Tre idee, una giustizia
di Luciano Violante
La Repubblica 3/5
C’è una
grave questione morale nella magistratura, resa ancora più evidente
dall’arresto nei giorni scorsi di un altro giudice, a Bari, e dalla
circolazione di dossier giudiziari a fini intimidatori. Risponde
all’interesse generale rimuovere le cause delle deviazioni; é quindi
ragionevole che il Parlamento intervenga. Alcuni parlamentari hanno
proposto una Commissione d’inchiesta. Sono prevedibili interferenze
politiche nei confronti di processi in corso e dell’attività che sta
svolgendo il Csm, inammissibili in uno Stato di diritto, politicamente
inopportune per le conseguenze di screditamento reciproco che ne
deriverebbero, costituzionalmente sterili perché non cambierebbero lo
stato delle cose. Il Parlamento deve comporre i conflitti, non deve
esasperarli.
Servono incisivi interventi di riforma, accompagnati da
rigorose audizioni delle commissioni parlamentari che facciano
comprendere la causa, il carattere e l’entità delle deviazioni. Occorre
innanzitutto applicare rigorosamente la Costituzione. È invalsa la
prassi, per consolidare il potere delle correnti, che alla scadenza del
quadriennio si debba rinnovare tutto il Csm. Ma la Costituzione non
prevede l’elezione contestuale dell’intero Csm; prevede invece che i
singoli componenti restino in carica per quattro anni. Oggi sei
consiglieri sono stati eletti in sostituzione di coloro che si sono
dimessi dopo la vicenda Palamara. Questi sei nuovi componenti dovrebbero
restare in carica per quattro anni, sino al 2025. Gli altri, eletti nel
2018, decadranno nel 2022. Si avvierebbe così la rotazione dei singoli e
le correnti non potrebbero più prendere accordi complessivi. La
rotazione consentirebbe di superare lo squilibrio di conoscenze tra
togati, che quando arrivano a Palazzo dei Marescialli sanno già tutto, e
laici, che devono imparare tutto sin dal primo giorno. Un secondo
intervento dovrebbe riguardare la sostituzione dei magistrati segretari e
componenti dell’Ufficio studi del Csm, che oggi vengono scelti sulla
base dell’appartenenza di corrente, con un corpo di funzionari del Csm,
non magistrati, selezionati per concorso. Il terzo intervento
riguarderebbe i rapporti tra magistrati e politici. Al momento
dell’elezione del vicepresidente del Csm, primo atto di un nuovo Csm, i
candidati, che devono essere laici, sono indotti a patteggiare il voto
con i magistrati eletti e con ciascuna corrente, in cambio di impegni
che riguardano il funzionamento e l’attività del Csm. I patti
condizionano il quadriennio. Se il vicepresidente del Csm venisse
nominato dal presidente della Repubblica, che è presidente del Csm, quei
patti non avrebbero più ragion d’essere. I gruppi parlamentari,
inoltre, potrebbero decidere, d’intesa tra loro, di non candidare
parlamentari in carica. Sarebbe utile, infine, costituire un’Alta Corte,
composta con gli stessi criteri della Corte Costituzionale, che decida
sulle impugnazioni contro le decisioni disciplinari e amministrative del
Csm. Alla stessa Corte, con alcune integrazioni, potrebbe essere
affidato il compito di decidere sulle impugnazioni relative a tutte le
decisioni dei Consigli di Presidenza della magistratura amministrativa,
contabile e tributaria. La Nuova Ricostruzione, di cui ha parlato il
presidente Draghi, richiede tanto l’impegno del Parlamento per un nuovo
rapporto di fiducia tra giustizia, politica e società, quanto l’impegno
di ciascun magistrato e dell’intera magistratura per un’etica della
professione coerente con quell’obbiettivo.