domenica 3 aprile 2016

PRESENTO UN MIO STUDIO SUI LINGUAGGI DELLA FEDE

Una sfida inevitabile e feconda

Molti cristiani di fronte alla Bibbia, alle celebrazioni liturgiche, ai sacramenti e ai vari dogmi non provano disagio. Pensano che gli “elementi religiosi” della loro fede siano veri e rassicuranti proprio perché non sono soggetti al cambiamento. Quei gesti e quelle parole vengono da una tradizione che li ha resi sacri ed intangibili. Essi sono garantiti da un’autorità, anch’essa sacra, che al più può proporre degli aggiornamenti. L’importante per questi fratelli e sorelle è quella stabilità, quella continuità nella tradizione che non esponga la fede al rischio delle pericolose novità.

Il catechismo
Il catechismo con le sue risposte dogmatiche e morali è come un albero gigantesco che sopporta ogni vento. Il bene e il male trovano in esso territori e confini ben definiti; la verità e l’errore sono anzi dogmatizzati. Tutto è preso in considerazione e valutato in base ad una autorità divinamente voluta e guidata.
In questo contesto, in cui le risposte anticipano e sopravanzano le domande, i dubbi e gli interrogativi affioranti vengono facilmente tacitati con il ricorso alla categoria del mistero o con una citazione biblica.
In verità questo cristianesimo-cattolicesimo è costruito e consolidato, anche recentemente confermato, da solenni documenti magisteriali.
Paolo VI il 5 giugno 1967 disse: “Le formule dogmatiche sono così strettamente legate al loro contenuto che qualsiasi alterazione nasconde o provoca un’alterazione nel contenuto stesso”. Il 4 dicembre 1968, come se non bastasse, aggiunse: “Non si possono abbandonare le proprie formule in cui la dottrina è stata ponderata e autorevolmente definita. Su questo aspetto il magistero della Chiesa non transige”. Già nel 1965 aveva affermato: “Le formule a cui ricorre la Chiesa per proporre i dogmi della fede esprimono concetti che non sono legati ad una determinata forma di cultura umana e neppure ad una determinata fase del progresso scientifico e neppure ad una scuola teologica: esse manifestano invece un’esperienza universale e necessaria. Per questo si dimostrano adatte a tutti gli uomini di tutti i tempi” (in “Misterium Fidei”, AAS 57 - 1965, pag. 758).
Se il Concilio Vaticano II aveva aperto una porta, essa è subito stata richiusa. Giovanni XXIII nella allocuzione di apertura del Concilio aveva distinto tra il “deposito della fede” e la maniera di esprimerla. Così pure la “Gaudium et spes” al n. 62.
La defenestrazione dei teologi che Paolo VI avviò e che gli altri papi proseguirono, con uno zelo degno di miglior causa, ha alle spalle una “filosofia ontologica” (J. M. Vigil) che paralizza il pensiero religioso, impedendogli di crescere, di evolvere e di adattarsi al cambiamento della società. “è importante riconoscere che l’epistemologia che ha dominato il linguaggio religioso e quello della teologia tradizionale ha mantenuto prigioniero ogni conoscenza e ogni pensiero religioso all’interno di un carcere dal quale non riesce ad uscire” (Vigil, “A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II”, Pazzini Editori, pag. 72).

