Una
sfida inevitabile e feconda
Molti
cristiani di fronte alla Bibbia, alle celebrazioni liturgiche, ai
sacramenti e ai vari dogmi non provano disagio. Pensano che gli
“elementi religiosi” della loro fede siano veri e rassicuranti
proprio perché non sono soggetti al cambiamento. Quei gesti e quelle
parole vengono da una tradizione che li ha resi sacri ed intangibili.
Essi sono garantiti da un’autorità, anch’essa sacra, che al più
può proporre degli aggiornamenti. L’importante per questi fratelli
e sorelle è quella stabilità, quella continuità nella tradizione
che non esponga la fede al rischio delle pericolose novità.
Il
catechismo
Il
catechismo con le sue risposte dogmatiche e morali è come un albero
gigantesco che sopporta ogni vento. Il bene e il male trovano in esso
territori e confini ben definiti; la verità e l’errore sono anzi
dogmatizzati. Tutto è preso in considerazione e valutato in base ad
una autorità divinamente voluta e guidata.
In
questo contesto, in cui le risposte anticipano e sopravanzano le
domande, i dubbi e gli interrogativi affioranti vengono facilmente
tacitati con il ricorso alla categoria del mistero o con una
citazione biblica.
In
verità questo cristianesimo-cattolicesimo è costruito e
consolidato, anche recentemente confermato, da solenni documenti
magisteriali.
Paolo
VI il 5 giugno 1967 disse: “Le formule dogmatiche sono così
strettamente legate al loro contenuto che qualsiasi alterazione
nasconde o provoca un’alterazione nel contenuto stesso”. Il 4
dicembre 1968, come se non bastasse, aggiunse: “Non si possono
abbandonare le proprie formule in cui la dottrina è stata ponderata
e autorevolmente definita. Su questo aspetto il magistero della
Chiesa non transige”. Già nel 1965 aveva affermato: “Le formule
a cui ricorre la Chiesa per proporre i dogmi della fede esprimono
concetti che non sono legati ad una determinata forma di cultura
umana e neppure ad una determinata fase del progresso scientifico e
neppure ad una scuola teologica: esse manifestano invece
un’esperienza universale e necessaria. Per questo si dimostrano
adatte a tutti gli uomini di tutti i tempi” (in “Misterium
Fidei”, AAS 57 - 1965, pag. 758).
Se
il Concilio Vaticano II aveva aperto una porta, essa è subito stata
richiusa. Giovanni XXIII nella allocuzione di apertura del Concilio
aveva distinto tra il “deposito della fede” e la maniera di
esprimerla. Così pure la “Gaudium et spes” al n. 62.
La
defenestrazione dei teologi che Paolo VI avviò e che gli altri papi
proseguirono, con uno zelo degno di miglior causa, ha alle spalle una
“filosofia ontologica” (J. M. Vigil) che paralizza il pensiero
religioso, impedendogli di crescere, di evolvere e di adattarsi al
cambiamento della società. “è
importante riconoscere che l’epistemologia che ha dominato il
linguaggio religioso e quello della teologia tradizionale ha
mantenuto prigioniero ogni conoscenza e ogni pensiero religioso
all’interno di un carcere dal quale non riesce ad uscire” (Vigil,
“A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II”, Pazzini Editori,
pag. 72).
Tradizione
e tradizionalismo
Non
trovo modo migliore di esplicitare questo problema che riprendere una
riflessione del teologo protestante Paul Tillich del 1963 che fu data
alle stampe dopo la sua morte.
“La
tradizione è buona. Il tradizionalismo è cattivo. L’atteggiamento
tradizionalistico nei confronti della tradizione impedisce di andare
in cerca del significato vivente dei suoi elementi. Questi sono dati
per scontati e non vengono più messi in discussione. Ma soltanto se
la tradizione viene trasformata frequentemente può essere salvata
come realtà vivente. Una conseguenza fatale del tradizionalismo è
l’elusione di questioni assai serie. Sembra che le conferenze
ministeriali tendano ad evitare i problemi teologici basilari. In un
tempo in cui vengono attaccati tutti gli elementi fondamentali del
cristianesimo, tale atteggiamento acuisce fortemente l’irrilevanza.
