domenica 1 dicembre 2024

 NEL SEGNO DI RUT - 2

 

SGUARDO AI PERCORSI DI RICERCA

Torniamo alle teologie femministe:

Possiamo dire che l'origine delle teologie femministe sia rappresentata dal libro The woman’s Bible (la Bibbia della donna) apparso nel 1895, la cui autrice è l'americana Elisabeth Cady Stanton, la quale ebbe il merito di aver intuito già allora che la Bibbia non e un libro neutrale, ma è stata scritta da maschi ed è l'espressione di una cultura patriarcale. La Bibbia viene usata per tenere sottomesse le donne.

Cady Stanton, nonostante la sua critica radicale, sostiene che alcuni principi etici e religiosi della Bibbia siano validi ancora oggi, per esempio il comandamento dell'amore, per cui la Bibbia non può essere accettata o respinta globalmente, ma deve essere analizzata attentamente in ogni passo.

Dal 1900 al 1965 molte donne scrissero libri, tennero conferenze e insegnarono, ma raramente prestarono attenzione a questioni femministe, preferendo occuparsi dei problemi legati alla teologia classica e tradizionale. I seminari e le facoltà universitarie rimasero immuni da questi contenuti fino alla metà degli  anni 60, quando nel 1963 la pubblicazione de La mistica della femminilità di Betty Friedan, come abbiamo visto, diede l'avvio ad un ampio dibattito nella società secolare, che a poco a poco riuscì ad avere ripercussioni anche nel mondo teologico.

Il libro di Mary Daly La chiesa e il secondo sesso favorì un dialogo femminista, sia sul fronte cattolico che sul fronte ecumenico. La Daly affermava: "La  chiesa contribuisce a perpetuare l'asservimento delle donne, dopo che la scienza ha reso possibile la loro liberazione".

La ricerca è molto ricca e le posizioni sono varie, spesso con differenze sfumate, ma possiamo, per comodità, raggruppare le teologhe femministe in tre correnti:

 

A - Le “femministe cristiane”

 

Rosemary Radford Ruether, Elisabeth Schüssler Fiorenza, Elisabeth Moltmann, Letty Russell, Ann Carr, Catarina I-Ialkes, Phyllis Trible, Elisabeth Borresen, Elizabeth Green, Sallie McFague... ritengono che il linguaggio della Bibbia sia androcentrico e il contesto sociale patriarcale, ma che il messaggio sia di liberazione e quindi sia possibile, attraverso un processo di interpretazione critica dei testi, renderlo chiaro.

La teologia cristiana femminista ha inizio dalla scoperta che la tradizione cristiana non sostiene la liberazione della donna e afferma che l'evangelo cristiano non può essere proclamato se non vengono ricordate le discepole di Gesù e quello che hanno fatto. Le teologhe femministe cristiane individuano nel testo biblico modelli di liberazione dall’oppressione che possono essere usati per sostenere il movimento di liberazione delle donne; per esempio la liberazione degli schiavi nell’Esodo e la predicazione di Gesù sulla salvezza annunciata ai poveri.

Rosemary Radford Ruether, docente universitaria cattolica, condivide che il contesto sociale dell'Antico e del Nuovo Testamento sia patriarcale, però sia nelle scritture ebraiche che in quelle cristiane individua spunti critici nei confronti del patriarcato e li indica nella tradizione profetica delle Scritture Ebraiche, ripresi poi da Gesù. Inoltre sottolinea, in molti suoi interventi, la disparità di trattamento subita dalla donna nella chiesa. Rintraccia le origini ideologiche dell'oppressione nella cultura occidentale, in quella concezione del mondo dualistica e alienante che il cristianesimo ha ereditato dal mondo antico: ad esempio individuo/comunità, sacro/profano, anima/corpo, materiale/spirituale. Questi dualismi divennero oppressivi quando i circoli che producevano cultura riservarono a sè gli aspetti positivi di ciascuno di questi dualismi, relegando gli aspetti negativi ad altri. In Cristologia e femminismo, un salvatore maschile può aiutare le donne? la Ruether riprende il tema della religione come strumento di potere e conclude che l'aspetto più importante di Gesù è quello di aver messo in discussione l'ordine stabilito e la gerarchia, sia per gli uomini che per le donne.

Letty Russel afferma che l’insegnamento biblico fondamentale è un messaggio di liberazione compatibile con il movimento femminista. Il linguaggio e il contesto della Bibbia sono patriarcali, ma questi sono la forma e non il contenuto del messaggio.

Per Elisabeth Schussler Fiorenza, teologa cattolica docente all'Harvard Divinity School del Massachussets, il luogo della rivelazione non è il testo androcentrico, ma la vita e il ministero di Gesù e il movimento di donne e di uomini chiamati da lui; si deve quindi sviluppare un metodo storico-critico per la lettura dei testi, per far emergere quella realtà che fu mascherata da sovrapposizioni androcentriche e portare alla luce la realtà ugualitaria del primo movimento cristiano.

Che cosa accomuna femminismo e cristianesimo?

