sabato 9 maggio 2026

da Il Manifesto del 06/05/2026

Boy Scout e Lotta Continua:

fare da soli per sopravvivere

di Marinella Salvi


C’era la Latteria sociale dove tutti portavano il latte delle loro mucche e c’era chi teneva i conti e chi faceva il formaggio e poi si lavorava alla sagra di San Valentino quando veniva gente anche dai borghi vicini perché servivano soldi per far funzionare l’asilo. Nel borgo gemonese di Godo quel giovedì 6 maggio all’osteria Là dal Meste, come ogni sera, si giocava a briscola ma quel giorno, un minuto passate le ventuno, arrivò l’Orcolat, improvviso, spietato e dell’osteria rimasero solo mucchi di pietre fumanti a seppellire tutti quelli che c’erano. E crollò anche tutto intorno, paese dopo paese: per 60 km a nord di Udine mucchi di rovine, decimo grado della scala Mercalli, il finimondo.

Nacque proprio a Godo, intorno all’unico fuoco che qualcuno accese nel buio assoluto di quella notte, l’embrione di quella che sarà, nei mesi successivi, una straordinaria esperienza collettiva: l’autogestione dei terremotati. Per più di quattro mesi, a Godo e via via dappertutto, la int (la gente) non delegò a nessuno la propria sorte. Raggruppò le tende vicino alle case e ne fece rifugio ma anche mensa collettiva, scuola, dispensario, comunità. Con il terremoto saltò l’ordine precedente e assieme alle strade, alla luce, all’acqua, collassarono le istituzioni. Si formarono i Comitati delle tendopoli, riconosciuti non per elezione ma perché «capaci di fare» e organizzarono il necessario, evitarono accaparramenti, distribuirono prima a chi ne aveva più bisogno. Erano i figli di un Friuli poverissimo, da oltre un secolo terra di emigranti, la regione più povera dell’Italia del nord che aveva da poco cominciato a rialzarsi con le piccole industrie messe su dagli artigiani e le giornate scandite dal lavoro in campagna, nella stalla e poi magari anche in fabbrica.

Fu come il terremoto avesse fatto riemergere con tutta la sua forza una storia millenaria: la tribù celtica che decideva di sé sotto il grande tiglio, l’assemblea dei capifamiglia che nel medioevo costituiva le vicinie e quel modo di essere comunità dell’asilo e della Latteria sociale che continuava a vivere tutte le volte che qualcuno si costruiva la casa con l’aiuto dei vicini e ci si dava una mano in cambio di un po’ di pane e salame e un bicchiere di vino.

Arrivarono volontari da ogni dove e fu accoglienza per chi seppe diventare parte della tendopoli: gli scout cattolici assieme ai compagni di Lotta Continua, gli alpini e i soldati di leva, gli operai e i tecnici delle Regioni (di sinistra) e ancora e ancora. Presto si organizzò il Coordinamento dei Comitati delle tendopoli mentre il rapporto con le istituzioni, ma anche con partiti e sindacati, continuò accidentato. Assemblee, volantini, comunicati, poi la decisione di andare tutti a Trieste, il capoluogo lontano, la controparte, la città che con il Friuli, per storia e cultura, aveva poco da spartire ma là stava la Regione, per la int là stava quel potere intriso di interessi ambigui e nascosti che non ascoltava e restava immobile pur pretendendo di decidere. Da soli, il 16 luglio, mentre partiti e sindacati e sindaci e politici vari si riunivano a Udine, migliaia di terremotati scesero a Trieste e sfilarono per le vie del centro a chiedere rispetto, attenzione, aiuto. «Prima le fabbriche poi le case e poi le chiese», «Non servitù militari ma aree fabbricabili», le rivendicazioni erano chiare, la nuova legge regionale doveva essere condivisa. Un clima pacifico ma di dura fermezza, un’unica sassata il 4 settembre contro la macchina di Andreotti costretto allo slalom tra i picchetti e il vescovo che resta in strada tra la sua gente senza incontrare il presidente del Consiglio.

Si scrisse, così piaceva alla narrazione mainstream, che i terremotati erano subornati dall’estrema sinistra ma poi si raccontò dell’atavico fasìn di bessoi (facciamo da soli) per spiegare quel rifiuto dell’«ordine costituito». Ma non fu proprio così.

Pa sopravivence, no pa l’anarchie c’era scritto in un documento dei Comitati che era un programma e una dichiarazione di valori. Sopravvivenza che non era solo quella materiale individuale ma voleva, doveva, essere quella di una comunità e della sua cultura. Pa sopravivence, no pa l’anarchie è anche il titolo del libro, fresco di ristampa, che Igor Londero ha dedicato a quei mesi cercando i testimoni e analizzando la mole di documenti raccolti nella piccola Biblioteca comunale di Gemona tra comunicati, volantini, verbali battuti a macchina o scritti a mano. Per comprendere cosa, come, perché, dentro i fatti e fuori dagli stereotipi, mettendo in fila tutti i protagonisti, ricostruendo il contesto. Il clero del rinnovamento, così presente nella realtà friulana, che chiedeva giustizia per i vivi; il dibattito dentro la politica tra chi voleva riappropriarsi dell’organizzazione e del controllo e chi cercava di dare voce e ruolo all’autonomia popolare; poi le forze dell’ordine con i loro automatismi securitari, fogli di via e perquisizioni e i militari quando prendevano parola anche i «proletari in divisa» e gli obiettori.

Il Friuli oggi è fatto di borghi con grandi ville e fabbriche e vive un benessere prima sconosciuto, inquinato da «ognuno per sé» e dalle vecchie logiche dei sotàns (sottomessi). Resta la storia emblematica di quattro mesi di resistenza mentre la terra continuava a tremare, parentesi speciale che si interruppe tra l’11 e il 15 settembre quando tre scosse in tre giorni del decimo grado fecero crollare davvero tutto, anche quello che si stava ricostruendo, anche le comunità che si erano tenute coese: la int perse il morale e andò via, in 80mila sui camion militari verso gli alberghi della costa.