Il Kairòs
La "rottura culturale" che, come svolta profonda, ha segnato il nostro tempo "postmoderno" ha anche registrato l'irruzione di molti stimoli positivi: il dialogo ebraico-cristiano, il cammino ecumenico, le teologie della liberazione, le teologie femministe, il dialogo con le religioni, un nuovo fiorire di ricerche esegetiche, storiche e dogmatiche (John Hick).
Lo stesso Concilio Vaticano II ha rappresentato, pur con il compromesso delle formule che lo ha caratterizzato, un momento in cui si sono aperti spazi nuovi. La ricerca cristologica vive da almeno cento anni una stagione straordinariamente viva e feconda.
Dunque, pur in mezzo a guerre e drammi, anche se stretti da tutte le parti da una politica vaticana oppressiva, Dio non ha cessato di offrirci nuove opportunità. Voglio dire che tutto questo travaglio e questo fermento ai quali ho fatto cenno possono rappresentare un Kairòs. "Kairòs è un punto della storia in cui, a motivo della particolare costellazione di eventi e di personalità, sono latenti possibilità e progressi genuinamente nuovi. Esso non è soltanto una situazione, ma è anche una opportunità. Se lo perdiamo, perdiamo qualcosa di molto importante".
Se noi, al crocevia di queste rilevanti opportunità, non assumiamo la responsabilità che il Kairos ci affida e ci rifugiamo nella ripetizione del passato, rischiamo di "porre la luce del Vangelo sotto il moggio e di rendere pin difficile la fede nella buona novella".
Cogliere questo Kairos significa per il cristianesimo , secondo questo orientamento di prassi e di pensiero, valorizzare 'l'opportunità di crescere e di evolversi in maniera genuina e di comprendere il Vangelo in modo nuovo, in una maniera che permette alla potenza del Vangelo di continuare a brillare in forme fresche e più comprensibili" (Paul Knitter).
Mi permetto qui di raccogliere alcune osservazioni di una notissima teologa protestante, J. M. HOPKINS, tratte dal suo volume "Verso una cristologia femminista" (Queriniana). Un libro assolutamente da leggere. Le riflessioni cristologiche al femminile vengono ripercorse con grande ampiezza e competenza. Molto vivace e coraggiosa la rimessa in discussione delle formulazioni di Nicea e Calcedonia, nella consapevolezza che "una cristologia dogmatica universale non è possibile" (pag. 24). "Le donne cristiane che formano la spina dorsale delle loro comunità... non credono più nelle dottrine cristologiche che odono ogni settimana esposte dal pulpito o liricamente descritte nel loro innario" (pag. 32). Calcedonia, con la sua formula del "vero Dio e vero uomo" può essere capita come "simbolo esistenziale" (pag. 97) dell'incarnazione del divino nella nostra umanità. La "dottrina della Trinità" per la nostra Autrice risulta essere un "dogma confuso" (pag. 103). Anche le formule di Calcedonia devono essere rilette come simboli e metafore: il dogma di Calcedonia, secondo cui Gesù era "vero Dio e vero uomo", può essere interpretato intendendo che Gesù era un essere umano veramente "divinizzato", cioè "invaso", guidato da Dio. "Gesù è importante soltanto se era pienamente e unicamente umano. Altrimenti parliamo di qualcosa-qualcuno che non aveva una relazione piena e unicamente umana con Dio, con le sue sorelle e i suoi fratelli" (C. Heyward, pag. 144). Per l'Autrice "la divinizzazione di Gesù cominciò quando nella missione i cristiani cercarono di dare espressione al loro senso della salvezza nel mondo greco-romano. In questo ambiente i miti discendenti e ascendenti di un redentore, l'apparizione degli dei in forme umane, animali o di spiriti, le speculazioni gnostiche su un Uomo Celeste o Divino e il culto dell'imperatore erano all'ordine del giorno" (pag. 147). Se il dogma di Calcedonia "è sorto come riflessione teologica sulla persona di Gesù di Nazareth e sull'esperienza salvifica di Dio che la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione hanno generato fra i primi cristiani… (pag. 150), noi oggi, interrogandoci sulla nostra comprensione di Gesù, possiamo formulare "comprensioni diverse" e usare altri linguaggi. La cristologia deve riscoprirsi plurale, con "molte sfaccettature" (pag. 171). "Non trovo che questa prospettiva faccia paura" (pag. 171).
Il volume edito in Italia esattamente 20 anni fa sembra essere ignorato dai biblisti ufficiali.
