"Il
vero senso della pace è il riconoscimento che c'è un prossimo, cui
dobbiamo voler bene, e che se non gli vogliamo bene, l'abbiamo già
ucciso dentro di noi".
sabato 30 settembre 2017
CORRETE A LEGGERE QUESTO LIBRO
Il libro che questa settimana consiglio è stato pubblicato in italiano recentemente dall'Editore Pazzini.
Ne è Autore Faustino Teixeira. Il suo titolo è "Cercatori cristiani in dialogo con l'Islam".
F.B.
Ne è Autore Faustino Teixeira. Il suo titolo è "Cercatori cristiani in dialogo con l'Islam".
F.B.
ANNUNCIO DI BENEDIZIONE NELLA CELEBRAZIONE DEL MATRIMONIO
Oggi, con grande gioia ho annunciato la benedizione di Dio al matrimonio di Steven e Remo. Il dato più rilevante, a mio avviso, sta sempre nel fatto che tali celebrazioni offrono una larga ed inconsueta opportunità di annuncio dell'Evangelo spesso a persone in ricerca. E' stata anche un'occasione ecumenica perché ho potuto annunciare la benedizione di Dio a due cristiani protestanti che non hanno trovato accoglienza nella loro comunità svizzera.
Bel segno: l'ecumenismo funziona anche al di là delle regole delle chiese ufficiali.
Franco Barbero
Bel segno: l'ecumenismo funziona anche al di là delle regole delle chiese ufficiali.
Franco Barbero
LA MAMMA DI CESARE MELILLO E' NELLE BRACCIA DI DIO
La mamma di Cesare Melillo sarà ricordata con la preghiera comunitaria lunedì 18,30 nella chiesa parrocchiale dell'Ascensione a Torino in Via Gaidano.
Il funerale avrà luogo martedì alle ore 10.
Il funerale avrà luogo martedì alle ore 10.
TORINO, CORSO BIBLICO
A Torino il corso biblico prosegue venerdì 6 ottobre con la lettura della Prima parte del Libro dei Giudici, in Via Principe Tommaso 4 dalle ore 17,45 alle 19,15.
E' sempre possibile partecipare al gruppo per chi lo desiderasse.
E' sempre possibile partecipare al gruppo per chi lo desiderasse.
DOMANI DOMENICA 1 OTTOBRE
Domani 1 ottobre a Pinerolo in Via Città di Gap,13 alle ore 10 si svolge la preghiera comunitaria preparata da Stefania ed Esperanza.
MISTICA NON E' MISTICISMO
Mentre il misticismo è una evasione spiritualistica della realtà, la mistica è un vivere al cospetto di Dio dentro i meandri della realtà, captare il gemito e il conto delle cose che sono trasparenza del divino nell'universo.
La mistica non è appannaggio di una "aristocrazia spirituale" ma si concretizza in un cammino di fede in cui Dio ci viene incontro nell'ordinario, nel giorno dopo giorno.
Franco Barbero
La mistica non è appannaggio di una "aristocrazia spirituale" ma si concretizza in un cammino di fede in cui Dio ci viene incontro nell'ordinario, nel giorno dopo giorno.
Franco Barbero
Centro di ascolto del disagio maschile
Lunedì 2 ottobre diventerà operativo di via Bignone 40, a Pinerolo, il Centro di ascolto del disagio maschile, dedicato in particolare agli uomini autori di violenza e curato dall'associazione "Liberi dalla violenza". Presso il Centro si può trovare aiuto, nella piena riservatezza, fornito da operatori qualificati. È aperto il lunedì dalle 18 alle 20 e il giovedì dalle 16 alle 18. Il numero di telefono è 3661140074.
L'indirizzo email: liberidallaviolenza@gmail.com
Lunedì 2 ottobre diventerà operativo di via Bignone 40, a Pinerolo, il Centro di ascolto del disagio maschile, dedicato in particolare agli uomini autori di violenza e curato dall'associazione "Liberi dalla violenza". Presso il Centro si può trovare aiuto, nella piena riservatezza, fornito da operatori qualificati. È aperto il lunedì dalle 18 alle 20 e il giovedì dalle 16 alle 18. Il numero di telefono è 3661140074.
