La fragilità incompresa
di Chiara Saraceno
La Repubblica 30/4
L’altissima mortalità
per Covid 19 tra gli anziani e la sua concentrazione massima tra quelli
ricoverati nelle Rsa, unita alla emersione di fenomeni di grave
trascuratezza e/o violenza, come denunciato anche su questo giornale,
rischiano di trasmettere l’idea che la maggior parte degli anziani
fragili o non autosufficienti sia ricoverata nelle Rsa e che queste
siano in larga prevalenza luoghi di abbandono, da smantellare a favore
della permanenza in casa propria. È l’immagine comunicata anche dal
documento della Commissione per la riforma voluta dal ministro Speranza
(Commissione Paglia, dal nome del suo coordinatore).
Premesso
che di domiciliarità — ageing in place — si parla a livello
internazionale almeno dagli anni ’90 del secolo scorso, in Italia ciò
che scarseggia non è, appunto, la domiciliarità, quanto i servizi che la
rendono possibile senza che essa gravi totalmente sulle risorse umane,
di tempo e finanziarie dei familiari (per lo più donne), con il solo
aiuto dell’Indennità di accompagnamento che, per altro, non differenzia
per tipo di non autosufficienza e non è legato ad alcuna condizionalità
d’uso.
Secondo gli ultimi, non
aggiornatissimi, dati disponibili, gli anziani che vivono in una
residenza in Italia sono 285 mila, pari a meno del 2% dell’intera
popolazione over 65. Una percentuale di molto inferiore a quella della
maggior parte dei Paesi europei, ove la disponibilità di posti è di gran
lunga superiore (e la mortalità per Covid degli anziani, in strutture o
a casa, molto più bassa). Gli anziani fragili ospitati nelle strutture
sono nella stragrande maggioranza in età molto avanzata, in condizione
di grave fragilità o non autosufficienza, che non possono essere
adeguatamente curati a casa propria anche dalla più amorevole famiglia o
efficiente badante. Per questo è stato grave l’abbandono e il
sotto-investimento in cui sono state lasciate queste strutture, a fronte
di bisogni complessi e a più dimensioni.
Così
come è inaccettabile che proprio alle persone per le quali è essenziale
il mantenimento della relazione non mediata dal virtuale essa invece
continui ad essere in molti casi negata al di là di ogni ragionevolezza.
Bene,
dunque, che nel Pnrr, in attesa di una annunciata riforma prossima
ventura dell’intero sistema di cura per la non autosufficienza, siano
stanziati fondi per una riqualificazione di queste strutture. Speriamo
che siano accompagnate, nel bilancio ordinario, da fondi adeguati per il
personale.
Rimane, tuttavia, aperta la
questione che riguarda la stragrande maggioranza degli anziani fragili e
delle loro famiglie: come rendere sostenibile vivere nel proprio
contesto senza dover contare solo sulla solidarietà dei familiari e, per
chi può, sui badanti — gli uni e gli altri non sempre con le competenze
adatte a offrire un sostegno appropriato. Si tenga conto che in Italia
riceve un aiuto domiciliare, spesso di poche ore settimanali, solo il 6%
della popolazione anziana, a fronte del 17% della Svizzera, 15% della
Germania, 9% di Olanda e Spagna — Paesi che pure hanno molti più posti
residenziali.
Nel Pnrr si parla molto di sostegno ai servizi
domiciliari, ma essi sembrano intesi solo come servizi Adi che,
nonostante il nome (assistenza domiciliare integrata), sono erogati dal
servizio sanitario al termine di un ricovero, per seguire il decorso
post-intervento e per un periodo breve. La non autosufficienza richiede
cure, non esclusivamente sanitarie, di maggiore o minore intensità, di
lungo e non prevedibile periodo, per accompagnare la persona nella vita
quotidiana e che terminano solo con la morte. Non investire in servizi
di cura continuativi per la fragilità e non autosufficienza significa
bloccare sul nascere il possibile processo di riforma.