Tradizione e tradizionalismo
Non trovo modo migliore di esplicitare questo problema che riprendere una riflessione del teologo protestante Paul Tillich del 1963 che fu data alle stampe dopo la sua morte.
La tradizione è buona. Il tradizionalismo è cattivo. L’atteggiamento tradizionalistico nei confronti della tradizione impedisce di andare in cerca del significato vivente dei suoi elementi. Questi sono dati per scontati e non vengono più messi in discussione. Ma soltanto se la tradizione viene trasformata frequentemente può essere salvata come realtà vivente. Una conseguenza fatale del tradizionalismo è l’elusione di questioni assai serie. Sembra che le conferenze ministeriali tendano ad evitare i problemi teologici basilari. In un tempo in cui vengono attaccati tutti gli elementi fondamentali del cristianesimo, tale atteggiamento acuisce fortemente l’irrilevanza. I ministri che discutono liberamente i problemi basilari della fede nella predicazione, nell’insegnamento e nella loro attività di consulenza psicologica vedono spesso minacciato il loro impiego. È poi particolarmente penoso quando avviene che gli insegnanti della scuola di catechismo, che sanno destare l’interesse degli allievi - accade, talvolta! - perché affrontano interrogativi che occupano le menti dei ragazzi, vanno incontro alle accuse dei genitori o addirittura al licenziamento, mentre sono al sicuro quelli che controbattono a tali interrogativi con un ‘dovete credere’. Poche cose hanno contribuito all’irrilevanza del cristianesimo quanto la scuola di catechismo. Una cosa che favorisce ed incoraggia il tradizionalismo è l’attesa, da parte di molti laici, che le chiese debbano essere un caposaldo del conformismo e in generale del conservatorismo. Essi dimenticano che un tempo esistevano i profeti di Israele, e che nell’intera storia del cristianesimo - per non dire di Gesù e degli apostoli - sono stati proprio i riformatori rivoluzionari ad effettuare continuamente i passi determinanti nello sviluppo delle chiese. A molti le controversie sui fondamenti paiono indebolire le basi che ci sorreggono. Non è così soltanto nelle chiese. La parola ‘controverso’ è divenuta oggi, nell’insieme, una parola negativa. Dovrebbe essere invece una parola quanto mai positiva. Nelle controversie, infatti, nel ‘sì e no’, è possibile conoscere la verità, e in nessun altro modo. Se si escludono - vuoi da parte della chiesa, vuoi da parte della società - le affermazioni controverse, tale chiesa e tale società sono condannate ad una lenta decadenza” (L’irrilevanza e la rilevanza del messaggio cristiano per l’umanità oggi, Queriniana, Brescia 1998, pag. 45).
I grandi maestri degli anni ’60-’70 del secolo scorso, cioè Rahner, Kung, Schillebeeckx e Spong (e molti/e altri) ci avevano aiutati a vivere la tradizione in modo liberante. Essa divenne per molti di noi un oceano mosso e vitale, attraversato da mille correnti: farne uno “specchio immobile”, allora era come farne uno stagno. In quegli anni di fiorente dibattito teologico e storico imparammo a riconoscere la vitalità inesausta della tradizione cristiana nei secoli, la sua fioritura plurale, l’incessante bisogno di arricchire il tesoro ricevuto e di cambiare molte parole e di spostare molti accenti nella “canzone viva della fede”.
Oggi questa consapevolezza è diventata, per una parte del cristianesimo, più profonda e questo compito di “dire Dio in modo nuovo”, nel contesto del mondo culturale della modernità, si fa sentire come necessario “per salvare la fede” e più urgente, anzi indilazionabile.
Il linguaggio teologico, catechistico, liturgico del passato diventa, a mio avviso, una lingua straniera, un vocabolario religioso che parla di una visione del mondo che non esiste più, che non aggancia la vita di chi vive, respira e agisce nel clima delle acquisizioni delle scienze moderne. Questo, almeno, nel cosiddetto Occidente.
Quali sono, in sintesi, i nodi principali che gli uomini e le donne “moderne” debbono affrontare se non vogliono entrare in una “contraddizione invivibile” tra fede cristiana e cultura contemporanea?
Nel paradigma della modernità, assunta nel suo apporto positivo, culturale e scientifico, non possono trovare spazio molte delle strutture del paradigma cristiano premoderno.
Lo spazio mi costringe a poco più di un elenco, ma i riferimenti bibliografici e alcune citazioni potranno aiutare chi legge queste note ad approfondire.

Il Dio interventista
Il Dio interventista, confinato lassù nell'alto dei cieli, che tutto decide (“non muove foglia che Dio non voglia”), un Dio eteronomo o dirigista, che fa succedere le cose e le guida come da una divina tastiera, è nella coscienza culturale dell'autonomia, una presenza senza senso, inconciliabile, un invito all'ateismo.
Un anno importante in tale contesto è il 1750, quando Beniamino Franklin provò che il fulmine è un fenomeno naturale che nel passato fu sempre interpretato come un intervento tangibile della divinità. Franklin provò che il fulmine non viene da Dio, ma da una scarica elettrica gigantesca.
Fu un grande passo verso un nuovo modo di vedere la realtà. Fu soltanto il primo” (Roger Lenaers).
Tolta questa visione interventista, la fede in Dio diventò pienamente componibile con la modernità: “C'è una realtà che chiamiamo Dio che è la sorgente della vita che viviamo, il Fondamento dell'essere che ci chiama ad essere tutto ciò che possiamo essere. Io oggi vivo nella convinzione che non sono separato da questo Dio... L'alterità mi viene incontro. La trascendenza mi chiama. Dio mi abbraccia... Questo Dio non si identifica con le dottrine, i credo e le tradizioni” (J. S. Spong, “Un cristianesimo nuovo per un mondo
Nuovo”, Massari Editore, pag. 126).

