A chi parlano i talebani
di Renzo Guolo
La Repubblica 18/8
Che impatto avrà, nella galassia islamista, il ritorno dei talebani a Kabul? La catastrofe occidentale in Afghanistan contiene in sé gli elementi di un nuovo mito di fondazione, pur nutrito di elementi “classici”: l’inevitabile sconfitta dei nemici di Dio e la vittoria dei “credenti”, l’irrilevanza del tempo lineare a favore del tempo circolare che, inesorabilmente, invera la volontà divina; l’etica della convinzione opposta a quella fondata su mutevoli interessi; la disponibilità a mettere in gioco la vita per una causa assoluta che agli “infedeli” non può che apparire insensata.
Simbolicamente, il vero ritorno è dato dalla riproposizione attivistica del Mito resa possibile dalla trionfale vittoria. Del resto, anche il precedente mito fondativo, quello che ha dato inizio a tutto, era stato forgiato nelle tempeste d’acciaio scatenatesi nel Paese dei Monti al tempo della Jihad antisovietica. Anche se allora erano stati i mujahidin di fuori, che nei campi di Bin Laden avevano la loro palestra ideologica, a dargli forma e sostanza. L’ideologo di origine giordano-palestinese Abdullah Azzam, che dalle colonne di Al Jihad , foglio del panislamismo jihadista, lo aveva reso incandescente annunciando profeticamente: “Ora tocca ai sovietici, poi agli americani!”.
A più di trent’anni dal passaggio dell’Amu Darja in direzione Nord da parte dell’ultimo soldato con la stella rossa, sono ancora i “fratelli” afghani a venire celebrati dagli islamisti di ogni latitudine, da Hamas agli Shaabab somali, per aver costretto gli americani ad andarsene.
Al di là del mito politico, volano essenziale nella riproduzione di un’ideologia totale come quella islamista, cosa significa per i gruppi di quel magmatico universo, il ritorno al potere dei vecchi compagni del Mullah Omar? Difficilmente un esempio da imitare e un modello da esportare: troppo condizionata dal peso della tradizione locale l’esperienza afghana.
Ma certo i movimenti islamisti non possono che guardare con entusiasmo alla disfatta occidentale a Kabul. Perché fotografa, plasticamente, che una fase storica, quella della “guerra al terrore” e della “esportazione della democrazia”, è finita. E, dunque, che il volto del Nemico non si paleserà, almeno per qualche tempo, con il pesante e ritmico rumore degli “stivali sul terreno” delle armate occidentali. Semmai, con la guerra dell’aria, da remoto o meno. Un tipo di guerra pur sempre devastante ma che, da sola, non ha mai piegato gruppi convinti ideologicamente e radicati tra la popolazione.
È questa nuova consapevolezza strategica, articolata attorno al principio della minore deterrenza ostile, a costituire, per la galassia islamista, il vero dividendo politico rivelato dalla bandiera dell’Emirato sul palazzo presidenziale di Kabul. Più che lo stesso trionfo dei talebani, sin troppo legato a specifici aspetti, culturali, etnici, tribali, religiosi, che gli analisti occidentali, prigionieri dei loro astratti schemi politologici, spesso faticano a comprendere.
È questa presa d’atto che, al di là del loro orientamento islamonazionalista o panislamista, consente ai diversi gruppi che si riconoscono negli stendardi con la sura aprente, di pensare di disporre di un certo margine d’azione per perseguire, a scapito di un Occidente sfinito e senza strategia unificante, i propri obiettivi. Per questo, al di là delle scelte che faranno o meno i talebani, la fuga occidentale da Kabul rischia di riverberare pesanti conseguenze anche in luoghi assai lontani dalle desolate valli afghane.