L'indirizzo email: liberidallaviolenza@gmail.com
Il sorriso di JASMINE
La comunità nascente di Torino domenica 24 settembre ha vissuto una giornata di festa e di lode al Dio della creazione per la presentazione di Jasmine, figlia di Anna cristiana e Oahi musulmano.
I suoi occhi e i suoi sorrisi ci hanno dato la consapevolezza del mistero del Dio creatore che continua a rivelarsi nella creazione che continua.
Franco Barbero
La comunità nascente di Torino domenica 24 settembre ha vissuto una giornata di festa e di lode al Dio della creazione per la presentazione di Jasmine, figlia di Anna cristiana e Oahi musulmano.
I suoi occhi e i suoi sorrisi ci hanno dato la consapevolezza del mistero del Dio creatore che continua a rivelarsi nella creazione che continua.
Franco Barbero
PAZZAMENTE PAZZI
Non ci siamo. Il Vangelo è proprio «pasta» diversa da noi. Noi siamo così misurati da scommettere sempre a ragion veduta, al sicuro. E allora la scommessa non esiste più e il Vangelo viene ridotto a buon senso, alle dimensioni del buon senso.
Una delle realtà su cui scommettere tutto e la lettura assidua della Parola di Dio. Ebbene… quante parrocchie e quante comunità di base si sono «raffreddate» su questo impegno! Si cominciano a ridurre i tempi e gli spazi e si finisce che il gruppo di lettura biblica diventa un'attività tra le altre Si va... quando si è proprio in forma e non c'è null'altro di più interessante. Se si è un po' stanchi, si sta volentieri a casa e si ripiega dolcemente sulla televisione. Con l'ossessione della salute che ci troviamo in corpo, basta un piccolo bubù... per dispensarsi. Meglio ancora se il bubù ce l'hanno i figli; così c'è persino un «motivo valido» (la famiglia!) per non scontrarsi con la Parola di Dio o con una serata di impegno politico o di solidarietà.
Non si tratta di imporci legalisticamente delle «pratiche salvifiche». Non c'è pencolo tra di noi. Ma... la libertà non è nemica della disciplina e la «grazia a buon mercato» non ha nulla a che fare con la pratica di vita di Gesù.
Io sono gratissimo agli animatori della mia comunità. Sul terreno della «fedeltà alla Parola» non concedono tregua. Se qua e là non ci fossero dei «pazzi pazzamente pazzi» (che sono spesso i più sereni e non hanno per niente coscienza di essere degli eroi), forse sarebbe meglio chiudere «baracca». Ma Dio, questo Dio completamente pazzo, che è del tutto anormale e fuori regola, è appunto un «Dio che dà lo Spirito senza misura» (Giovanni 3,34).
Signore, dacci questo Spirito che ci fa andare oltre le nostre «ragionevoli» misure. Solo tu puoi rompere le comode perimetrazioni con cui ci difendiamo.
Franco Barbero
Non ci siamo. Il Vangelo è proprio «pasta» diversa da noi. Noi siamo così misurati da scommettere sempre a ragion veduta, al sicuro. E allora la scommessa non esiste più e il Vangelo viene ridotto a buon senso, alle dimensioni del buon senso.
Una delle realtà su cui scommettere tutto e la lettura assidua della Parola di Dio. Ebbene… quante parrocchie e quante comunità di base si sono «raffreddate» su questo impegno! Si cominciano a ridurre i tempi e gli spazi e si finisce che il gruppo di lettura biblica diventa un'attività tra le altre Si va... quando si è proprio in forma e non c'è null'altro di più interessante. Se si è un po' stanchi, si sta volentieri a casa e si ripiega dolcemente sulla televisione. Con l'ossessione della salute che ci troviamo in corpo, basta un piccolo bubù... per dispensarsi. Meglio ancora se il bubù ce l'hanno i figli; così c'è persino un «motivo valido» (la famiglia!) per non scontrarsi con la Parola di Dio o con una serata di impegno politico o di solidarietà.
Non si tratta di imporci legalisticamente delle «pratiche salvifiche». Non c'è pencolo tra di noi. Ma... la libertà non è nemica della disciplina e la «grazia a buon mercato» non ha nulla a che fare con la pratica di vita di Gesù.
