L’audacia di Biden
di Matt Browne
I primi cento giorni del primo mandato di un presidente segnano un’importante, simbolica pietra miliare — in base al successo della quale egli viene giudicato. In occasione del centesimo giorno di Biden alla Casa Bianca, ricorso il 30 aprile, i progressisti di tutto il mondo hanno iniziato a valutare i suoi primi successi e a domandarsi se il presidente abbia cominciato a modificare le norme che regolano la politica progressista e infranto il paradigma stabilito dalla Terza Via e dai suoi predecessori.
Nel caso di Biden, quando si parla di strategia politica e dell’impiego del "capitale politico" sia il contesto che la strategia appaiono radicalmente cambiati. Ricordo un’accesa conversazione avvenuta nei primi anni del nuovo millennio a margine di un Progressive Governance Summit, in cui i consiglieri di Tony Blair tentavano di persuadere quelli di Gerhard Schroeder ad accelerare delle riforme di cui il mercato del lavoro tedesco aveva molto bisogno. Ci si domandava se fosse o meno opportuno intervenire prontamente e "affrontare le questioni complesse quando ancora si dispone di capitale politico", nella speranza di vedere in seguito ripagati i propri sforzi. Schroeder temporeggiò, e molti ritengono che il suo atteggiamento finì per favorire politicamente Angela Merkel.
Benché Biden abbia perseguito senza indugio la propria agenda, ciò ha avuto sul suo capitale politico un impatto diverso. Quando Biden ha prestato giuramento, la sua capacità di distribuire rapidamente i vaccini e di far passare delle misure fiscali su larga scala in risposta alla recessione economica sembrava scarsa. Invece, ciò che sembrava difficile e politicamente gravoso non lo è stato affatto.
Le iniziative di Biden sono per lo più apprezzate dal pubblico (persino l’esitazione di fronte al vaccino è diminuita), se non dal Partito repubblicano. Stando ai sondaggi, anche il suo proposito di finanziare i futuri investimenti nelle infrastrutture per i trasporti, nelle energie rinnovabili, nell’istruzione e nell’assistenza all’infanzia attraverso l’imposizione di tasse ai ricchi e alle corporation di successo è stato accolto favorevolmente.
Intervenendo con audacia e tempestività, Biden non ha investito subito il proprio capitale politico nella speranza di mietere successivamente dei vantaggi, bensì ha investito in un programma che ha dato frutti nel breve termine.
In secondo luogo, il piano nazionale di ripresa proposto da Biden poggia su una filosofia economica sostanzialmente diversa da quella che è alla base della Terza Via. La sua decisione di fornire un sostegno incondizionato alle persone bisognose, ad esempio, o di sostenere l’idea di un asilo nido universale sono in netto contrasto con le modalità adottate negli anni Novanta e Duemila, quando l’assegnazione dei sussidi pubblici era immancabilmente legata a delle misure di incentivazione dell’impiego. Inoltre, mentre la Terza Via mirava a incentivare il commercio mediante degli sgravi fiscali pensati per favorire una crescita generale, il "piano per le famiglie americane" di Biden sarà finanziato tramite tasse sui ricchi e sulle corporation di successo, secondo un’ottica che vede l’economia come una torta a strati e che poggia sulla convinzione che lo strato più basso su cui tutto si regge (la salute, l’istruzione e il benessere dei lavoratori) sia al cuore della crescita economica e richieda investimenti a priori.
Anche se ciò significasse rinunciare a un po’ di glassa e di ciliegine sullo strato più in alto.
Terzo punto: sulla globalizzazione Biden ha adottato una posizione molto più aggressiva rispetto a quelle di Obama e Clinton. I politici della Terza Via ritenevano, in genere, che vi fosse ben poco che si potesse fare per contenere alcuni degli effetti più negativi della globalizzazione. Con una famosa metafora, Gordon Brown paragonò la finanza globale a degli uccelli migratori, affermando che il capitale internazionale sarebbe sempre sfuggito dagli ambienti ostili, favorendo invece i climi più caldi.
Biden e la sua segretaria al Tesoro Janet Yellen hanno invece già proposto un’aliquota globale di base per le corporation, e l’eliminazione di quelle scappatoie fiscali che sino a oggi hanno permesso alle multinazionali di scegliere come e dove dichiarare i propri guadagni al fine di minimizzare le tasse da pagare.
Durante i primi cento giorni del suo mandato Biden si è anche dimostrato intenzionato ad assumere un ruolo guida sul fronte del clima, ospitando un summit di leader mondiali in occasione della Giornata della Terra. Sembra che a questo internazionalismo economico e climatico il presidente in futuro voglia abbinare anche una maggiore difesa dei valori democratici nel mondo. Forse la pandemia gli impedirà di tenere nel suo primo anno da presidente un Summit per la Democrazia, ma la propensione di Biden a battersi contro i nemici della democrazia — sia in patria che all’estero — appare più marcata rispetto a coloro che lo hanno preceduto.
L’intenzione di Biden di ricostruire una società migliore, più equa e più verde, si accompagna a una nuova visione economica e alla sua profonda comprensione dell’importanza di affrontare il contesto globale della politica interna. In questo senso, la politica di Biden segna un cambio di passo rispetto alle politiche progressiste dei suoi predecessori, e si avvicina di più alla politica del dopoguerra di Roosevelt.
Resta da vedere se altri progressisti in futuro seguiranno il suo modello. Il capitale politico di Biden cresce, ma le sfide più dure sono ancora a venire.
Il suo programma è apprezzato, ma molti di coloro che lo hanno votato si aspettavano che sarebbe stato assai più cauto.
Non è dato sapere se in futuro questa audacia gli varrà dei voti. Ma a prescindere da ciò, Biden è partito con grande audacia.
L’autore è Senior Fellow al Center for American Progress e fondatore di Global Progress (traduzione di Marzia Porta)
La Repubblica, 4 maggio