da Volere la Luna del 09/10/2026
Una legge su misura che manipola la rappresentanza
di Valentina Pazé
C’era una volta il voto plurimo. In Svezia tra il 1865 e il 1911 i cittadini avevano il diritto a un numero variabile di voti a seconda del censo. Gli elettori (circa il 20% della popolazione) erano suddivisi in una quarantina di gruppi. Alle ali estreme, i meno abbienti avevano a disposizione un voto, mentre ricchi e super-ricchi potevano esprimere fino a 54 voti! Era un modo (maldestro) per tentare di dare una parvenza “democratica” a un sistema di potere saldamente nelle mani dei grandi proprietari: i meno facoltosi non erano esclusi del tutto, ma si faceva in modo che il loro voto fosse irrilevante rispetto a quelli dei padroni del paese. L’idea del voto plurimo, in quegli anni, veniva difesa perfino da John Stuart Mill, come accorgimento per controbilanciare i temibili effetti dell’estensione del suffragio alle classi lavoratrici. A godere del privilegio di esprimere più di un voto, per lui, avrebbero dovuto essere i più istruiti. Oggi l’idea ritorna nel programma elettorale di Vannacci, che ipotizza di riconoscere ai genitori il diritto di votare anche per figli e figlie minorenni. Due, tre, cinque schede a padri e madri, a seconda della numerosità della prole, tanto per ribadire la centralità della famiglia (tradizionale) nell’ordine simbolico della Nazione.
Se tutto ciò può apparire – ed è – folkloristico, oltre che in evidente contrasto col principio “una testa, un voto” alla base della democrazia, esistono modi meno sfacciati per minare alla radice il principio di eguaglianza politica sancito dall’art. 48 della Costituzione. Il principale consiste nell’intervenire sui meccanismi di trasformazione dei voti in seggi: le leggi elettorali. È ciò che accade oggi in Italia, per l’ennesima volta, dopo che ben due leggi negli scorsi anni sono state annullate dalla Corte costituzionale per violazione dell’art. 48. In un paese dalla memoria corta come il nostro è bene ricordare che cos’erano e quali effetti ebbero quei sistemi elettorali. Con il Porcellum, rimasto in vigore per tre tornate elettorali tra il 2005 e il 2014, è potuto accadere che il PD con il 25,43% dei voti ottenesse 292 seggi alla Camera e il M5 stelle, con qualche voto in più (25,56%) se ne aggiudicasse 108. Come se gli elettori del PD avessero avuto a disposizione (quasi) 3 schede ciascuno, e quelli del M5 stelle una. Complessivamente in quella tornata elettorale – era il 2013 – il 29,55% dei voti ottenuti dalla coalizione Italia bene comune si trasformò in una ampia maggioranza di 340 seggi (sempre alla Camera), mentre la coalizione di centro-destra guidata da Silvio Berlusconi conquistò, con una percentuale di poco inferiore (29,18%) meno della metà dei seggi (124). Non era l’esito voluto e preventivato da Calderoli quando aveva concepito quella legge (nel 2005) con obiettivo dichiarato di scongiurare una vittoria troppo netta del centro-sinistra l’anno successivo. Capita, quando si confezionano abiti su misura, senza tenere conto della possibilità che possano non adattarsi al mutare delle circostanze (nello specifico, il passaggio da un sistema partitico bipolare a uno tripolare)…
Oggi ci troviamo di nuovo di fronte a un Governo che, a fine legislatura, si accorge che il sistema elettorale che gli aveva garantito un’amplissima maggioranza, complice l’improvvida scelta del centro-sinistra di presentarsi diviso nel 2022, rischia di non sortire più gli stessi effetti. Ecco allora la necessità, e l’urgenza, di varare l’ennesima riforma della legge elettorale, imposta dalla maggioranza (e, al suo interno, da Fratelli d’Italia agli alleati riottosi), con voti di fiducia e minaccia di fine anticipata della legislatura. Una legge più volte ripensata e ritoccata in questi mesi – sondaggi alla mano – per massimizzare le chance di vittoria di chi la propone. L’impianto della legge è il medesimo del Porcellum e del suo calco renziano, l’Italicum (anch’esso annullato dalla Corte, prima ancora di essere stato sperimentato), con qualche accorgimento per evitare una nuova bocciatura, come la previsione di una soglia per far scattare il premio di maggioranza. Si prevede infatti che per aggiudicarsi il premio di 70 seggi alla camera e 35 al Senato una lista o una coalizione debba riuscire a superare il 42% dei voti. Anche così, la distorsione della rappresentanza è assicurata. Come nel 2013, potrebbe accadere – come scrive in questo focus Francesco Pallante – che «per una differenza di poche migliaia di voti, il numero di seggi assegnati a due liste o coalizioni aventi consistenza elettorale sostanzialmente analoga risulti segnato da un divario pari a oltre il 20% dei seggi complessivamente assegnabili, una misura senz’altro irragionevole». C’è poi il rischio che il destinatario del premio, forte del 57 o 58% dei seggi nelle due Camere, sia in grado di eleggere da solo, o quasi, cruciali organi di garanzia come il Presidente della Repubblica, i giudici costituzionali e i membri del Csm di nomina parlamentare.
