28-12-2019 - di: Tomaso Montanari
Prendendo
a prestito un’espressione dal linguaggio dell’esegesi biblica, si
potrebbe dire che le dimissioni di Lorenzo Fioramonti dal Ministero
dell’Istruzione, Università e Ricerca sono un “segno contraddetto”. Un
segno politicamente profetico: cioè un giudizio chiaro e critico sulla
realtà, e dunque l’annuncio di una possibile diversità. Ma, appunto, un
segno contraddetto: non riconosciuto come tale, contestato, non
compreso. Un gesto radicalmente antisistema: che il sistema, dunque,
rigetta.
In
Italia i ministri si dimettono (quando, raramente, si dimettono) se
travolti dallo scandalo, o più raramente per questioni politiche, per
esempio per un cambio di maggioranza. Non ha forse precedenti nella
storia repubblicana il caso di un ministro che si dimette perché il
governo di cui fa parte, e dunque in primo luogo il suo presidente del
Consiglio, non gli ha permesso di fare il proprio lavoro, onorando il
giuramento sulla Costituzione.
Naturalmente,
alcuni suoi colleghi di partito (o di movimento: ma davvero nulla
cambia se non la parola) lo hanno immediatamente attaccato: accusandolo
di codardia, diserzione, “animabellismo”. E così ha puntualmente fatto
la stampa organica al governo. Segni tristissimi del sistema in cui si è
così velocemente cristallizzata una forza politica che si diceva
antisistema.
Ma
la realtà è un’altra: ed è tanto lineare da essere incomprensibile per
chi ragiona con la mentalità irreale della politica politicata. Dopo
aver ben compreso, durante il disastroso dicastero Bussetti, quale fosse
il limite minimo di galleggiamento della scuola e dell’università
italiane in fatto di finanziamenti, Fioramonti aveva messo come
condizione della sua accettazione del posto da ministro il
raggiungimento di quel limite. In soldoni: due miliardi per la scuola,
un miliardo per l’università. Alla fine, le necessità minime della
scuola sono state soddisfatte, ma quelle dell’università no. Giuseppe
Conte ha trovato in poche ore 900 milioni per la Popolare di Bari, ma in
tutti i mesi del suo secondo governo non ha voluto mettere sul tavolo
un miliardo per l’università italiana. Fioramonti ha aspettato fino a
quando la sua sconfitta non è stata certificata dal voto finale sulla
legge di stabilità. Pochi giorni prima di Natale ha parlato con Conte e
Mattarella, che sono stati capaci di dirgli soltanto che lo capivano, e
che la sua posizione era seria e rispettabile: ma non hanno alzato un
dito per creare le condizioni per farlo rimanere.
E
così, alla fine, Fioramonti ha fatto quello che aveva detto: debolezza
evidentemente imperdonabile per un politico italiano. Aspettare ancora,
rimanere dopo la finanziaria, avrebbe voluto dichiarare che l’obiettivo
era cambiato: dal servizio alla scuola e all’università alla gestione
del proprio potere. Perché una cosa è evidente: dimettendosi, Fioramonti
si è suicidato, sul piano politico. Nessuno capirebbe un suo sostegno
“esterno” a quel Conte che ne ha determinato le dimissioni con una
scelta così grave. Né credo che un ennesimo gruppo parlamentare di
transfughi avrebbe alcun senso. La logica della situazione dice che,
presto o tardi, il futuro di Fioramonti sarà il ritorno alla sua vita di
professore: a quella vita “altra” dalla politica che gli ha consentito
una libertà, un coraggio e una determinazione che i professionisti della
politica (inclusi quelli, nuovissimi e tristissimi, a cinque stelle)
non potranno mai avere.
