giovedì 22 giugno 2023

40.ESIMO INCONTRO NAZIONALE DELLE COMUNITA' CRISTIANE DI BASE

 Pace, giustizia, cura della casa comune: il 40.mo incontro nazionale delle CdB

Cristina Mattiello
Adista Notizie n° 21 del 17/06/2023

41493 PESARO-ADISTA.  Più di 80 presenze, in rappresentanza di 20 gruppi diversi tra cui 11 comunità strutturate, per il 40° Incontro nazionale delle Comunità cristiane di base a Pesaro (2-4 giugno), una buona rispondenza per il primo momento insieme dopo la pandemia. Il tema, “Per una Costituzione della Terra. Pace, giustizia, cura della casa comune”, riporta, nella prima parte, il titolo di un ampio documento di carattere giuridico elaborato dal giurista Luigi Ferrajoli e racconta la scelta di essere nel mondo impegnandosi per l’emergenza oggi prioritaria, quella ambientale, in modo globale, con tutti i temi sociopolitici ad essa connessi. Ferrajoli stesso, con un’ampia relazione di apertura, ha presentato il testo come una «prima bozza di lavoro», un embrione di Costituzione del mondo, su cui è necessario far confluire le energie e l’impegno. Nessuna delle spaventose emergenze che ci minacciano con tempi serrati si può affrontare da soli: la devastazione ambientale, le disuguaglianze crescenti in modo esponenziale, lo sfruttamento delle risorse e del lavoro, le guerre, la violazione e la perdita dei diritti fondamentali, la mancanza di meccanismi garantisti a tutela dei beni naturali, come l’acqua: è in gioco il rischio di estinzione del genere umano, «per la prima volta dobbiamo essere consapevoli che “questo è l’unico pianeta che abbiamo”. Non abbiamo più tempo». Nei suoi 100 articoli il testo affronta tutti gli aspetti critici, proponendo una “Federazione della Terra” che garantisca «vita presente e futura sul nostro pianeta in tutte le sue forme». 

E per «realizzare l’uguaglianza di tutti gli esseri umani nei diritti fondamentali» introducendo a questo fine «adeguate istituzioni e funzioni globali di garanzia». Ampio spazio nell’intervento è stato dedicato ai conflitti, che sono tutti “costruiti” e producono «riflessi identitari che bisogna superare»: in questo ambito le proposte sono radicali: «Vietata la produzione, il commercio, la detenzione o la diffusione di armi nucleari o a questi simili per effetti», messa al bando delle armi per uso personale, superamento degli eserciti nazionali in favore di un “Comitato di stato maggiore e di sicurezza globale”. Sulla salute rafforzamento dell’Organizzazione mondiale della Sanità che deve garantire l’uguaglianza anche in questo campo. Tutto questo potrebbe sembrare irrealistico, ha riconosciuto Ferrajoli, ma bisogna distinguere un realismo che ritiene tutto impossibile, e un realismo che stabilisce un “dover esser possibile”: proprio perché assistiamo al crollo della politica c’è bisogno di una “proposta alta” , nella consapevolezza delle difficoltà di realizzazione, ma anche del fatto che è “l’unica proposta razionale” nell’interesse comune dell’umanità.