Scrive E. Green: "La risposta sta nel messaggio di liberazione e di libertà che le femministe, insieme a tanti altri teologi, individuano nel cuore dell'evangelo. Il cristianesimo dice come l'essere umano, estraniato dal suo vero sé, riceva la sua vera identità come dono e come progetto. La fede nel Dio che si e fatto conoscere in Gesù libera le donne da tutto ciò che le tiene schiave, prigioniere non solo dei pregiudizi di una società ingiusta, ma anche dei loro timori e ansie e del loro senso di inadeguatezza. Più ci si avvicina a Dio, maggiore diventa la consapevolezza di sé e della propria identità nel mondo. Amandoci, Dio pronuncia semplicemente un “sì” al nostro essere donna.

E' Dio, afferma il cristianesimo, che permette quel radicamento in sé che è ricercato dal movimento delle donne, ed è in relazione con Dio e con le altre donne che riceviamo la nostra forza e la nostra capacità di agire in modo significativo nel mondo in quanto donne. Il femminismo e il cristianesimo - occupandosi ambedue della liberazione umana e del divenire delle donne - sono quindi profondamente compatibili. Ciò che impedisce la libertà delle donne non può trovare spazio all'interno né della teologia né del femminismo e, tanto meno, nella teologia femminista" (op, cit., pp. 16-17).

 

B - Le teologhe femministe "post-cristiane"

 

Ritengono che non solo il linguaggio ma anche il contenuto sia androcentrico e che, quindi, non sia possibile alcuna riforma.

A questo filone di ricerca appartiene Mary Daly, la quale, nel libro Al di là di Dio padre, è arrivata alla conclusione che il carattere patriarcale fondamentale el cristianesimo non sia passibile di riforma.

La sua riflessione interpella tutta la teologia femminista e la sua opera è guardata con grande interesse. lnsiste sul fatto che il Dio della religione cristiana sia un idolo che legittima il potere dei maschi. L'esclusione storica delle donne dal sacerdozio e la loro subordinazione all’interno della famiglia sono la  conseguenza logica di una religione in cui solo il maschile è considerato un simbolo adeguato per la divinità. E, poiché sostiene che “il simbolo è il messaggio”, nessuna qualificazione teologica può cancellare il chiaro messaggio che è stato impresso nella mente cristiana e nell’inconscio dai suoi simboli fondamentali.

Non solo il genere, aggiunge, ma anche il carattere e gli attributi del Dio cristiano sono patriarcali. La Daly considera la trascendenza assoluta e il potere assoluto di Dio come una conseguenza della mentalità patriarcale gerarchica e in definitiva imperialistica. Il Padre, il Figlio e lo Spirito legittimano una “Empia Trinità” di rapina, genocidio e guerra, nella quale un potere illimitato costringe “l’altro” alla sottomissione. Per lei la chiesa costituisce un pericolo per la salute spirituale ed emotiva delle donne, esortandole dunque ad uscinie per dar vita a comunità femminili.

 

C - La "religione della Dea”

 

Alcune femministe recuperano la tesi dello storico delle culture Bachofen sul diritto materno e sul matriarcato. Ipotizzano una ripresa di simboli religiosi del matriarcato come più adatti ad ispirare la spiritualità delle donne. Nasce la ripresa del culto della Dea.

Sono quattro i motivi del ritorno della Dea nella nuova spiritualità femminista:

1 - se i simboli della religione patriarcale hanno profondi effetti psicologici e politici e servono a confermare il potere del maschio, il simbolo della Dea significa l’affermazione del potere femminile come potere benefico e creativo;

2 - se la religione patriarcale ha denigrato le donne come più carnali e più legate ai cicli della natura nella loro corporeità, il simbolo della Dea significa un’affermazione positiva e gioiosa del corpo femminile e dei suoi cicli;

3 - se la religione patriarcale ha svalutato la volontà della donna come passiva e remissiva, il simbolo della Dea significa affermazione positiva della volontà femminile, come energia da esprimere in armonia con l’energia e la volontà  degli altri esseri;

4 - il simbolo della Dea serve inoltre a potenziare i legami che intercorrono tra le donne e che si esprimono nella sororità.

E’ quest'ultimo un filone di ricerca, ricco di tanti studi e testi, che noi abbiamo appena sfiorato nella nostra ricerca.

Carol Christ critica la posizione delle teologhe cristiane, sostenendo che il modello dell'Esodo, che è stato adottato dai teologi della liberazione neri e del Terzo mondo, può essere assunto dalla teologia femminista solo al prezzo di ignorare che esso è chiaramente radicato in una tradizione patriarcale: la teologia della guerra santa dell'epica biblica, nella quale Dio è visto come il combattente ultimo. Egli guida gli schiavi fuori dall'Egitto con braccio potente e stabilisce il suo popolo sulla terra promessa per mezzo di una guerra di conquista. E’ difficile pensare che un Dio maschio e guerriero possa costituire un modello per la teologia femminista, perché le femministe non sognano semplicemente la liberazione delle donne, ma anche un capovolgimento dei valori della cultura maschile e, in particolare, di quelli basati sulla guerra e sull'aggressione.

 

Come appare evidente, non esiste un’unica teologia femminista, ma esiste una pluralità di teologie, le cui radici affondano nelle varie espressioni del movimento delle donne, da una parte, e nelle diverse confessioni religiose, dall’altra. Tuttavia, l’elaborazione teologica femminista è unita da alcuni presupposti e da un metodo comune, che prendiamo ora in considerazione. Inoltre, tra le diverse posizioni, c'è dialogo e non si parla di ortodossia o di eresia.

 

(continua)