Ma,
a modo suo, Fioramonti non è uno sconfitto: anzi è uno che ha con
questo gesto ha avuto uno straordinario successo. Ha scritto Michael
Walzer: «Il successo così come viene misurato dal mondo non è il metro
adatto a valutare la critica sociale. Il critico si misura dalle tracce
che recano coloro che lo ascoltano e leggono le sue opere, dai conflitti
che egli li costringe a sperimentare, non solo nel presente, ma anche
nel futuro, e dai ricordi che quei conflitti lasciano. Egli non riscuote
successo convincendo la gente – poiché a volte ciò è semplicemente
impossibile – quanto mantenendo viva la discussione critica. Buber si
sentì abbastanza spesso come un profeta nel deserto, ma la reazione
giusta a questa sensazione, egli scrisse, non “è ritirarsi nel ruolo
dello spettatore silenzioso, come fece Platone”. Il profeta deve
continuare a parlare, “deve trasmettere il suo messaggio. Verrà
frainteso, mal interpretato, usato in maniera impropria, o potrà persino
rafforzare e indurire la gente nella sua mancanza di fede. Ma il suo
pungiglione brucerà dentro di loro per tutto il tempo”».
Allora,
la cosa davvero importante è riflettere su chi sono i “loro” nei quali,
in queste ore, brucia il pungiglione di Fioramonti. A mio giudizio sono
tre: il Movimento 5 Stelle, il governo Conte, l’università italiana.
Fioramonti
che lascia la poltrona (e in prospettiva la politica) perché non è
riuscito a ottenere il risultato minimo necessario al cambiamento,
ricorda ai Cinque Stelle la ragione per cui sono nati: cambiare questo
Paese. Arrivati al potere, l’hanno completamente dimenticata: e infatti
alle elezioni vengono massacrati, e avanti di questo passo finiranno con
lo sparire. Qualunque esponente del Movimento prenderà quella poltrona
senza ottenere quel miliardo mancante, finirà con l’essere il
certificato vivente del tradimento di un Movimento capace di cambiare
solo la vita dei miracolati che ha portato nei palazzi romani.
Quanto
al Conte bis, un ministro (e di quale ministero!) che sbatte la porta,
fa capire che sarebbe possibile cambiare: se solo lo si volesse. Se
davvero questo governo tiepido, flaccido, insapore volesse fermare
l’ascesa di Salvini, investire in istruzione, ricerca, università
sarebbe la prima cosa da fare. La sconfitta di Fioramonti dice, invece,
che il presidente del consiglio è nudo: e cioè che il fine di questo
governo è solo stare al governo. Punto e basta.
Infine,
c’è il magico mondo dell’università italiana, cui appartengo anche io
che scrivo. Una settimana fa, la Conferenza dei rettori ha detto per la
prima volta che è a rischio «la tenuta del sistema universitario». Lo ha
scritto a Mattarella, per sostenere le richieste di Fioramonti. Ebbene,
ora che è evidente che tutto è stato inutile, i rettori stessi
dovrebbero chiamare alla mobilitazione. E se le cappe di ermellino
vietano ai magnifici rettori movimenti troppo rapidi, dovremmo essere
noi professori a farlo: o infine gli studenti! In un paese minimamente
ancora reattivo, le università dovrebbero essere occupate, gli esami
sospesi, le tesi bloccate. È Natale, è vero: siamo tutti in vacanza. Ma
quando la casa brucia, si può restare a casa?
Il
segno delle dimissioni di Fioramonti è un segno grave e fatale. Indica
la presenza di un bivio che da una parte porta a una mobilitazione di
massa del mondo universitario, fino a una rifondazione dell’università
pubblica; ma dall’altra porta a una sua massiccia privatizzazione, a un
sistema a due velocità (che sarebbe la definitiva condanna del
Mezzogiorno), a un tradimento del progetto costituzionale, e in
definitiva a un colpo micidiale alla nostra democrazia. Siamo ancora in
tempo per scegliere la prima strada. Ma queste clamorose dimissioni
natalizie potrebbero essere l’ultimo avvertimento.
Volerelaluna 4/12