Io sono gratissimo agli animatori della mia comunità. Sul terreno della «fedeltà alla Parola» non concedono tregua. Se qua e là non ci fossero dei «pazzi pazzamente pazzi» (che sono spesso i più sereni e non hanno per niente coscienza di essere degli eroi), forse sarebbe meglio chiudere «baracca». Ma Dio, questo Dio completamente pazzo, che è del tutto anormale e fuori regola, è appunto un «Dio che dà lo Spirito senza misura» (Giovanni 3,34).
Signore, dacci questo Spirito che ci fa andare oltre le nostre «ragionevoli» misure. Solo tu puoi rompere le comode perimetrazioni con cui ci difendiamo.
Franco Barbero
UN PRETE CHE CREDE ANCORA NEL DIAVOLO

Sabato sera lo aveva detto chiaro: «È una vendetta del diavolo». E ieri don Marino Basso, 61 anni, parroco di Pecetto Torinese da tre anni, al centro di polemiche e veleni dopo la dimissione di tutte le catechiste, lo ha ripetuto, con enfasi, al termine delle due messe della giornata. Ottenendo reazioni diverse.
Alla messa delle 8,30, chiesa piena, soprattutto persone anziane. Don Marino nell'omelia parla di perdono, di non cercare la vendetta. E al termine della messa legge il messaggio di sabato: «La scelta delle catechiste ha messo in difficoltà grave la nostra comunità. Desidero fare una riflessione con voi che mi viene dal mio ministero di esorcista. Il diavolo vuole vendicarsi con me, per questo sta rovinando la nostra comunità creando confusione e diffamazione».
L'appoggio dei fedeli
Un parrocchiano si alza: «Bravo don Marino» e scatta l'applauso di tutta la chiesa. Alle 10,30 c'è un'atmosfera diversa: è la messa più importante della giornata, la chiesa è piena, ma non gremita. Di nuovo molte persone anziane, pochi giovani, qualche mamma con bambini. Una signora osserva: «È da un po' di tempo che non venivo più. Certo i giovani sono sempre meno. Ricordo che con il parroco precedente erano molti di più. E quante famiglie. Oggi si contano sulle dita di una mano. Io sono tornata perché mi hanno detto che ieri ha parlato del diavolo, voglio sentire, capire cosa è successo».
La signora è presto accontentata. Don Marino ripete quanto detto nelle altre due messe, rimarca la vendetta del maligno. Aggiunge di non essere arrabbiato: «Quando se la prendono con la mia persona non mi interessa – dice -. Ma non devono toccare la comunità, io per questo ho dato la mia vita al Signore. E posso diventare feroce». In fondo un uomo giovane con il telefonino registra tutto e fa facce perplesse con la moglie impegnata a tenere i due bimbi piccoli. All'uscita una loro amica, anche lei con figli piccoli, sibila: «Stavolta ha davvero esagerato, Il diavolo? Ma siamo pazzi». E quando don Marino finisce di parlare non scatta nessun applauso.
Le critiche delle catechiste
Non hanno partecipato alle messe, né sabato, né ieri. «Non vogliamo polemizzare – dice Maria Rita Tabasso – ma non torniamo indietro. Siamo unite nella nostra decisione, non condividiamo la sua non trasparenza nella gestione della parrocchia». Una scelta sofferta: «Abbiamo pianto e pregato molto. Siamo dispiaciute e amareggiate, non era nostra intenzione fare del male. La nostra è stata una decisione responsabile».
Il momento è delicato: «Potevamo trovare delle scuse, ma siamo persone coerenti e abbiamo detto la verità. Abbiamo scritto al vescovo e la nostra coscienza è tranquilla. Il catechismo per noi è una missione, abbiamo sofferto molto nel lasciare i nostri ragazzi. Ma sappiamo che le famiglie hanno capito». Il diavolo non fa paura: «Abbiamo una fede grande e di quello che facciamo rendiamo conto a Dio, non al parroco».