Franco Barbero
La "rottura culturale" che, come svolta profonda, ha segnato il nostro tempo "postmoderno" ha anche registrato l'irruzione di molti stimoli positivi: il dialogo ebraico-cristiano, il cammino ecumenico, le teologie della liberazione, le teologie femministe, il dialogo con le religioni, un nuovo fiorire di ricerche esegetiche, storiche e dogmatiche (John Hick).
Lo stesso Concilio Vaticano II ha rappresentato, pur con il compromesso delle formule che lo ha caratterizzato, un momento in cui si sono aperti spazi nuovi. La ricerca cristologica vive da almeno cento anni una stagione straordinariamente viva e feconda.
Dunque, pur in mezzo a guerre e drammi, anche se stretti da tutte le parti da una politica vaticana oppressiva, Dio non ha cessato di offrirci nuove opportunità. Voglio dire che tutto questo travaglio e questo fermento ai quali ho fatto cenno possono rappresentare un Kairòs. "Kairòs è un punto della storia in cui, a motivo della particolare costellazione di eventi e di personalità, sono latenti possibilità e progressi genuinamente nuovi. Esso non è soltanto una situazione, ma è anche una opportunità. Se lo perdiamo, perdiamo qualcosa di molto importante".
Se noi, al crocevia di queste rilevanti opportunità, non assumiamo la responsabilità che il Kairos ci affida e ci rifugiamo nella ripetizione del passato, rischiamo di "porre la luce del Vangelo sotto il moggio e di rendere pin difficile la fede nella buona novella".
Cogliere questo Kairos significa per il cristianesimo , secondo questo orientamento di prassi e di pensiero, valorizzare 'l'opportunità di crescere e di evolversi in maniera genuina e di comprendere il Vangelo in modo nuovo, in una maniera che permette alla potenza del Vangelo di continuare a brillare in forme fresche e più comprensibili" (Paul Knitter).
Mi permetto qui di raccogliere alcune osservazioni di una notissima teologa protestante, J. M. HOPKINS, tratte dal suo volume "Verso una cristologia femminista" (Queriniana). Un libro assolutamente da leggere. Le riflessioni cristologiche al femminile vengono ripercorse con grande ampiezza e competenza. Molto vivace e coraggiosa la rimessa in discussione delle formulazioni di Nicea e Calcedonia, nella consapevolezza che "una cristologia dogmatica universale non è possibile" (pag. 24). "Le donne cristiane che formano la spina dorsale delle loro comunità... non credono più nelle dottrine cristologiche che odono ogni settimana esposte dal pulpito o liricamente descritte nel loro innario" (pag. 32). Calcedonia, con la sua formula del "vero Dio e vero uomo" può essere capita come "simbolo esistenziale" (pag. 97) dell'incarnazione del divino nella nostra umanità. La "dottrina della Trinità" per la nostra Autrice risulta essere un "dogma confuso" (pag. 103). Anche le formule di Calcedonia devono essere rilette come simboli e metafore: il dogma di Calcedonia, secondo cui Gesù era "vero Dio e vero uomo", può essere interpretato intendendo che Gesù era un essere umano veramente "divinizzato", cioè "invaso", guidato da Dio. "Gesù è importante soltanto se era pienamente e unicamente umano. Altrimenti parliamo di qualcosa-qualcuno che non aveva una relazione piena e unicamente umana con Dio, con le sue sorelle e i suoi fratelli" (C. Heyward, pag. 144). Per l'Autrice "la divinizzazione di Gesù cominciò quando nella missione i cristiani cercarono di dare espressione al loro senso della salvezza nel mondo greco-romano. In questo ambiente i miti discendenti e ascendenti di un redentore, l'apparizione degli dei in forme umane, animali o di spiriti, le speculazioni gnostiche su un Uomo Celeste o Divino e il culto dell'imperatore erano all'ordine del giorno" (pag. 147). Se il dogma di Calcedonia "è sorto come riflessione teologica sulla persona di Gesù di Nazareth e sull'esperienza salvifica di Dio che la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione hanno generato fra i primi cristiani… (pag. 150), noi oggi, interrogandoci sulla nostra comprensione di Gesù, possiamo formulare "comprensioni diverse" e usare altri linguaggi. La cristologia deve riscoprirsi plurale, con "molte sfaccettature" (pag. 171). "Non trovo che questa prospettiva faccia paura" (pag. 171).
Il volume edito in Italia esattamente 20 anni fa sembra essere ignorato dai biblisti ufficiali.
Franco Barbero