Dio delle vendette o Dio di misericordia?
(III e ultima parte)
Jean Louis Ska
La legge del
taglione e i suoi limiti
In molti casi di
violenza, si parla della legge del taglione (dal latino talis, “tale”) che, in
realtà, introduce un principio di equivalenza fra il delitto e la sanzione:
tale il delitto, tale la sanzione e, aggiungiamo, niente di più (13). In
genere, si oppone la legge del taglione veterotestamentaria all’etica
neotestamentaria che esorta al perdono e alla generosità:
“Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico
di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia
destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e
toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad
accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Dà a chi ti chiede, e a chi
desidera da te un prestito non voltare le spalle” (Mt 5,38-42).
I contesti sono però molto diversi. La legge dell’Antico Testamento ha come
scopo di porre fine alle vendette sanguinose e interminabili causate da lesioni
e percosse. Inoltre, l’interpretazione letterale della legge è rarissima (14).
La legge stessa prevede che il padrone affranchi uno schiavo a cui avrebbe leso
un occhio o rotto un dente:
“Quando un uomo colpisce l’occhio del suo schiavo o della sua schiava e lo
acceca, darà loro la libertà in compenso dell’occhio. Se fa cadere il dente del
suo schiavo o della sua schiava, darà loro la libertà in compenso del dente”.
Alla violenza si risponde, certo, però non con la violenza. Il risarcimento
appartiene a un’altra categoria, un bene inestimabile, la libertà.
Il Nuovo Testamento, non dobbiamo dimenticarlo, è stato scritto in una comunità
molto ridotta, una minoranza all’interno della minoranza costituita dal popolo
ebraico in mezzo all’immenso Impero Romano. L’etica preconizzata dal Nuovo
Testamento è da collocare in un contesto ove la solidarietà era assolutamente
indispensabile alla sopravvivenza del gruppo e, perciò, si doveva fare il
massimo per evitare delitti e conflitti e, inoltre, combattere ogni desiderio
di vendetta.
Conclusione: come reagire davanti alla violenza?
Se rimaniamo nell’Antico Testamento, penso che vi siano quattro piste
principali per cercare una risposta alla violenza sapendo, però, che l’Antico
Testamento è più spesso descrittivo che non prescrittivo. Indica direzioni da
prendere piuttosto che soluzioni definitive e totalmente soddisfacenti.
1. In molti passi essenziali si fa viva una profonda sete di giustizia e
di equità, ad esempio in Amos 5,24: “Scorra il diritto come acqua e la
giustizia come un torrente perenne!”. La giustizia è paragonata a un torrente
perenne e non può essere uno wadi temporaneo e ingannevole. In una regione ove
la siccità è un problema endemico, l’immagine è significativa.
2. Il mondo creato era non-violento e il mondo futuro, nei tempi
messianici, è un mondo non-violento. Nel primo racconto della creazione (Gn
1,1-2,3), tutte le creature sono vegetariane e, quindi, non si sparge mai
sangue (Gn 1,29-30).
Tutto cambia dopo il diluvio (Gn 9,2-3). Ciò significa che, all’origine, e alla
radice delle cose, non c’è violenza. Essa appare in seguito, in seconda
battuta.
D’altronde, alla fine dei tempi, la violenza sparirà completamente e l’universo
sarà di nuovo non-violento: “il leone mangerà il foraggio come il bue” (Is
11,7).
La nostra speranza è di vedere un mondo ove le spade diventano aratri e le
lance, falci (Is 2,1-5; Mi 4,1-5), e ove ciascuno può sedere sotto la sua vigna
e il suo fico (1Re 5,5; Mi 4,4). Ed è il mondo che siamo chiamati a costruire
ogni giorno.
3. Infine, la rivolta provocata dalla violenza e l’ingiustizia
partecipano alla rivolta di Dio stesso contro il mondo caotico. Vi sono diversi
testi che descrivono la “battaglia cosmica” di Dio contro mostri che
simboleggiano il caos, la violenza scatenata, le forze delle tenebre e della
morte: Is 27,1; 51,9-10; Am 9,3; Gb 3,8; 7,12; 9,13; 26,13; 40,25-26; Sal 65,8;
74,13-14; 89,10-11; 93,3-4; 104,7.26; 107,29; 148,7. E, quindi, la vera
risposta alla violenza e al male è di combattere contro la violenza e il male,
partecipando alla lotta cosmica e alla nascita della nuova creazione.
