Se
Gesù entrasse oggi in una chiesa quando si sta recitando il Credo
impallidirebbe perché la dogmatica cristologica non ha nessuna
parentela con il Gesù ebreo:
“Al
Gesù storico, all’ebreo Gesù, le prime tre righe e le ultime due
sarebbero apparse familiari, ed egli, anche se non pensava in termini
teologici, non avrebbe avuto difficoltà ad approvarle:
Credo
in un solo Dio, Padre onnipotente,
Creatore
del cielo e della terra,
di
tutte le cose visibili e invisibili [….]
Aspetto
la risurrezione dei morti
e
la vita del mondo che verrà.
Ma
sarebbe rimasto senz’altro perplesso (mystified) dalle restanti
ventiquattro righe. Esse paiono aver poco a che fare con la religione
che egli ha predicato e osservato. Ma le dottrine che esse proclamano
– la condizione da sempre e per sempre divina di Cristo, la sua
incarnazione, la redenzione di tutta l’umanità prodottasi per
mezzo della sua crocifissione, l’elevazione che la seguì e
soprattutto la Trinità di Padre, Figlio e Spirito Santo –
costituiscono il fondamento della fede di cui egli viene considerato
il creatore”.
Scrive
queste righe, da sommo studioso dell’ebraismo, nel suo capolavoro
“Gesù l’ebreo” (Borla Editore) il professor Geza Vermès.
Il
libro vide la luce in Italia nel 1983. E’ un capolavoro con il
quale confrontarsi. Sono passati quarant’anni ma il testo è di
piena attualità per coloro che adorano Dio, detestano la dogmatica e
amano la ricerca.
E’ uno dei libri – leggerete sul blog – che
presenterò nei martedì di luglio. Gesù di Nazareth, a sentire il
Credo di Nicea e Costantinopoli, quello che si recita in chiesa ogni
domenica, penserebbe che si parli di un altro. Le ultime ventiquattro
righe gli sono estranee e incomprensibili.