La “sacralizzazione” del testo biblico
Un secondo punto che risulta indigesto per una fede inserita nel paradigma della modernità è costituito da una lettura della Bibbia condotta in modo acritico. Ogni testo biblico, letto nell'assemblea liturgica, si conclude ritualmente con “Parola del Signore”. Questa pratica è deviante.
Ora i metodi storici e critici ci rendono avvertiti che i testi non sono “telefonate” divine, ma la testimonianza parziale, ambigua, umana, storicamente contingente di persone - per lo più maschi - che hanno messo a Dio i panni della loro fede, ma anche della loro cultura, delle loro violenze, dei loro sentimenti.
Dire l’ineffabile mistero di Dio è sempre una impresa mediata storicamente. Senza questa attenzione e consapevolezza il Dio biblico spesso diventa violento, geloso, guerrafondaio.
La Bibbia non è dunque parola di Dio, ma espressione della testimonianza di credenti che “dicono la loro fede” entro le categorie culturali del loro tempo, ambiguità comprese.
Se diciamo che la Bibbia è senz'altro parola di Dio, usiamo un linguaggio puramente antropomorfico perché parlare esige una fisiologia umana. Ma rimane ben comprensibile dentro la nostra cultura il fatto che mediante questa raccolta di scritti umani gli autori ci hanno trasmesso l'esperienza del Mistero trascendente così come l'hanno vissuto. In questa montagna di testimonianze noi cerchiamo le pietre preziose, le gemme, le immagini che ci parlano di Dio che ci viene incontro e ci interpella, che apre un dialogo con noi.
In questo senso possiamo, con il biblista Carlos Mesters, dire che “Dio parla ancora” attraverso la Bibbia.
Fornisce un apporto significativo in questa direzione il recente libro di Vito Mancuso (“Dio e il suo destino”, Garzanti, Milano 2015). L’Autore pone sotto il nome di Deus tutto quel linguaggio e quella figura di Dio, talvolta presente anche nei due Testamenti, che ne fanno un essere collocato lassù, come imperatore metafisico, che tutto decide e che spesso ha i connotati della violenza. Alla ricerca di un Dio della misericordia, sia immanente che trascendente, è necessario un superamento di questo Dio così gelosamente custodito e predicato nelle chiese cristiane. Ma occorre un accostamento alla Bibbia che sia consapevole di questi aspetti problematici ed inaccettabili per prendere congedo da questo Deus.

Cultura di genere e dei diritti
Va da sé che la cultura dei diritti e di genere che ha fatto progressiva irruzione nella modernità resta assolutamente inconciliabile con la struttura patriarcale della chiesa, come la vasta e profonda elaborazione delle teologie femministe ha dimostrato. Ma sul piano della teologia morale l'elaborazione e il ribadimento del modello unico di famiglia suonano ormai in contrasto aperto con le acquisizioni dell'antropologia, della psicanalisi e del diritto. Ma, come una inesausta e feconda rete di ricerche bibliche e teologiche ha dimostrato, questa ideologia patriarcale del modello unico è assolutamente non congruente con il messaggio inclusivo di Dio come amore primordiale che abbraccia ogni creatura. Ma soprattutto una chiesa che non riconosca la innovativa potenzialità del ministero delle donne e la loro profezia non può oggi annunciare il messaggio liberante del vangelo e porta in sé tutte le patologie del potere.

Cristologie
Così pure l’aver imprigionato il Gesù di Nazareth dentro una formulazione che a Nicea, Costantinopoli e Calcedonia ha dogmatizzato delle interpretazioni teologiche, comprensibili nel dibattito di allora e dentro il contesto culturale di quei secoli, diventa un vero ostacolo
sul cammino della fede. Il Gesù Dio da Dio, la realtà dogmatica dell'incarnazione, la verginità perpetua di Maria, la Trinità ontologica delle tre persone divine uguali e distinte, sono “verità” che non sono più armonizzabili per chi dall’illuminismo alla modernità, ha valorizzato e accuratamente distinto gli apporti del linguaggio mitico, storico, simbolico. Paradossalmente il cristiano si trova, fin dal catechismo, spinto ad entrare in una mentalità dogmatica che fa di Gesù un vero scomparso.

Peccato originale
Ci sono poi dottrine che, come il dogma del peccato originale, totalmente estraneo al mito dell'origine nella Bibbia ebraica, sono in aperta contraddizione con la teologia della creazione. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice: “il racconto della caduta (Gn. 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia dell'uomo. Per il peccato dei nostri progenitori andrà perduta tutta l'armonia della giustizia originale che Dio, nel suo disegno, aveva previsto per l'uomo” (n. 379). “La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori” (n. 390). Questa ombra del peccato che si tramanda e si trasmette di generazione in generazione oscurerà nei secoli il messaggio biblico fondamentale della bontà della creazione, che, con i suoi limiti, le sue contraddizioni e le sue incompiutezze, è spazio epifanico della presenza
amorosa ed accompagnatrice di Dio. Se poi percorrete il rituale del Battesimo, sulla lode al Dio della creazione prevale l'idea della cancellazione del peccato originale e l’esorcismo. Davanti allo sbocciare della vita, come si fa a pensare all'esorcismo?