I ministri che discutono liberamente i problemi basilari della fede
nella predicazione, nell’insegnamento e nella loro attività di
consulenza psicologica vedono spesso minacciato il loro impiego. È
poi particolarmente penoso quando avviene che gli insegnanti della
scuola di catechismo, che sanno destare l’interesse degli allievi -
accade, talvolta! - perché affrontano interrogativi che occupano le
menti dei ragazzi, vanno incontro alle accuse dei genitori o
addirittura al licenziamento, mentre sono al sicuro quelli che
controbattono a tali interrogativi con un ‘dovete credere’. Poche
cose hanno contribuito all’irrilevanza del cristianesimo quanto la
scuola di catechismo.
Una cosa che favorisce ed incoraggia il tradizionalismo è l’attesa,
da parte di molti laici, che le chiese debbano essere un caposaldo
del conformismo e in generale del conservatorismo. Essi dimenticano
che un tempo esistevano i profeti di Israele, e che nell’intera
storia del cristianesimo - per non dire di Gesù e degli apostoli -
sono stati proprio i riformatori rivoluzionari ad effettuare
continuamente i passi determinanti nello sviluppo delle chiese. A
molti le controversie sui fondamenti paiono indebolire le basi che ci
sorreggono. Non è così soltanto nelle chiese. La parola
‘controverso’ è divenuta oggi, nell’insieme, una parola
negativa. Dovrebbe essere invece una parola quanto mai positiva.
Nelle controversie, infatti, nel ‘sì e no’, è possibile
conoscere la verità, e in nessun altro modo. Se si escludono - vuoi
da parte della chiesa, vuoi da parte della società - le affermazioni
controverse, tale chiesa e tale società sono condannate ad una lenta
decadenza” (L’irrilevanza
e la rilevanza del messaggio cristiano per l’umanità oggi,
Queriniana, Brescia 1998, pag. 45).
I
grandi maestri degli anni ’60-’70 del secolo scorso, cioè
Rahner, Kung, Schillebeeckx e Spong (e molti/e altri) ci avevano
aiutati a vivere la tradizione in modo liberante. Essa divenne per
molti di noi un oceano mosso e vitale, attraversato da mille
correnti: farne uno “specchio immobile”, allora era come farne
uno stagno. In quegli anni di fiorente dibattito teologico e storico
imparammo a riconoscere la vitalità inesausta della tradizione
cristiana nei secoli, la sua fioritura plurale, l’incessante
bisogno di arricchire il tesoro ricevuto e di cambiare molte parole e
di spostare molti accenti nella “canzone viva della fede”.
Oggi
questa consapevolezza è diventata, per una parte del cristianesimo,
più profonda e questo compito di “dire Dio in modo nuovo”, nel
contesto del mondo culturale della modernità, si fa sentire come
necessario “per salvare la fede” e più urgente, anzi
indilazionabile.
Il
linguaggio teologico, catechistico, liturgico del passato diventa, a
mio avviso, una lingua straniera, un vocabolario religioso che parla
di una visione del mondo che non esiste più, che non aggancia la
vita di chi vive, respira e agisce nel clima delle acquisizioni delle
scienze moderne. Questo, almeno, nel cosiddetto Occidente.
Quali
sono, in sintesi, i nodi principali che gli uomini e le donne
“moderne” debbono affrontare se non vogliono entrare in una
“contraddizione invivibile” tra fede cristiana e cultura
contemporanea?
Nel
paradigma della modernità, assunta nel suo apporto positivo,
culturale e scientifico, non possono trovare spazio molte delle
strutture del paradigma cristiano premoderno.
