Pace, giustizia, cura della casa comune: il 40.mo incontro nazionale delle CdB
Cristina Mattiello
Adista Notizie n° 21 del 17/06/2023
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PESARO-ADISTA. Più di 80 presenze, in rappresentanza di 20 gruppi
diversi tra cui 11 comunità strutturate, per il 40° Incontro nazionale
delle Comunità cristiane di base a Pesaro (2-4 giugno), una buona
rispondenza per il primo momento insieme dopo la pandemia. Il tema, “Per
una Costituzione della Terra. Pace, giustizia, cura della casa comune”,
riporta, nella prima parte, il titolo di un ampio documento di
carattere giuridico elaborato dal giurista Luigi Ferrajoli e
racconta la scelta di essere nel mondo impegnandosi per l’emergenza oggi
prioritaria, quella ambientale, in modo globale, con tutti i temi
sociopolitici ad essa connessi. Ferrajoli stesso, con un’ampia relazione
di apertura, ha presentato il testo come una «prima bozza di lavoro»,
un embrione di Costituzione del mondo, su cui è necessario far confluire
le energie e l’impegno. Nessuna delle spaventose emergenze che ci
minacciano con tempi serrati si può affrontare da soli: la devastazione
ambientale, le disuguaglianze crescenti in modo esponenziale, lo
sfruttamento delle risorse e del lavoro, le guerre, la violazione e la
perdita dei diritti fondamentali, la mancanza di meccanismi garantisti a
tutela dei beni naturali, come l’acqua: è in gioco il rischio di
estinzione del genere umano, «per la prima volta dobbiamo essere
consapevoli che “questo è l’unico pianeta che abbiamo”. Non abbiamo più
tempo». Nei suoi 100 articoli il testo affronta tutti gli aspetti
critici, proponendo una “Federazione della Terra” che garantisca «vita
presente e futura sul nostro pianeta in tutte le sue forme».
E
per «realizzare l’uguaglianza di tutti gli esseri umani nei diritti
fondamentali» introducendo a questo fine «adeguate istituzioni e
funzioni globali di garanzia». Ampio spazio nell’intervento è stato
dedicato ai conflitti, che sono tutti “costruiti” e producono «riflessi
identitari che bisogna superare»: in questo ambito le proposte sono
radicali: «Vietata la produzione, il commercio, la detenzione o la
diffusione di armi nucleari o a questi simili per effetti», messa al
bando delle armi per uso personale, superamento degli eserciti nazionali
in favore di un “Comitato di stato maggiore e di sicurezza globale”.
Sulla salute rafforzamento dell’Organizzazione mondiale della Sanità che
deve garantire l’uguaglianza anche in questo campo. Tutto questo
potrebbe sembrare irrealistico, ha riconosciuto Ferrajoli, ma bisogna
distinguere un realismo che ritiene tutto impossibile, e un realismo che
stabilisce un “dover esser possibile”: proprio perché assistiamo al
crollo della politica c’è bisogno di una “proposta alta” , nella
consapevolezza delle difficoltà di realizzazione, ma anche del fatto che
è “l’unica proposta razionale” nell’interesse comune dell’umanità.
Le altre relazioni hanno declinato e contestualizzato il tema da diverse angolature. Sergio Paronetto,
di Pax Christi, evidenziando che non dobbiamo pensare solo a un
orizzonte, ma a pratiche politiche, a un lavoro da fare concretamente, a
semi da porre oggi, ha illustrato il “cammino della nonviolenza” in
relazione a “pace, giustizia, cura della casa comune”. «Non partiamo da
zero e non siamo soli», ha detto, alle spalle ci sono gli sforzi di
tanti movimenti, realtà ecclesiali, movimenti popolari e dobbiamo
continuare nell’ottica dell’ecumenismo. Di fronte al rischio che la
corsa al riarmo arrivi fino alla follia estrema, c’è bisogno di una
«fede disarmata e disarmante», di un «cambio di paradigma», già indicato
dalla Pacem in terris, ma anche da La Terra è di Dio di Giovanni
Franzoni. “Quale bussola?”: la nonviolenza non come utopia, dottrina
certa o discorso aprioristico, ma come «un cammino di liberazione, un
insieme di volti e movimenti, una forza storica trasformatrice». Pace
non vuol dire passività, la nonviolenza è una lotta contro il male, che
ha la capacità di modificare lo stato delle cose: bisogna «evitare il
pessimismo catastrofico, uscire dal potente incantesimo del male,
“liberare la speranza”, convincersi che l’impossibile è possibile: «La
pace deve essere osata» (Bonhoeffer). Anche le Beatitudini ci esortano
ad agire in modo nuovo: “In piedi!”, è il tempo dell’impegno attivo.