4. Il racconto del diluvio è significativo in più di un punto di vista,
per quanto riguarda il problema della violenza. In effetti, la narrazione
spinge fino alle sue ultime conseguenze gli effetti della violenza sul nostro
universo, almeno nella versione chiamata “sacerdotale”. La causa del diluvio è
proprio la violenza che regna fra tutti gli esseri viventi (Gn 6,11) e Dio
decide di cancellare tutti gli esseri viventi dalla terra per questo motivo (Gn
6,13). Ciò significa che la violenza, secondo il racconto biblico, può mettere
a repentaglio l’esistenza di tutti i viventi del nostro mondo. Sappiamo che vi
è una via di salvezza, vale a dire il “giusto” Noè (Gn 6,9). D’altronde, lo
stesso racconto si rassegna per dire che la malvagità non scompare del tutto
dopo il diluvio e non torniamo, quindi, al mondo ideale e utopico, il mondo
non-violento di Gn 1,1-31:
“[...] il SIGNORE disse in cuor suo: «Io non maledirò più la terra a motivo
dell’uomo, poiché il cuore dell’uomo concepisce disegni malvagi fin
dall’adolescenza; non colpirò più ogni essere vivente come ho fatto [...]” (Gn
8,21).
La malvagità fa parte della natura umana nel mondo post-diluviano, e fino ad
oggi. Qual è allora la soluzione? Notiamo che la reazione divina segue il
sacrificio offerto da Noè: “Il SIGNORE sentì un odore soave; e il SIGNORE disse
in cuor suo [...]” (Gn 8,21). Per alcuni specialisti, in particolare René
Girard, il sacrificio è il rituale che permette di incanalare la violenza e,
quindi, di esercitarla in un modo accettabile e positivo (15). Non si può
sopprimere la violenza, però si può utilizzarla in modo accetto da tutti e per
scopi utili. Il sacrificio è uno di questi modi, così come la macellazione di
animali per scopi alimentari (cf. Gn 9,1-3). Vi sono regole, tuttavia, ed è
essenziale: non si può consumare il sangue (Gn 9,4). La violenza inerente alla
natura umana può trovare uno “sfogo” solo se è regolata e se si rispettano le
regole. In questo modo, la violenza è integrata e “umanizzata”, cosicché una
forza di distruzione serve al benessere della società. Vi sono oggi altre forme
di regolazione della violenza, e della sua trasformazione in energia positiva,
ad esempio l’arte e lo sport. La letteratura, il teatro e il cinema possono
essere modi di smascherare la violenza nascosta nell’anima umana e di rivelarne
tutte le conseguenze. Già i filosofi greci avevano evidenziato la funzione
“purificatrice” (catarsi) del teatro: “Tragedia, dunque, è mimesi di un’azione
seria e compiuta in sé stessa [...] in forma drammatica e non narrativa; la
quale, mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto
di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni” (16).
In molti mestieri, si esercita una certa “violenza” controllata per trasformare
la materia e renderla utile. Addirittura, il chirurgo, in un certo modo,
trasforma e sublima una certa forma di inconsapevole crudeltà per curare e, in
alcuni casi, salvare la vita. Da lì, ovviamente, la necessità dell’educazione e
dell’istruzione.
Conclusione
La violenza, purtroppo, fa parte del nostro mondo e della nostra umanità.
È anche certamente presente nella natura e solo il mondo ideale che precede il
diluvio o il mondo che sorgerà alla fine dei tempi sono mondi ove la violenza è
sconosciuta. Il messaggio biblico, in questo contesto, si può riassumere in due
parole: la violenza non si può cancellare, è meglio tenerne conto seriamente e
usarla, canalizzarla e trasformarla in energia utile per il bene dell’umanità e
del mondo.
Jean Louis Ska