Inferno, suffragio, indulgenze
Ma ancora più inconciliabili sono dottrine, diventate dogmi, come la dannazione eterna, le indulgenze e il suffragio. Un Dio che condanni per sempre è la contraddizione più stridente con il Dio della misericordia che in molti tratti le Scritture ci testimoniano: “La chiesa nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte, discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, il fuoco eterno. La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio...” (n. 1035). Un Dio sorgente di vita e fonte d’amore non ha nulla in comune con questa figura mostruosa di un Dio giudice - giustiziere.
Dove questo Dio contabile mostra il suo volto più sadico e ripugnante è nello sviluppo della teoria dell'espiazione, puntualmente ribadito nel Catechismo della Chiesa Cattolica alle voci “espiazione e sacrificio”. Si deve ad Anselmo di Aosta lo sviluppo sistematico di questa
impostazione: “L'impianto giuridico inscritto nella teologia della redenzione (peccato come offesa di Dio, la punizione proporzionata, il merito come diritto ad avere un premio) ha condotto all'assunzione della categoria di soddisfazione e alla distinzione tra pena eterna e pene temporali del peccato. Soddisfazione indica la prestazione con cui Gesù avrebbe compensato il Padre dell'offesa recatagli dai peccati umani, secondo il rigore della divina giustizia. Dio, infatti, essendo giusto, non avrebbe potuto perdonare l'uomo, senza una degna e proporzionata soddisfazione, che però solo un uomo - Dio avrebbe potuto offrire in modo adeguato. Da questo assunto Anselmo, con rigore logico, deduceva la necessità dell'incarnazione” (Carlo Molari, Rocca 4/2016).
La forma biblica che fa di Gesù “la vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4,10), diventata quasi l'unica lettura teologica del significato della morte di Gesù, dimostra quanto noi esseri umani facciamo fatica a superare la mentalità contrattuale e ad aprirci alla sconfinata gratuità dell'amore di Dio.

La possibile conciliazione
Lungi dal presumere di aver presentato in modo completo ed adeguato il paradigma teologico tradizionale premoderno, ho inteso sottolineare che per molti cristiani/e, che respirano l'aria e la cultura della modernità, esso è diventato inconciliabile per la loro fede. Se la fede mi costringesse ad allinearmi a quel paradigma, io sarei certamente ateo.
Ma in realtà la cultura della modernità, cioè il nostro orizzonte culturale non sancisce affatto l'inconciliabilità con la fede cristiana e non costituisce soltanto un pericolo o una sfida. Si tratta piuttosto, in larga misura, di una opportunità da cogliere, di un pressante invito al rinnovamento: “Il linguaggio teologico deve assumere il sapore di un seria condizione delle domande del mondo... Il nostro orizzonte culturale suscita energie nuove e da esso derivano le attuali frontiere di speranza e di rivoluzione. Tanto più la teologia si
apre, deponendo le vesti della paura, tanto più si mette in ascolto dei segni dei tempi per rendersi portatrice di un messaggio profetico e attuale” (Antonio Ballarò, Rocca 3/2016). Fede e modernità si possono fecondare. Chi imbocca questa strada, sa che nella medesima chiesa esistono altri percorsi, più o meno segnati dal paradigma premoderno.
Il nostro “paradigma occidentale” non può né isolarsi né ignorare che esistono cristianesimi e cattolicesimi diversi nei quali uomini e donne hanno vissuto e vivono una fede feconda.
Si tratta di un dialogo necessario e difficile, ma esso non comporta affatto che nascondiamo il convincimento che “il mondo moderno non potrà capire ed accettare il nostro messaggio cristiano, se questo rimane formulato nei concetti del passato” (Roger Lenaers).
Si tratta di percorrere un sentiero minoritario in cui ci sorregge la fiducia in Dio e anche l'amore per la nostra comunità ecclesiale, anzi per il cristianesimo nelle sue molteplici versioni. Riprendendo ancora un pensiero di Lenaers, questo impegno è un servizio al mondo, perché l'umanità, per uscire dai suoi enormi problemi, ha un bisogno urgente della persona e del messaggio di Gesù".
Chi sa guardare lontano conosce che spesso sono i piccoli passi che portano lontano e che si tratta di una impresa in cui c’è bisogno di molte intelligenze, di molti cuori, di molta speranza.

Franco Barbero