mercoledì 30 agosto 2023

Thyssen, la beffa

GIANNI GIACOMINO

La notizia dell'arresto del top manager di ThyssenKrupp Harald Espenhahn, condannato a 5 anni per omicidio colposo (massimo della pena in Germania per questo tipo di reato) in seguito alla tragedia della Thyssen, è piombata come un macigno sui famigliari delle sette vittime.

La signora Rosina Platì Demasi si fa seria e affila lo sguardo: «Soddisfatta che quello vada a dormire in carcere? No, quello dentro ci doveva restare. Questa è solo l'ultima presa in giro di una tragedia che ha stravolto le nostre vite, scandite da una sofferenza che non si può descrivere e che io non auguro a nessuno. Ma la auguro a chi ha provocato la morte di mio figlio quando aveva appena 26 anni ed era nel fiore della sua vita». Prende fiato: «Non esiste il perdono, io li odio quelli della Thyssen. E non mi vergogno a dire che se dovessero morire esco e vado a festeggiare. Provate voi a perdere un figlio che oggi poteva essere un uomo con dei figli e con la sua famiglia». Mamma Rosina è un fiume di dolore. Quello che si porta dentro dalla notte tra i 5 e il 6 dicembre 2006 quando suo figlio Giuseppe rimase ferito nell'incendio della linea 5 alla ThyssenKrupp. Il ragazzo, nonostante le gravi ustioni, rimase in vita. Venne sottoposto a tre interventi chirurgici, patendo sofferenze atroci e il suo cuore si fermò il 30 dicembre. «Per noi questa è solo una beffa, l'ennesimo schiaffo – continua la donna – perché noi abbiamo sempre lottato e continueremo a farlo per tutti quei lavoratori che rischiano la vita e non sono tutelati. Purtroppo, in questi lunghi anni, ho capito che la giustizia non è uguale per tutti e questo mi ferisce profondamente. Oggi i colpevoli di quella strage sono tutti fuori, liberi di farsi le loro vite e questo Espenhahn andrà solo a dormire in carcere dopo che, all'inizio, era stato condannato a sedici anni e poi a nove. E questa sarebbe giustizia? Per me no visto che noi siamo stati condannati a sopravvivere nel dolore».

Anche Laura Rodinò, la sorella di Rosario, un'altra delle vittime, è furibonda: «Perché è una vera schifezza, una porcata se dopo tutto questo tempo, quello che era ritenuto il maggior responsabile se la cava con la semilibertà, continuando a fare quello che ha sempre fatto. Se anche i giudici tedeschi avevano condannato Harald Espenhahn a cinque anni doveva restare in prigione e non entrare e uscire. Invece succederà come era già stato deciso per l'altro manager della Thyssen che ha dormito un po' in cella e ora è libero, mentre mio fratello è in cimitero». Laura Rodinò ieri ha già scritto al ministro e a qualche parlamentare. «Noi parenti siamo disarmati, sfiniti – dice – in questi anni abbiamo fatto di tutto per garantire un po' di giustizia a quei sette ragazzi morti, alla fine ci hanno lasciato le briciole. Anche stavolta ci hanno dato un contentino ma mio fratello Rosario e le altre vittime non erano delle bestie, ma persone con una vita davanti».

Ai parenti resta l'ultima speranza, quella della Corte europea dei diritti dell'uomo, l'organo giurisdizionale internazionale, al quale si sono rivolti con l'avvocato Anton Giulio Lana. «Perché ravvisiamo due gravi violazioni – evidenzia il legale -. Da un lato la lentezza con la quale la giustizia italiana si è mossa nel trasmettere tutta la documentazione in Germania. L'altra riguarda proprio l'atteggiamento degli organi della giustizia tedesca che hanno tergiversato anni, con un atteggiamento discutibile, prima di far applicare la condanna di un tribunale di un Paese dell'Unione e poi lo hanno fatto accordando ai due manager tedeschi un regime di detenzione premiale che consente di restare tutto il giorno fuori dal carcere e passarci solo la notte. Mi auguro che le famiglie vengano risarcite per queste inadempienze».

«Dopo tanto correre, scappare dalla giustizia ha varcato la soglia del carcere. Non è un risarcimento, non è vendetta. È solamente l'unico epilogo che si sarebbe già dovuto compiere da tempo e che è stato solo rimandato». Così Antonio Boccuzzi, l'unico scampato all'incendio, poi diventato parlamentare del Pd. «Quei 5 anni - scrive Boccuzzi sulla sua bacheca di Facebook - saranno ulteriormente ridimensionati. Lo sappiamo e non ci facciamo strane o vane illusioni, ma un passo è stato compiuto e questo non ce lo porta via nessuno». 

 

La Stampa, 18 agosto 2023