Numerose sono le altre criticità e i potenziali profili di incostituzionalità di questa legge, puntualmente richiamati dai contributi che compongono questo focus (dalle finte preferenze all’obbligo di indicare il nome del candidato Presidente del Consiglio alla penalizzazione della rappresentanza femminile alle pluri-candidature). Ma una disposizione, in particolare, impatta in modo significativo sulla pari possibilità dei cittadini di esercitare i diritti politici. Non contenta di avere inferto un duro colpo al principio di eguaglianza del voto “in uscita”, manomettendo il meccanismo di trasformazione dei voti in seggi, nella seconda lettura al Senato la maggioranza ha introdotto una ulteriore, palese, discriminazione “in entrata”, prevedendo che le formazioni politiche prive di una rappresentanza parlamentare debbano, per presentarsi, raccogliere almeno 6-7000 firme in ciascun collegio (quattro volte quelle previste finora). Si tratta di un numero di sottoscrizioni elevatissimo: «una cifra superiore ai voti ottenuti nel 2022 da alcuni dei partiti che ora sono presenti in Parlamento e che invece saranno esentati dal raccogliere tutte queste firme». È difficile, tra l’altro, presentare questa disposizione come una norma “anti-cespugli”. Saranno esonerati dall’obbligo partitini come Azione, Italia viva, Noi moderati (quotato allo 0,9% dai sondaggi), mentre godranno di un consistente “sconto” (solo 1500-2000 firme per collegio) Futuro nazionale di Vannacci e Più Europa, in virtù della presenza di loro esponenti nel gruppo misto (nel caso di FN, transfughi da altri partiti: un bel premio al trasformismo). Ad accollarsi per intero l’onere della raccolta saranno invece forze “extra-parlamentari”, come Rifondazione comunista e Potere al popolo, e liste espressione di movimenti politici che si presentano per la prima volta alle elezioni. Come osserva in queste pagine Lorenzo Spadacini, così non viene premiato «chi dimostra radicamento sociale», ma «chi possiede già accesso alle istituzioni o può appoggiarsi a reti parlamentari esistenti». Si può aggiungere che il successo nella raccolta delle firme (ammesse esclusivamente in forma cartacea) dipenderà anche dalla diversa disponibilità di risorse, economiche ed organizzative, e dal diverso grado di esposizione mediatica. A riprova del fatto che non basta abolire formalmente il criterio del censo per neutralizzare gli effetti delle diseguaglianze sociali sul godimento dei diritti politici.
Tre pesi e tre misure, dunque, senza giustificazione se non la difesa di rendite di posizione e calcoli di piccolo cabotaggio sulla convenienza di escludere questa o l’altra lista. Avanti tutta, verso il sistema svedese. Non quello attuale (un proporzionale senza premi, come in gran parte d’Europa). Quello della seconda metà dell’Ottocento.