sabato 9 maggio 2015

C’è un cadavere di troppo, dove lo metto?

Poco tempo fa ho visto un film "Still Life": il personaggio principale svolge, come impiegato del Comune, un compito che appare surreale ovvero va alla ricerca di parenti di persone decedute  che apparentemente nessuno riconosce come un proprio congiunto.
Costui è un impiegato rigoroso che svolge il proprio lavoro col massimo del rigore e con una umanità sorprendente.
L'impiegato partecipa a quel funerale e poi trascorso un periodo di tempo ritenuto opportuno affinché un parente si faccia vivo, sparge le ceneri della salma sulle zolle del cimitero.
Ad un certo punto il Municipio decide di eliminare quell'ufficio poiché, svolto con quella coscienza, è diventato troppo oneroso, lasciando l'omino disoccupato…
E' un film tristissimo che sembra svolgersi in una situazione irreale.
Qualche giorno fa invece mi sono resa conto che in qualche modo questo mondo esiste anche qui da noi.
Le celle frigorifere delle camere mortuarie degli ospedali, e mi scuserete la macabra immagine, sono piene di cadaveri che nessuno reclama, spesso perché i funerali sono cari e mancano i soldi per questo pietoso uffizio, un funerale non costa meno di 2000/2500 euro.
Gli ospedali cercano stratagemmi più o meno crudeli, pur nella piena legalità, per fare in modo che i degenti terminali indigenti tornino a morire nelle proprie case; tra gli affetti domestici o lontani dalle loro camere mortuarie? Sarà compito del Comune e delle sue finanze occuparsene. Anche per gli immigrati è un problema morire, se si desidera tornare nel proprio paese per essere sepolti accanto ai propri cari, è meglio pensarci ed andarci da vivi, da morti costa molto più caro.
E' una condizione del nostro tempo, molto triste ma reale e concreta, anche per morire necessita denaro e la crisi si fa sentire.
Cose da matti! E pensare che in questa condizione di medico di paese pensavo già di averne viste di ogni.
Il punto è che siamo veramente in tanti in questo mondo e paradossalmente ognuno è sempre più concentrato su se stesso e sui propri bisogni o su quelli della sua stretta cerchia famigliare.
Non ci potremo salvare senza pensare a un bene comune e senza fare delle scelte radicali. (…)

Patrizia Ellena