Giorgia, il flirt con i filorussi
di Francesco Bei
C'è un male oscuro nell'elettorato europeo che fa prevedere un generale spostamento a destra alle prossime elezioni di giugno. Le ragioni, su cui sondaggisti e analisti elettorali si stanno interrogando, ci parlano di un'insoddisfazione legata ai bassi salari, all'inflazione che resta ancora alta, alla paura generata dall'immigrazione, alla guerra a Est che non finisce, alla sensazione che il proprio benessere sia messo a rischio dalla transizione ecologica.
Sopra questa onda che si sta alzando si notano già alcuni abili surfisti. La più lesta di tutti a cavalcarla è stata Ursula von der Leyen, eletta cinque anni fa da una maggioranza che andava dal centro moderato del Ppe e dei macroniani di Renew, fino al Pse e ai Verdi. In termini di geografia politica italiana si sarebbe detta una maggioranza di centro-trattino-sinistra.
Tutto però sta cambiando e noi italiani siamo stati i primi ad accorgerci dello smottamento quando abbiamo notato che, a partire dagli inizi dell'anno, la presidente della Commissione europea è diventata la più assidua frequentatrice di Giorgia Meloni. Dalle campagne alluvionate della Romagna fino alle spiagge della Tunisia. Tutto pur di garantirsi i voti di Meloni quando ci sarà da rinnovare la Commissione.
Un corteggiamento talmente smaccato che ha fatto alzare il sopracciglio agli alleati europei di von der Leyen, ma fin qui si diceva: se Giorgia Meloni si sposta al centro e cerca di entrare nell'orbita del Ppe che male c'è? Giorgia è l'erede naturale di Draghi, sta entrando nel mainstream europeista, spiegavano qui in Italia alcuni "liberali" sempre lesti a saltare sul carro di qualsiasi vincitore. Purtroppo, la giornata di ieri dimostra che le cose non stanno andando in questa direzione. I barbari, che dovevano essere civilizzati, si stanno infatti prendendo il cuore dell'impero. A dispetto dei Luigi Facta europei e delle mosche cocchiere italiane. La novità è stata annunciata ieri in pompa magna: Reconquete! (un nome, un programma) il partito dell'ultradestra francese fondato da Eric Zemmour — e del quale è vicepresidente Marion Maréchal-Le Pen — entra nel gruppo dei Conservatori e Riformisti. Quello, appunto, guidato da Giorgia Meloni, sul punto di aprire le porte anche all'altro impresentabile d'Europa, Viktor Orbán, anche se dopo le elezioni europee.
E così Ursula von der Leyen, che pur di accarezzare i trattoristi e le destre continentali è arrivata a rimangiarsi tutti i capisaldi dell'ambizioso programma Green Deal, si ritrova totalmente sbilanciata da una sola parte. Con il rischio che la sua ambizione di essere rieletta per altri cinque anni naufraghi perché le verranno a mancare la sinistra e il centro. Segnali di insofferenza si stanno manifestando nel Pse, mentre la macroniana Renew — per bocca della capogruppo Valérie Hayer, ha tracciato ieri un solco che complica l'ingresso dei nuovi e vecchi meloniani in maggioranza: «Dando il benvenuto a Reconquete, l'unica cosa che Ecr ha conquistato è l'esclusione definitiva dai negoziati politici, ancor prima dell'arrivo di Orbán».
Sono esagerati questi allarmi su Zemmour, come vanno dicendo i Fratelli d'Italia? Su questo giornale Anais Ginori ha raccontato le sparate razziste, antisemite, omofobe e misogine dell'allora candidato alla presidenza francese, poi fortunatamente sconfitto. Ieri, grazie al M5S, è girato molto sui social un vecchio video in cui l'ex giornalista tifava addirittura perché la Francia si prendesse — sì, nel senso di annessione — le regioni del Nord Italia. Sarà stata sicuramente una battuta in un dibattito culturale, come hanno provato a spiegare in FdI. Non erano invece battute quelle contro i bambini disabili, oggetto di una proposta di legge di Zemmour affinché fossero cacciati dalle classi dei "normali" e confinati in speciali istituti, perché «è ora di dire basta con questa ossessione dell'inclusione». Anche le sparate contro i minori non accompagnati, che fanno sembrare il generale Vannacci un'educanda: «Non hanno niente da fare qui, sono ladri, sono assassini, sono stupratori, ecco cosa sono; bisogna rimandarli indietro e fare in modo che non vengano». L'ossessione contro gli immigrati arriva al punto di proporre un nuovo ministero, quello della "Remigrazione", per deportare i sans-papier. Una foga che, in campagna elettorale, fa scandalizzare persino Marine Le Pen, che bolla l'idea come «totalmente anti-repubblicana».
Per non parlare delle frasi contro le donne e contro la comunità Lgbtq, l'aperto negazionismo del regime filo-nazista di Vichy, le minacce ai giornalisti (a una fiera di armi arrivò a puntare contro i cronisti un fucile da cecchino), le balle sulla Grande Sostituzione degne di QAnon. Questo è il personaggio che l'Ecr, il gruppo di Meloni, ha appena fatto accomodare nel salotto.
Così, nella rincorsa a superare il gruppo leghista di Identità e democrazia - dove si trovano i nazisti tedeschi dell'Afd - i meloniani cambiano tattica. Di fronte all'impossibilità di entrare nel Ppe, passano al piano B: diventare il terzo gruppo europeo come consistenza, aggregando tutta l'estrema destra, e "costringere" così i popolari ad aprire trattative con loro. Ma, questa volta, da una posizione di forza. E tutto questo a costo di smentire la verniciatura moderata dei primi mesi. La maggiore credenziale che Meloni porta al tavolo del negoziato è l'adesione alla linea atlantica di sostegno all'Ucraina. Come notava ieri il New York Times, aver contribuito a sbloccare il veto ungherese all'ultimo consiglio europeo ha fatto impennare il credito della premier italiana a Bruxelles. Ma cosa accadrà domani quando in Ecr arriveranno i filo-russi di Orbán e Zemmour? E, soprattutto, se in America a novembre dovesse vincere l'amico di Putin, siamo sicuri che la destra italiana saprà resistere al fascino antico del Cremlino? Dopotutto i nostri sovranisti sono sempre stati in prima linea contro le sanzioni alla Russia.
Repubblica, 8 febbraio