Lo
spazio mi costringe a poco più di un elenco, ma i riferimenti
bibliografici e alcune citazioni potranno aiutare chi legge queste
note ad approfondire.
Il
Dio interventista
Il
Dio interventista, confinato lassù nell'alto dei cieli, che tutto
decide (“non muove foglia che Dio non voglia”), un Dio eteronomo
o dirigista, che fa succedere le cose e le guida come da una divina
tastiera, è nella coscienza culturale dell'autonomia, una presenza
senza senso, inconciliabile, un invito all'ateismo.
Un
anno importante in tale contesto è il 1750, quando Beniamino
Franklin provò che il fulmine è un fenomeno naturale che nel
passato fu sempre interpretato come un intervento tangibile della
divinità. Franklin provò che il fulmine non viene da Dio, ma da
una scarica elettrica gigantesca.
“Fu
un grande passo verso un nuovo modo di vedere la realtà. Fu soltanto
il primo” (Roger Lenaers).
Tolta
questa visione interventista, la fede in Dio diventò pienamente
componibile con la modernità: “C'è una realtà che chiamiamo Dio
che è la sorgente della vita che viviamo, il Fondamento dell'essere
che ci chiama ad essere tutto ciò che possiamo essere. Io oggi vivo
nella convinzione che non sono separato da questo Dio... L'alterità
mi viene incontro. La trascendenza mi chiama. Dio mi abbraccia...
Questo Dio non si identifica con le dottrine, i credo e le
tradizioni” (J. S. Spong, “Un cristianesimo nuovo per un mondo
Nuovo”,
Massari Editore, pag. 126).
La
“sacralizzazione” del testo biblico
Un
secondo punto che risulta indigesto per una fede inserita nel
paradigma della modernità è costituito da una lettura della Bibbia
condotta in modo acritico. Ogni testo biblico, letto nell'assemblea
liturgica, si conclude ritualmente con “Parola del Signore”.
Questa pratica è deviante.
Ora
i metodi storici e critici ci rendono avvertiti che i testi non sono
“telefonate” divine, ma la testimonianza parziale, ambigua,
umana, storicamente contingente di persone - per lo più maschi - che
hanno messo a Dio i panni della loro fede, ma anche della loro
cultura, delle loro violenze, dei loro sentimenti.
Dire
l’ineffabile mistero di Dio è sempre una impresa mediata
storicamente. Senza questa attenzione e consapevolezza il Dio biblico
spesso diventa violento, geloso, guerrafondaio.
La
Bibbia non è dunque parola di Dio, ma espressione della
testimonianza di credenti che “dicono la loro fede” entro le
categorie culturali del loro tempo, ambiguità comprese.
Se
diciamo che la Bibbia è senz'altro parola di Dio, usiamo un
linguaggio puramente antropomorfico perché parlare esige una
fisiologia umana. Ma rimane ben comprensibile dentro la nostra
cultura il fatto che mediante questa raccolta di scritti umani gli
autori ci hanno trasmesso l'esperienza del Mistero trascendente così
come l'hanno vissuto. In questa montagna di testimonianze noi
cerchiamo le pietre preziose, le gemme, le immagini che ci parlano di
Dio che ci viene incontro e ci interpella, che apre un dialogo con
noi.
In
questo senso possiamo, con il biblista Carlos Mesters, dire che “Dio
parla ancora” attraverso la Bibbia.
Fornisce
un apporto significativo in questa direzione il recente libro di Vito
Mancuso (“Dio e il suo destino”, Garzanti, Milano 2015). L’Autore
pone sotto il nome di Deus tutto quel linguaggio e quella figura di
Dio, talvolta presente anche nei due Testamenti, che ne fanno un
essere collocato lassù, come imperatore metafisico, che tutto decide
e che spesso ha i connotati della violenza. Alla ricerca di un Dio
della misericordia, sia immanente che trascendente, è necessario un
superamento di questo Dio così gelosamente custodito e predicato
nelle chiese cristiane. Ma occorre un accostamento alla Bibbia che
sia consapevole di questi aspetti problematici ed inaccettabili per
prendere congedo da questo Deus.
