Quando la violenza è l'unico codice
La Stampa 9/11
Vera Slepoj
Sappiamo poco, sintetizziamo molto, evitiamo tanto: sul grande tema della violenza per lo più proviamo un'emozione, la temiamo e cerchiamo una motivazione che ci preservi il più possibile dall'angoscia. Se si parla soprattutto della violenza domestica e sui bambini, sugli esseri viventi inermi, la rimozione può diventare inevitabile.
La violenza non ha una forma, ma ha un contenuto infinito che è il dolore. Se la violenza la subisci, la devi guardare, e se questa violenza la compie chi ti dovrebbe proteggere, chi dovrebbe essere il punto di riferimento della tua vita mentre sei piccolo, inerme, allora quella violenza ti entra dentro, la senti urtare violentemente sui tuoi ideali.
La violenza di un padre (o di una madre, talvolta accade ma meno frequentemente) sono derive spaventose che spesso non consentono nemmeno delle risposte, ma rappresentano una ferita che rimane ferma per sempre, anche quando la violenza smette di esserci, perché non sei riuscito a difenderti o a difendere. E' l'impotenza che rimane, come nel caso di Alex, che uccide il padre che per anni ha violentato la madre. Un pm che chiede una condanna per quei colpi sordi, infiniti, come se il rito dovesse provare a sanare anni di violenza assistita e vissuta. Un pm che invoca 14 anni perché il giovane ha tentato di uccidere il padre violento non tiene in realtà conto, più o meno consapevolmente, del perimetro stretto della psiche, quella parte infinita della nostra mente dove i sogni, l'infanzia, l'adolescenza si costruiscono su un territorio violabile e perverso, perché un padre può diventare il mondo oscuro di una non crescita. A un ragazzo nell'età evolutiva non puoi chiedere di poter assorbire, metabolizzare ciò che deve costantemente vivere: la violenza su ciò che ami, in questo caso la madre. Non si può giudicare con così tanta superficialità un'azione che, è vero, porta alla morte, ma è anche vero che dalla morte ti devi difendere, soprattutto se la morte è interiore.
Il pericolo, in questi casi, è la voragine che si forma all'interno della tua mente, dei tuoi sentimenti, perché è un figlio costretto ad assistere agli infiniti maltrattamenti dentro di sé genera inevitabilmente uno stato d'angoscia profondo, un inesauribile senso di morte, perché per reggere ciò che di tremendo si compie non si hanno molte possibilità di scelta. Per questo la vita si trasforma in passività, infelicità, anaffettività, in sintesi la morte di un te stesso, ucciso internamente.
Delegare ad altri, in questo caso una sorta di delega/invito alle istituzioni, diventa un atteggiamento in cui si cerca di giustificare l'azione delegando le responsabilità ad altri. Ma sul tema della violenza è così: c'è un atteggiamento radicato e profondo, quello di non entrare mai dentro la devastazione mentale di ciò che provoca un atto violento. Non sono le ferite, non è neppure la morte: ciò che colpisce è l'atteggiamento verso la vita, l'umiliazione e il senso di inutilità. La violenza che si genera all'interno della famiglia ha conseguenze complesse e inevitabili, spesso non sanabili e nemmeno visibili. E se un figlio, un bambino o una donna che viene maltrattata, chi vi assiste o chi lo subisce ha la sensazione di non avere più scampo.
Le coltellate di Alex sono tante, ma forse sono una sorta di infinita furia che simboleggia i giorni, gli anni di vita dentro la paura che prima diventa impotenza, poi diventa vendetta, reazione. Il coraggio è anche quello di scegliere il proprio destino, e Alex lo ha scelto. Nel nostro Paese, in ogni caso, non viene premiato chi riconosce le conseguenze del dolore, le responsabilità della violenza.
Spesso si giustifica la violenza domestica sotto falso nome come lo stress, la fatica, qualche stralcio di psicologia spicciola. In realtà se maltratti, se violenti, se colpisci è uno stile di vita, vuol dire che dentro quel comportamento c'è la cultura del dominio e dell'oltraggio. I coltelli sono armi che penetrano e uccidono, e forse Alex ha provato ad affermare la violenza con l'unico codice che ha imparato: quello della sfiducia e della perdita della dignità sua e della sua stessa vita.