da Il Manifesto del 30/09/2026
Ecocidio in Palestina: <<Vogliono sradicarci come sradicano gli ulivi>>.
di Beatrice Sofia Urso
«L’obiettivo principale dei coloni è sradicare la presenza palestinese, così come sradicano i nostri alberi d’ulivo», dice Islah Jad a Terra Madre, il festival torinese di Slow Food. Tra gli ospiti, il coordinatore dell’ong italiana Cospe per l’area di sviluppo economico Jamil Daraghmeh, la direttrice generale di Build Palestine Lama Amr e Islah Jad, professoressa e membro del Board del Bisan Centre.
LA DISTRUZIONE di un popolo passa anche dalla sua terra, cancellando tradizioni e prodotti, da cui la necessità di analizzare questa faccia della guerra e dell’occupazione. Radere al suolo un ecosistema, avvelenare sorgenti d’acqua, inquinare campi, dare alle fiamme produzioni agricole e pascoli: si chiama ecocidio ed è il crimine silenzioso che si affianca allo sterminio del popolo palestinese.
«In questo momento noi palestinesi stiamo assistendo a quello che definiscono il decisive plan: l’espulsione di tutto il popolo palestinese – racconta Islah Jad al manifesto – Israele sta agendo così brutalmente perché i palestinesi stavano per superare la popolazione ebraica: una questione demografica. Per questo il genocidio si sta consumando a Gaza, che è tra le aree più densamente popolate al mondo. Assistiamo a un massacro nella Striscia e a una forma di pulizia etnica in Cisgiordania. Il controllo della nostra terra, delle risorse idriche, dei nostri spostamenti e della nostra vita quotidiana serve a spingere la popolazione ad andarsene».
Se le bombe hanno devastato Gaza, in West Bank ci sono ancora alcune, poche, aree sfruttabili per l’agricoltura. «Qui la terra è divisa in Area A, B e C – spiega Jamil Daraghmeh – Il luogo principale in cui sviluppare le attività economiche, soprattutto legate all’agricoltura, è l’Area C ma per i palestinesi è quasi impossibile accedervi (il controllo civile e militare è esercitato da Israele, ndr)».
L’AREA C è anche la maggiore per estensione, coprendo più del 60% del totale della Cisgiordania. Chi vive qui fa affidamento sulla terra come principale mezzo di sostentamento. Quello che le cooperative locali cercano di costituire è una rete per una nuova struttura economica. Il problema, però, è molto più grande: il controllo dell’economia palestinese è nelle mani del suo stesso aguzzino. «Dipendiamo completamente da Israele, dall’uso dello shekel come valuta all’importazione di merci», spiega Daraghmeh.
La missione è rendere l’economia palestinese indipendente a partire dall’autoproduzione dei beni di prima necessità. «Ma restano i problemi legati soprattutto alla gestione delle risorse idriche. La quota d’acqua per un israeliano è quattro volte superiore rispetto a quella di un palestinese».
In un territorio come quello palestinese, dove le montagne coesistono con uno dei punti più profondi del pianeta, la flora mediterranea dà il suo meglio. «La prima cosa di cui dobbiamo parlare sono i semi – racconta Lama Amr – tra i bersagli principali di Israele: impedirci di preservare le sementi tradizionali e di conservarle per proteggere la nostra sicurezza alimentare e la biodiversità.
Le bombe si insidiano nel sottosuolo e impediscono di continuare il ciclo produttivo della vegetazione». Non c’è solo l’effetto dei bombardamenti, è il modello d’occupazione che mina la produzione agricola: l’azione dei coloni è un’altra faccia della stessa guerra. «Appiccano fuoco ai campi in modo che i contadini non possano coltivarli, rapiscono le greggi e negano l’accesso all’acqua. Per questo la resistenza è popolare e quotidiana. Moltissime famiglie hanno iniziato a coltivare qualsiasi appezzamento intorno a casa, raccogliendo e conservando i semi».
UNA RESISTENZA con un volto femminile. Islah Jad parla di «tessitrici del tessuto sociale palestinese» riferendosi al ruolo assunto in ogni fase della storia: organizzare la vita comunitaria, curare i bambini e istituire scuole di emergenza nelle fasi più acute del conflitto. Ma il loro ruolo è fondamentale anche nel settore agricolo: «La partecipazione delle donne in agricoltura è più alta di quella degli uomini. Sono state le prime a scontrarsi con i coloni che cercavano di deviare i corsi d’acqua o di confiscare le terre».
«Non si deve permettere che Israele si presenti all’estero sotto la veste di protettore dell’ambiente o pioniere della transizione ecologica – conclude la professoressa – La realtà è che le sue politiche distruggono il nostro ecosistema, confiscano le nostre riserve idriche e devastano le terre agricole. Il primo punto è fare controinformazione e chiedere sanzioni per le violazioni dei diritti umani».