Antonella Torra
(La Stampa 18 settembre)
La Premier Serba contro l’omofobia. Partecipa al Pride
Diritti umani. La Serbia presenta ancora risultati negativi in relazione ai diritti umani: uno studio rivela che quasi un cittadino su due «curerebbe» il proprio figlio, se lo scoprisse gay. Ma la sfilata di ieri è stata pacifica e colorata, alla presenza della premier Ana Brnabic (foto a sinistra)
Ampi settori della società rimangono rigidamente conservatori. Uno studio, solo due anni fa, ha rivelato che quasi un cittadino su due «curerebbe» il proprio figlio, se scoprisse che è omosessuale. Ma le cose sembrano cambiare, in Serbia. Serbia dove ieri, per il quarto anno consecutivo, diverse centinaia di gay e lesbiche hanno potuto sfilare liberamente nel centro di Belgrado, in una marcia colorata, senza incidenti e violenze, tra bandiere arcobaleno e un cartello in bella evidenza che recitava «Ana je tu», Ana è qui. Ana, nome di battesimo di Ana Brnabic, giovane premier, dichiaratamente lesbica, da ieri anche il primo capo di governo in Serbia ad aver partecipato a una marcia dell'orgoglio omosessuale. Brnabic, gettonatissima per un selfie assieme ai manifestanti, non ha tradito le attese e non si è sottratta. Chi è al potere a Belgrado crede che «la diversità renda la nostra società più forte», ha dichiarato.
«Il governo è qui per tutti i cittadini e assicurerà il rispetto dei diritti di tutti», non solo della maggioranza, ma anche «delle minoranze», ha ribadito nel cuore di una metropoli molto meno blindata che in passato, segno che le tensioni in occasione del Pride stanno scemando. E che sono ormai remoti gli scontri del 2010 tra hooligan e polizia, il sangue, i feriti.
Ieri, a protestare contro gay e lesbiche, c'era solo un pugno di ultranazionalisti e di fondamentalisti religiosi. Qualcuno ha urlato «sodomia, reato penale», altri hanno innalzato qualche croce e icone al cielo, controllati a vista dagli agenti in tenuta antisommossa.
Non li ha visti sicuramente Brnabic, accolta con calore dalla comunità Lgbt locale. È stato «un bene, la prima volta che un premier ha partecipato al Pride», conferma Goran Miletic, anima della manifestazione e storico attivista per i diritti umani in Serbia, che ieri al Pride ha sottolineato che problemi ci sono ancora, ma che «vogliamo lavorare insieme per risolverli». Problemi come i pregiudizi e le discriminazioni verso gay e lesbiche, una questione ancora attuale. Gay e lesbiche che - assieme ai rom - restano fra le minoranze più soggette a «minacce e attacchi» in Serbia, la gran parte non denunciati alle autorità, ha segnalato Human Right Watch nel suo World Report 2017. La Serbia presenta ancora risultati negativi «in relazione ai diritti umani, non possiamo certamente essere soddisfatti, ma ci sono miglioramenti visibili negli ultimi due anni», puntualizza però Miletic.
Stefano Giantin
(La Stampa 18 settembre)
Ampi settori della società rimangono rigidamente conservatori. Uno studio, solo due anni fa, ha rivelato che quasi un cittadino su due «curerebbe» il proprio figlio, se scoprisse che è omosessuale. Ma le cose sembrano cambiare, in Serbia. Serbia dove ieri, per il quarto anno consecutivo, diverse centinaia di gay e lesbiche hanno potuto sfilare liberamente nel centro di Belgrado, in una marcia colorata, senza incidenti e violenze, tra bandiere arcobaleno e un cartello in bella evidenza che recitava «Ana je tu», Ana è qui. Ana, nome di battesimo di Ana Brnabic, giovane premier, dichiaratamente lesbica, da ieri anche il primo capo di governo in Serbia ad aver partecipato a una marcia dell'orgoglio omosessuale. Brnabic, gettonatissima per un selfie assieme ai manifestanti, non ha tradito le attese e non si è sottratta. Chi è al potere a Belgrado crede che «la diversità renda la nostra società più forte», ha dichiarato.
«Il governo è qui per tutti i cittadini e assicurerà il rispetto dei diritti di tutti», non solo della maggioranza, ma anche «delle minoranze», ha ribadito nel cuore di una metropoli molto meno blindata che in passato, segno che le tensioni in occasione del Pride stanno scemando. E che sono ormai remoti gli scontri del 2010 tra hooligan e polizia, il sangue, i feriti.