Generare genealogie
Con una bellissima apertura teologica e cosmica, la pastora e teologa valdese Letizia Tomassone
ha individuato invece alcuni elementi fondanti della teologia
ecofemminista, con un focus sulle opere di Donna Haraway e Elena
Pulcini. Le scienziate, le filosofe, le teologhe hanno posto al centro
la questione del corpo: la visione patriarcale ha reso oggetti sia le
donne che la natura. Bisogna imparare a percepire l’interconnessione di
ogni singola pianta, animale, corpo umano, a sentire le reti vitali, i
legami che uniscono tutto in un unico sistema, a “generare genealogie”,
parentele con gli altri esseri viventi. E rifiutare il termine
“antropocene”, che mette l’accento sul passato, sull’attività di
antropizzazione, sulla visione secondo cui i cambiamenti climatici sono
ineluttabili. E parlare invece di “Chthulucene” (D. Haraway), un termine
che ricorda le divinità ctonie della terra, un nuovo paradigma che
riconosce la simbiosi tra tutti gli esseri viventi e implica la capacità
di “stare in trouble”, di sopravvivere nel disagio, anzi, di porre in
atto azioni politiche che creino disordine per spingerci ad attivarci e
realizzare una lunga linea di connessioni creative. Per un nuovo
“pensiero tentacolare”, che veda la matassa, i filamenti, e esseri
ibridi capaci di stare nel “non comfort” e sia capace di scoprire le
fragilità comuni. E individuare, con Judith Butler, le virtù necessarie a
intraprendere la cura: la compassione, ma anche la vergogna di aver
creato intollerabili disuguaglianze. Superare i dualismi della mentalità
patriarcale, moltiplicando i soggetti in gioco.
Con un suggestivo intervento su “Un tempo per tacere e un tempo per parlare (Qo 3,7)” anche la teologa Silvia Zanconato
ha parlato della profondità e dei poteri significanti della parola
biblica, ma anche dei silenzi, dei vuoti, delle omissioni, dei non detti
che permettono all’immaginazione e alla ricerca di andare lontano. La
struttura dell’ebraico, lingua consonantica, consente una varietà di
interpretazioni, una “genealogia” di parole: ignorarle per chiudere la
forma della parola in una lettura univoca, bloccata è una “patologia del
linguaggio”, che diffonde veleno. Adam, fatto a immagine e somiglianza
di Dio, è chiamato da Dio a “nominare”: è un tentativo di portare ordine
in un mondo complesso e dinamico, da cui inesorabilmente discende per
lui la convinzione di essere la “misura delle cose” e di poter “dominare
nominando”. Ma forse c’è anche un altro modo di leggere il testo. In
parte il processo resta non realizzato: che l’universo sia stato creato
per l’uomo è una congettura non dimostrabile. Ogni piccola creatura è
importante. In un racconto Eva, dopo aver raccolto il frutto della
conoscenza, “innomina”, toglie il nome agli esseri e alle cose che Adam
aveva nominato e così facendo libera di nuovo tutto, si allontana e apre
a prospettive non preordinate. La proposta è di “abitare anche il tempo
del silenzio”: c’è “un tempo per tacere, per imparare a ‘non nominare’,
rinunciando a quella pretesa di ultima parola che sul mondo che
rimpicciolisce la nostra immaginazione e ci condanna a una vita priva di
meraviglie e prospettive”.
