domenica 3 maggio 2026

da Il Manifesto del 29/04/2026

Il decreto per i lavoratori è solo l’ennesimo bluff

di Luciana Cimino


Se negli anni scorsi le misure per il Primo maggio venivano annunciate da Giorgia Meloni attraverso video sui social, questa volta la premier ha deciso di presentarle in una conferenza stampa a Palazzo Chigi. Con tanto di domande dei giornalisti, modalità che lei di solito non preferisce.

«MISURE CONCRETE, senza propaganda», ha detto la presidente del consiglio. Affermazioni entrambe esagerate. Per la foto di rito ha scelto, infatti, di essere affiancata da due ministre, Elvira Calderone e Eugenia Roccella. Il ruolo della prima, titolare del Lavoro, nel decreto è evidente, poco comprensibile sembra, invece, la vetrina offerta alla ministra della Famiglia e della natalità. Se non per comunicare visivamente che il governo ha a cuore la sorte delle donne (che devono essere in condizioni di avere tempo per procreare) oltre che dei giovani. Abbandonata la tentazione di agevolare le sigle minori che spesso offrono contratti al ribasso (come voleva il sottosegretario leghista Claudio Durigon, già segretario del sindacato di destra Ugl), il decreto prevede esoneri contributivi su Zes, zone economiche speciali, e giovani sotto i 35 anni. Naturalmente sotto forma di bonus, così come le misure per le donne: i datori di lavoro che le assumono avranno sgravi fiscali. Prevista una spesa di 934 milioni di euro per una platea stimata di 4 milioni di lavoratori.

NULLA DI RIVOLUZIONARIO, anche perché la situazione economica è quella che è, con la produzione industriale in caduta libera dall’insediamento del governo, settori industriali in crisi e quasi 150 vertenze aperte che mettono a rischio 138.469 mila lavoratori. Nonostante le letture parziali dei dati Istat sull’occupazione, Meloni ha capito, e il voto al referendum glielo ha confermato, che il tema del lavoro e dei salari mangiati dall’inflazione è urgente. Per questo l’obiettivo del decreto di quest’anno era anche disinnescare la proposta delle opposizioni sul salario minimo. La premier preferisce parlare di «salario giusto» parametrato sui «contratti collettivi nazionali stipulati da sindacati e imprese». «Chi sottopaga i lavoratori non avrà incentivi – ha detto la premier – questo è il modo migliore per ringraziare gli italiani che ogni giorno contribuiscono con il loro lavoro a fare grande la nostra nazione».

E Calderone ha difeso la scelta, che «rappresenta un attento ascolto delle istanze del mondo datoriale e sindacale: non solo le interlocuzioni ci sono ma il governo ascolta», ha aggiunto la ministra per smorzare i toni di Meloni, la cui retorica non ha tradito l’avversione per le organizzazioni dei lavoratori «che a volte hanno posizioni pregiudiziali», ha affermato rispondendo a una domanda sul mancato confronto con i sindacati. Sui rider però l’ascolto deve essere stato meno «attento»: è passata la norma che, se guidato da un algoritmo delle piattaforme di consegna cibo, il rapporto si presume dipendente, salvo prova contraria. Ma per «punire il caporalato», in particolare il traffico di falsi account, viene imposta al lavoratore l’autenticazione tramite Spid o Cie. Misura bocciata dai sindacati: comporta un aumento delle spese per i rider.

SI NOTA DI PIÙ quello che manca nel testo scritto da Calderone e limato fino all’ultimo minuto dal consiglio dei ministri. È stata espunta la norma sulla retroattività degli aumenti di stipendio stabiliti dai rinnovi contrattuali. La misura avrebbe assicurato ai lavoratori il pagamento degli arretrati, incentivando Confindustria a rinnovare rapidamente i contratti perché lo stallo diventerebbe svantaggioso per i datori di lavoro. Previsto l’aumento automatico in busta paga pari al 30% dell’inflazione dopo dodici mesi dalla scadenza del contratto nazionale di ciascuna categoria.

«UN’ALTRA operazione di propaganda, mentre i salari diminuiscono e le pensioni vengono erose dall’inflazione – ha commentato il senatore del Pd Francesco Boccia – La verità è che Meloni e il ministro Giorgetti non hanno un’idea per la crescita del paese e per aiutare famiglie e imprese». Entusiasta invece l’Ugl come anche la Cisl, che dopo anni di luna di miele con il governo si era allontanata, tornando nella triplice, proprio per le indiscrezioni sul decreto lavoro. Tutto dimenticato: «Siamo molto soddisfatti, ci sono elementi da noi richiesti», ha detto la segretaria generale del sindacato di via Po, Daniela Fumarola.