Le altre relazioni hanno declinato e contestualizzato il tema da diverse angolature. Sergio Paronetto, di Pax Christi, evidenziando che non dobbiamo pensare solo a un orizzonte, ma a pratiche politiche, a un lavoro da fare concretamente, a semi da porre oggi, ha illustrato il “cammino della nonviolenza” in relazione a “pace, giustizia, cura della casa comune”. «Non partiamo da zero e non siamo soli», ha detto, alle spalle ci sono gli sforzi di tanti movimenti, realtà ecclesiali, movimenti popolari e dobbiamo continuare nell’ottica dell’ecumenismo. Di fronte al rischio che la corsa al riarmo arrivi fino alla follia estrema, c’è bisogno di una «fede disarmata e disarmante», di un «cambio di paradigma», già indicato dalla Pacem in terris, ma anche da La Terra è di Dio di Giovanni Franzoni. “Quale bussola?”: la nonviolenza non come utopia, dottrina certa o discorso aprioristico, ma come «un cammino di liberazione, un insieme di volti e movimenti, una forza storica trasformatrice». Pace non vuol dire passività, la nonviolenza è una lotta contro il male, che ha la capacità di modificare lo stato delle cose: bisogna «evitare il pessimismo catastrofico, uscire dal potente incantesimo del male, “liberare la speranza”, convincersi che l’impossibile è possibile: «La pace deve essere osata» (Bonhoeffer). Anche le Beatitudini ci esortano ad agire in modo nuovo: “In piedi!”, è il tempo dell’impegno attivo.

Generare genealogie

Con una bellissima apertura teologica e cosmica, la pastora e teologa valdese Letizia Tomassone ha individuato invece alcuni elementi fondanti della teologia ecofemminista, con un focus sulle opere di Donna Haraway e Elena Pulcini. Le scienziate, le filosofe, le teologhe hanno posto al centro la questione del corpo: la visione patriarcale ha reso oggetti sia le donne che la natura. Bisogna imparare a percepire l’interconnessione di ogni singola pianta, animale, corpo umano, a sentire le reti vitali, i legami che uniscono tutto in un unico sistema, a “generare genealogie”, parentele con gli altri esseri viventi. E rifiutare il termine “antropocene”, che mette l’accento sul passato, sull’attività di antropizzazione, sulla visione secondo cui i cambiamenti climatici sono ineluttabili. E parlare invece di “Chthulucene” (D. Haraway), un termine che ricorda le divinità ctonie della terra, un nuovo paradigma che riconosce la simbiosi tra tutti gli esseri viventi e implica la capacità di “stare in trouble”, di sopravvivere nel disagio, anzi, di porre in atto azioni politiche che creino disordine per spingerci ad attivarci e realizzare una lunga linea di connessioni creative. Per un nuovo “pensiero tentacolare”, che veda la matassa, i filamenti, e esseri ibridi capaci di stare nel “non comfort” e sia capace di scoprire le fragilità comuni. E individuare, con Judith Butler, le virtù necessarie a intraprendere la cura: la compassione, ma anche la vergogna di aver creato intollerabili disuguaglianze. Superare i dualismi della mentalità patriarcale, moltiplicando i soggetti in gioco.

Con un suggestivo intervento su “Un tempo per tacere e un tempo per parlare (Qo 3,7)” anche la teologa Silvia Zanconato ha parlato della profondità e dei poteri significanti della parola biblica, ma anche dei silenzi, dei vuoti, delle omissioni, dei non detti che permettono all’immaginazione e alla ricerca di andare lontano. La struttura dell’ebraico, lingua consonantica, consente una varietà di interpretazioni, una “genealogia” di parole: ignorarle per chiudere la forma della parola in una lettura univoca, bloccata è una “patologia del linguaggio”, che diffonde veleno. Adam, fatto a immagine e somiglianza di Dio, è chiamato da Dio a “nominare”: è un tentativo di portare ordine in un mondo complesso e dinamico, da cui inesorabilmente discende per lui la convinzione di essere la “misura delle cose” e di poter “dominare nominando”. Ma forse c’è anche un altro modo di leggere il testo. In parte il processo resta non realizzato: che l’universo sia stato creato per l’uomo è una congettura non dimostrabile. Ogni piccola creatura è importante. In un racconto Eva, dopo aver raccolto il frutto della conoscenza, “innomina”, toglie il nome agli esseri e alle cose che Adam aveva nominato e così facendo libera di nuovo tutto, si allontana e apre a prospettive non preordinate. La proposta è di “abitare anche il tempo del silenzio”: c’è “un tempo per tacere, per imparare a ‘non nominare’, rinunciando a quella pretesa di ultima parola che sul mondo che rimpicciolisce la nostra immaginazione e ci condanna a una vita priva di meraviglie e prospettive”.

