e benedici la tua eredità,
sii loro pastore e sostegno per sempre.


PREGHIERA EUCARISTICA

Eccoci, o Dio, dopo aver cercato tra le parole umane della Bibbia, il Tuo messaggio, ora desideriamo celebrare la Tua lode e condividere il pane nel ricordo di Gesù.

 Aiutaci, o Dio, a donare quel poco che è nelle nostre possibilità,

non di più, non di meno.

Tu sai come siamo fatti e per questo sostienici:

Siamo fragili, ma Tu ci hai donato un cuore che è in grado di saper vedere quando lo mettiamo in movimento.

Grazie, o Dio, quando i nostri cuori aprono e intrecciano le nostre mani!


G. Per ricordarci di questo, spezziamo insieme il pane, in memoria dei gesti, delle scelte e della strada che ci ha indicato Gesù che, durante il viaggio della sua vita, ha sempre vissuto fidandosi e affidandosi a Te. 

In quella cena Gesù prese nelle sue mani il pane della mensa e, dopo avere alzato gli occhi al cielo per benedire il Tuo Santo nome, lo divise dicendo: “Prendete e mangiatene tutti. Questo pane che spezziamo e mangiamo, sotto lo sguardo di Dio, è il segno della mia vita, riassume il significato della mia esistenza. Se ogni giorno voi condividerete i doni che vi ha fatto, davvero farete corpo con me, sarete il mio corpo, la mia vita nel mondo.”


G. PREGHIERA DI CONDIVISIONE


PADRE NOSTRO


PREGHIERE SPONTANEE


Una storiella finale…


Rabbi Levi, figlio di 'Hama, diceva:

«Giobbe visse al tempo di Mosè».

Rava diceva:

«É vissuto al tempo dei dodici esploratori»,

Rabbi Yohanan e Rabbi Eliezer dicevano:

«Giobbe era fra coloro

che tornarono dall'esilio

di Babilonia,

e aveva un cenacolo

di studi a Tiberiade».

Rabbi Elezer diceva:

«Giobbe ha vissuto al tempo dei Giudici».

Rabbi Yoshua figlio di Koreha diceva:

«Viveva al tempo di Assuero.

Rabbi Nathan diceva:

«Al tempo della regina di Saba»,

Un rabbino sedeva di fronte a rabbi Shemuel

figlio di Nahmani e diceva:

«Giobbe non è mai esistito,

e non è mai stato creato.

È solo una parabola»

(Talmud Babilonese, trattato Bara Bathra 15, q-b,passim)


     Mara e M.Grazia B.