Cultura
di genere e dei diritti
Va
da sé che la cultura dei diritti e di genere che ha fatto
progressiva irruzione nella modernità resta assolutamente
inconciliabile con la struttura patriarcale della chiesa, come la
vasta e profonda elaborazione delle teologie femministe ha
dimostrato. Ma sul piano della teologia morale l'elaborazione e il
ribadimento del modello unico di famiglia suonano ormai in contrasto
aperto con le acquisizioni dell'antropologia, della psicanalisi e del
diritto. Ma, come una inesausta e feconda rete di ricerche bibliche e
teologiche ha dimostrato, questa ideologia patriarcale del modello
unico è assolutamente non congruente con il messaggio inclusivo di
Dio come amore primordiale che abbraccia ogni creatura. Ma
soprattutto una chiesa che non riconosca la innovativa potenzialità
del ministero delle donne e la loro profezia non può oggi annunciare
il messaggio liberante del vangelo e porta in sé tutte le patologie
del potere.
Cristologie
Così
pure l’aver imprigionato il Gesù di Nazareth dentro una
formulazione che a Nicea, Costantinopoli e Calcedonia ha dogmatizzato
delle interpretazioni teologiche, comprensibili nel dibattito di
allora e dentro il contesto culturale di quei secoli, diventa un vero
ostacolo
sul
cammino della fede. Il Gesù Dio da Dio, la realtà dogmatica
dell'incarnazione, la verginità perpetua di Maria, la Trinità
ontologica delle tre persone divine uguali e distinte, sono “verità”
che non sono più armonizzabili per chi dall’illuminismo alla
modernità, ha valorizzato e accuratamente distinto gli apporti del
linguaggio mitico, storico, simbolico. Paradossalmente il cristiano
si trova, fin dal catechismo, spinto ad entrare in una mentalità
dogmatica che fa di Gesù un vero scomparso.
Peccato
originale
Ci
sono poi dottrine che, come il dogma del peccato originale,
totalmente estraneo al mito dell'origine nella Bibbia ebraica, sono
in aperta contraddizione con la teologia della creazione. Il
Catechismo della Chiesa Cattolica dice: “il racconto della caduta
(Gn. 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento
primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia
dell'uomo. Per il peccato dei nostri progenitori andrà perduta tutta
l'armonia della giustizia originale che Dio, nel suo disegno, aveva
previsto per l'uomo” (n. 379). “La Rivelazione ci dà la
certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa
originale liberamente commessa dai nostri progenitori” (n. 390).
Questa ombra del peccato che si tramanda e si trasmette di
generazione in generazione oscurerà nei secoli il messaggio biblico
fondamentale della bontà della creazione, che, con i suoi limiti,
le sue contraddizioni e le sue incompiutezze, è spazio epifanico
della presenza
amorosa
ed accompagnatrice di Dio. Se poi percorrete il rituale del
Battesimo, sulla lode al Dio della creazione prevale l'idea della
cancellazione del peccato originale e l’esorcismo. Davanti allo
sbocciare della vita, come si fa a pensare all'esorcismo?
Inferno,
suffragio, indulgenze
Ma
ancora più inconciliabili sono dottrine, diventate dogmi, come la
dannazione eterna, le indulgenze e il suffragio. Un Dio che condanni
per sempre è la contraddizione più stridente con il Dio della
misericordia che in molti tratti le Scritture ci testimoniano: “La
chiesa nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua
eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato
mortale, dopo la morte, discendono immediatamente negli inferi, dove
subiscono le pene dell'inferno, il fuoco eterno.
La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da
Dio...” (n. 1035). Un Dio sorgente di vita e fonte d’amore non ha
nulla in comune con questa figura mostruosa di un Dio giudice -
giustiziere.