L’utopia sposta i confini del possibile
La filosofa Valentina Pazé
ha esplorato invece il concetto di utopia, per esaminare poi nello
specifico le critiche mosse alla Costituzione della Terra da questo
punto di vista. È stato questo in fondo il tema di tutto il convegno:
“Che cos’è un’utopia e a che cosa serve?” sono domande di fondo che il
movimento delle CdB da sempre rivolge anche a se stesso. «Quella
tracciata da Ferrajoli è una grande utopia pacifista, nel solco di
quella kantiana (Per la pace perpetua)», ma oggi la minaccia è la
catastrofe nucleare, che si affianca a quella ecologica. I “poteri
selvaggi” del mercato, i colossali e economici insieme alla ricerca del
potere, stanno dietro a ogni guerra e la pace va difesa contro queste
forze. L’utopia si può definire, ha spiegato la relatrice, come un
complesso di «idee trascendenti la situazione data, che aspirano a
trasformare radicalmente l’esistente». Le critiche storicamente mosse
alle utopie, ha spiegato la relatrice, sono di due tipi: le utopie sono
inutili, perché non realizzabili, o sono pericolose perché l’ordine
prometeico che vogliono creare può generare effetti perversi. Entrambi i
tipi di critica sono stati mossi al documento e confutati nella
relazione: è un progetto troppo ambizioso, ma nell’emergenza assoluta
che stiamo vivendo, bisogna osare. Il vero realismo non è quello di chi
crede che “There is No Alternative (TINA), ma quello di chi cerca di far
convergere le energie su un progetto razionale di cambiamento profondo.
In fondo l’utopia con la sua forza «sposta i confini del possibile
anche dell’immaginabile».
I laboratori hanno
confermato lo slancio utopico del movimento, fissato nel bellissimo
documentario storico sull’Isolotto, uno slancio già però calato nella
realtà di mille iniziative e impegni, frammentati, spesso, ma incisivi e
vitali e nel solco di una linea comune. È questo tradizionalmente lo
spazio per incontrarsi e conoscersi meglio, rinforzando sia i legami
personali che la rete di collegamento, che non è mai venuta a mancare, e
rispondendo agli stimoli delle relazioni. L’utopia di oggi sarà la
storia di domani, ma è necessario mettere in campo molte energie
profetiche, soprattutto di donne, per poter vedere i segni di speranza
anche nel presente e agire in senso liberante e solidale.
Nel loro documento finale,
le CdB hanno poi messo l’accento sulla terribile crisi seguita allo
scoppio della guerra in Ucraina: di fronte a scenari e rischi
apocalittici del conflitto in atto, denunciano, «debole e impotente è
apparsa l’azione dell’ONU e cieca risulta la linea adottata dalle
nazioni in guerra e dai loro alleati (NATO, USA, Europa) accorsi a
sostenere l’Ucraina non solo con aiuti umanitari ma anche e soprattutto
con l’invio di armi, sempre più potenti e sempre meno di natura
difensiva (se pure è possibile operare tale distinzione)». È una linea
«cieca e disumana, perché da un lato mette in conto tempi di guerra
lunghi, un immenso prezzo in vite umane, sofferenze, rovine e
distruzioni; dall’altro non considera che è pratcamente impossibile
immaginare che una superpotenza militare come la Russia, dotata di
enormi arsenali nucleari, possa accettare tranquillamente un’eventuale
sconfitta sul terreno e non essere tentata dal far ricorso all’uso di
queste armi, dando così inizio alla terza guerra mondiale, con esiti
inimmaginabili per la sopravvivenza dell’umanità».
«Noi,
invece – scrivono le CdB – riteniamo che l’unica vittoria da
perseguire, nel tempo che viviamo, sia quella della pace, da raggiungere
attraverso un immediato “cessate il fuoco” e la ricerca tenace di una
soluzione negoziale che si avvicini quanto più possibile ad un esito di
giustizia, ma soprattutto che sia in grado di assicurare una pace
duratura».