L’utopia sposta i confini del possibile

La filosofa Valentina Pazé ha esplorato invece il concetto di utopia, per esaminare poi nello specifico le critiche mosse alla Costituzione della Terra da questo punto di vista. È stato questo in fondo il tema di tutto il convegno: “Che cos’è un’utopia e a che cosa serve?” sono domande di fondo che il movimento delle CdB da sempre rivolge anche a se stesso. «Quella tracciata da Ferrajoli è una grande utopia pacifista, nel solco di quella kantiana (Per la pace perpetua)», ma oggi la minaccia è la catastrofe nucleare, che si affianca a quella ecologica. I “poteri selvaggi” del mercato, i colossali e economici insieme alla ricerca del potere, stanno dietro a ogni guerra e la pace va difesa contro queste forze. L’utopia si può definire, ha spiegato la relatrice, come un complesso di «idee trascendenti la situazione data, che aspirano a trasformare radicalmente l’esistente». Le critiche storicamente mosse alle utopie, ha spiegato la relatrice, sono di due tipi: le utopie sono inutili, perché non realizzabili, o sono pericolose perché l’ordine prometeico che vogliono creare può generare effetti perversi. Entrambi i tipi di critica sono stati mossi al documento e confutati nella relazione: è un progetto troppo ambizioso, ma nell’emergenza assoluta che stiamo vivendo, bisogna osare. Il vero realismo non è quello di chi crede che “There is No Alternative (TINA), ma quello di chi cerca di far convergere le energie su un progetto razionale di cambiamento profondo. In fondo l’utopia con la sua forza «sposta i confini del possibile anche dell’immaginabile».

I laboratori hanno confermato lo slancio utopico del movimento, fissato nel bellissimo documentario storico sull’Isolotto, uno slancio già però calato nella realtà di mille iniziative e impegni, frammentati, spesso, ma incisivi e vitali e nel solco di una linea comune. È questo tradizionalmente lo spazio per incontrarsi e conoscersi meglio, rinforzando sia i legami personali che la rete di collegamento, che non è mai venuta a mancare, e rispondendo agli stimoli delle relazioni. L’utopia di oggi sarà la storia di domani, ma è necessario mettere in campo molte energie profetiche, soprattutto di donne, per poter vedere i segni di speranza anche nel presente e agire in senso liberante e solidale.

Nel loro documento finale, le CdB hanno poi messo l’accento sulla terribile crisi seguita allo scoppio della guerra in Ucraina: di fronte a scenari e rischi apocalittici del conflitto in atto, denunciano, «debole e impotente è apparsa l’azione dell’ONU e cieca risulta la linea adottata dalle nazioni in guerra e dai loro alleati (NATO, USA, Europa) accorsi a sostenere l’Ucraina non solo con aiuti umanitari ma anche e soprattutto con l’invio di armi, sempre più potenti e sempre meno di natura difensiva (se pure è possibile operare tale distinzione)». È una linea «cieca e disumana, perché da un lato mette in conto tempi di guerra lunghi, un immenso prezzo in vite umane, sofferenze, rovine e distruzioni; dall’altro non considera che è pratcamente impossibile immaginare che una superpotenza militare come la Russia, dotata di enormi arsenali nucleari, possa accettare tranquillamente un’eventuale sconfitta sul terreno e non essere tentata dal far ricorso all’uso di queste armi, dando così inizio alla terza guerra mondiale, con esiti inimmaginabili per la sopravvivenza dell’umanità».

«Noi, invece – scrivono le CdB – riteniamo che l’unica vittoria da perseguire, nel tempo che viviamo, sia quella della pace, da raggiungere attraverso un immediato “cessate il fuoco” e la ricerca tenace di una soluzione negoziale che si avvicini quanto più possibile ad un esito di giustizia, ma soprattutto che sia in grado di assicurare una pace duratura».