Dove
questo Dio contabile mostra il suo volto più sadico e ripugnante è
nello sviluppo della teoria dell'espiazione, puntualmente ribadito
nel Catechismo della Chiesa Cattolica alle voci “espiazione e
sacrificio”. Si deve ad Anselmo di Aosta lo sviluppo sistematico di
questa
impostazione:
“L'impianto giuridico inscritto nella teologia della redenzione
(peccato come offesa di Dio, la punizione proporzionata, il merito
come diritto ad avere un premio) ha condotto all'assunzione della
categoria di soddisfazione e alla distinzione tra pena eterna e pene
temporali del peccato. Soddisfazione indica la prestazione con cui
Gesù avrebbe compensato il Padre dell'offesa recatagli dai peccati
umani, secondo il rigore della divina giustizia. Dio, infatti,
essendo giusto, non avrebbe potuto perdonare l'uomo, senza una degna
e proporzionata soddisfazione, che però solo un uomo - Dio avrebbe
potuto offrire in modo adeguato. Da questo assunto Anselmo, con
rigore logico, deduceva la necessità dell'incarnazione” (Carlo
Molari, Rocca 4/2016).
La
forma biblica che fa di Gesù “la vittima di espiazione per i
nostri peccati” (1 Gv 4,10), diventata quasi l'unica lettura
teologica del significato della morte di Gesù, dimostra quanto noi
esseri umani facciamo fatica a superare la mentalità contrattuale e
ad aprirci alla sconfinata gratuità dell'amore di Dio.
La
possibile conciliazione
Lungi
dal presumere di aver presentato in modo completo ed adeguato il
paradigma teologico tradizionale premoderno, ho inteso sottolineare
che per molti cristiani/e, che respirano l'aria e la cultura della
modernità, esso è diventato inconciliabile per la loro fede. Se la
fede mi costringesse ad allinearmi a quel paradigma, io sarei
certamente ateo.
Ma
in realtà la cultura della modernità, cioè il nostro orizzonte
culturale non sancisce affatto l'inconciliabilità con la fede
cristiana e non costituisce soltanto un pericolo o una sfida. Si
tratta piuttosto, in larga misura, di una opportunità da cogliere,
di un pressante invito al rinnovamento: “Il linguaggio teologico
deve assumere il sapore di un seria condizione delle domande del
mondo... Il nostro orizzonte culturale suscita energie nuove e da
esso derivano le attuali frontiere di speranza e di rivoluzione.
Tanto più la teologia si
apre,
deponendo le vesti della paura, tanto più si mette in ascolto dei
segni dei tempi per rendersi portatrice di un messaggio profetico e
attuale” (Antonio Ballarò, Rocca 3/2016). Fede e modernità si
possono fecondare. Chi imbocca questa strada, sa che nella medesima
chiesa esistono altri percorsi, più o meno segnati dal paradigma
premoderno.
Il
nostro “paradigma occidentale” non può né isolarsi né ignorare
che esistono cristianesimi e cattolicesimi diversi nei quali uomini e
donne hanno vissuto e vivono una fede feconda.
Si
tratta di un dialogo necessario e difficile, ma esso non comporta
affatto che nascondiamo il convincimento che “il mondo moderno non
potrà capire ed accettare il nostro messaggio cristiano, se questo
rimane formulato nei concetti del passato” (Roger Lenaers).
Si
tratta di percorrere un sentiero minoritario in cui ci sorregge la
fiducia in Dio e anche l'amore per la nostra comunità ecclesiale,
anzi per il cristianesimo nelle sue molteplici versioni. Riprendendo
ancora un pensiero di Lenaers, questo impegno è un servizio al
mondo, perché l'umanità, per uscire dai suoi enormi problemi, ha un
bisogno urgente della persona e del messaggio di Gesù".
Chi
sa guardare lontano conosce che spesso sono i piccoli passi che
portano lontano e che si tratta di una impresa in cui c’è bisogno
di molte intelligenze, di molti cuori, di molta speranza.
Franco
Barbero