da Pressenza del 17/10/2026
Il cibo sprecato nelle case degli italiani vale oltre 6 miliardi e mezzo
di Giovanni Caprio
Il cibo sprecato nelle case vale oltre 6 miliardi e mezzo: è la metà del costo stimato per costruire il Ponte sullo Stretto di Messina, una cifra che potrebbe finanziare per 5 anni consecutivi il sistema di Protezione Civile nazionale e i piani di prevenzione dei rischi ambientali e sismici del Paese.
Ogni italiano getta nella spazzatura 112 € l’anno, ma siamo più consapevoli: con 493,7 grammi di cibo sprecato settimanale più vicini all’obiettivo dell’Agenda 2030 (369,7 grammi pro capite). E il paradosso è che a sprecare di più sono proprio i ceti popolari: chi ha meno risorse perde più cibo e una quota proporzionalmente maggiore del proprio reddito. Lo spreco diventa così non soltanto un costo economico e ambientale, ma un vero moltiplicatore delle disuguaglianze.
Il nuovo Rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International ha fatto emergere l’esigenza di un’azione complessiva che possa mappare i luoghi dello spreco alimentare: non solo le case degli italiani, quindi, da tempo indagate attraverso ricerche, indagini e azioni di sensibilizzazione per la prevenzione degli sprechi, ma anche gli altri contesti nei quali lo spreco del cibo si verifica quotidianamente.
Il Rapporto Waste Watcher, per esempio, ha indagato il comportamento dei turisti nelle case vacanza: dove, è emerso, il 34% dei fruitori non riesce a consumare tutto il cibo acquistato per il suo soggiorno. Quasi 7 cittadini su 10, quindi, confermano di mantenere un atteggiamento attento e responsabile nei confronti degli acquisti e dei consumi alimentari anche in vacanza, nonostante si trovino in un contesto di svago e lontano dalla consueta routine domestica. Ma un terzo dei fruitori dei luoghi di vacanza ammette di essere costretto a sprecare parte della spesa fatta in vacanza.
Anche i comportamenti nei luoghi di ristorazione sono da molte stagioni al centro delle buone pratiche di prevenzione e recupero degli sprechi alimentari, è sempre più diffusa l’abitudine di utilizzare una bag per portarsi a casa gli avanzi: una questione di cui i ristoratori e consumatori italiani hanno sempre maggiore consapevolezza.
Nel decennale dall’approvazione della Legge Gadda n. 166/2016 e a soli 4 anni dal fatidico 2030 dell’Agenda ONU di sostenibilità, Waste Watcher International ha indagato anche l’effetto della rivoluzione digitale sugli sprechi: scoprendo un’Italia a due “velocità” fra Intelligenza Artificiale e social-influencer, un impatto profondo e dicotomico che la rivoluzione digitale e i canali social esercitano sulla gestione domestica del cibo, agendo contemporaneamente come risorsa e come insidia.
Se, infatti l’Intelligenza Artificiale appare come novità di rottura nelle pratiche antispreco delle giovani generazioni, trasformandosi nel consulente interattivo che oltre 1 intervistato su 2 ha l’abitudine di interrogare (il 57% dei cittadini), la consulta con frequenza costante sul piano della sicurezza alimentare ben 1 intervistato su 5 (il 21%), per verificare se un alimento scaduto da giorni sia ancora edibile.
Inoltre, il 51% degli intervistati interroga gli assistenti virtuali per ricevere ricette creative capaci di svuotare il frigorifero riutilizzando gli avanzi, con un 16% di utilizzi costanti, e il 45% cerca algoritmi o strategie generali contro lo spreco, con il 15% di frequenza assidua. Questa tendenza registra picchi altissimi tra i nativi digitali: addirittura il 72% della Gen Z: 7 intervistati su 10, consultano l’IA per valutare la sicurezza dei cibi, una percentuale che scende al 63% nel caso dei Millennials, mentre le ricette svuota-frigo guidano le scelte del 57% della Gen Z e il 48% dei Millennials.
L’altra faccia della medaglia digitale, tuttavia, sembra spingere in direzione opposta alla prevenzione degli sprechi: l’estetica effimera dei canali social introduce dinamiche di consumo inedite e che non remano in direzione della sostenibilità, spingendo più di 1 italiano su 4 (il 27% del campione intervistato) ad acquistare un alimento insolito, un ingrediente di tendenza o un prodotto caratterizzato da un packaging spiccatamente instagrammabile con il solo obiettivo di fotografarlo, condividerlo online o provarlo per curiosità, per poi lasciarlo scadere o utilizzarlo soltanto in minima parte.
“I dati sullo spreco alimentare, si legge nel Rapporto, mettono in evidenza una questione che va oltre il singolo comportamento: la trasmissione intergenerazionale delle pratiche quotidiane legate al cibo. Le generazioni più adulte mostrano livelli più bassi di spreco non solo perché dispongono di maggiore esperienza, ma anche perché hanno interiorizzato nel tempo un insieme di competenze pratiche che oggi operano come automatismi.
Queste competenze – saper conservare correttamente gli alimenti, adattare le quantità, riutilizzare gli avanzi, valutare la commestibilità oltre la data di scadenza – rappresentano un patrimonio implicito, difficilmente sostituibile attraverso la sola informazione o sensibilizzazione, in linea con le prospettive che interpretano le pratiche quotidiane come forme di sapere incorporato e socialmente trasmesso.
Allo stesso tempo, le generazioni più giovani portano con sé risorse diverse ma altrettanto rilevanti: una maggiore attenzione ai temi ambientali, una maggiore apertura all’innovazione e una maggiore familiarità con strumenti digitali che possono supportare nuove forme di gestione del cibo. Tuttavia, queste risorse non sempre si traducono automaticamente in pratiche quotidiane efficaci.
In questo quadro, emerge la necessità di ricostruire un patto generazionale che consenta di rimettere in circolo conoscenze, competenze e strumenti tra età diverse. Un patto che non sia unidirezionale, ma bidirezionale: dalle generazioni più adulte verso quelle più giovani, attraverso la trasmissione di pratiche consolidate; e dalle generazioni più giovani verso quelle più adulte, attraverso l’introduzione di nuove sensibilità e modalità di gestione”.