Ieri, a protestare contro gay e lesbiche, c'era solo un pugno di ultranazionalisti e di fondamentalisti religiosi. Qualcuno ha urlato «sodomia, reato penale», altri hanno innalzato qualche croce e icone al cielo, controllati a vista dagli agenti in tenuta antisommossa.
Non li ha visti sicuramente Brnabic, accolta con calore dalla comunità Lgbt locale. È stato «un bene, la prima volta che un premier ha partecipato al Pride», conferma Goran Miletic, anima della manifestazione e storico attivista per i diritti umani in Serbia, che ieri al Pride ha sottolineato che problemi ci sono ancora, ma che «vogliamo lavorare insieme per risolverli». Problemi come i pregiudizi e le discriminazioni verso gay e lesbiche, una questione ancora attuale. Gay e lesbiche che - assieme ai rom - restano fra le minoranze più soggette a «minacce e attacchi» in Serbia, la gran parte non denunciati alle autorità, ha segnalato Human Right Watch nel suo World Report 2017. La Serbia presenta ancora risultati negativi «in relazione ai diritti umani, non possiamo certamente essere soddisfatti, ma ci sono miglioramenti visibili negli ultimi due anni», puntualizza però Miletic.
Stefano Giantin
(La Stampa 18 settembre)
venerdì 29 settembre 2017
LA MISTICA DEGLI OCCHI APERTI
Per Teillard de Chardin, nella sua importante opera "L'ambiente divino", il grande mistero del cristianesimo è la trasparenza di Dio nell'universo che non può essere confusa con il panteismo. E' ben altro.
"Non è possibile non accorgersi di questa diafania divina che ingloba tutti e traspare nel mistero della creazione. L'essere umano vive dentro questo "ambiente divino", anche se non sempre se ne rende conto. Per essere capaci di vedere Dio in tutte le cose è necessaria una educazione della vista. Di fatto, per colui che sa vedere, niente è profano in questo mondo. Basta rompere con il circolo delle superficialità e delle apparenze". (Faustino Teixeira).
Nel 1951 Teillard de Chardin scriveva: "Immergiti nella Materia..Essa poi ti porterà fino a Dio!".
La Materia per lui è tutta la creazione, tutta la vita quotidiana: lì Dio ci viene incontro, lì c'è la Sua trasparenza.
Franco Barbero
"Non è possibile non accorgersi di questa diafania divina che ingloba tutti e traspare nel mistero della creazione. L'essere umano vive dentro questo "ambiente divino", anche se non sempre se ne rende conto. Per essere capaci di vedere Dio in tutte le cose è necessaria una educazione della vista. Di fatto, per colui che sa vedere, niente è profano in questo mondo. Basta rompere con il circolo delle superficialità e delle apparenze". (Faustino Teixeira).
Nel 1951 Teillard de Chardin scriveva: "Immergiti nella Materia..Essa poi ti porterà fino a Dio!".
La Materia per lui è tutta la creazione, tutta la vita quotidiana: lì Dio ci viene incontro, lì c'è la Sua trasparenza.
Franco Barbero
GUARDARE LONTANO, FUORI, OLTRE
"E' sempre difficile evitare quella diffusa idiozia ecclesiastica e politica che induce a credere che solo noi facciamo delle battaglie o che solo le nostre sono battaglie davvero serie....Occorre guardare lontano, avere occhi, cuore, gioia e gratitudine per tutte le ricerche, per tutti i passi che si fanno fuori dal campo che conosciamo meglio.
La bontà del Signore riempie tutta la terra e non finiremo mai di stupirci per la Sua opera.
Inoltre, chi guarda con gioia il grano degli altri, impara a vedere la propria zizzania".
(Franco Barbero, Tempi di Fraternità, 1/1977)
La bontà del Signore riempie tutta la terra e non finiremo mai di stupirci per la Sua opera.
Inoltre, chi guarda con gioia il grano degli altri, impara a vedere la propria zizzania".
(Franco Barbero, Tempi di Fraternità, 1/1977)
INCONTRO PREPARATORIO IN OCCASIONE DELLA GIORNATA DEL DIALOGO ISLAMO-CRISTIANO
Carissimi tutti,
riassumo un po' quello che
ci siamo detti nell'incontro preparatorio di ieri mercoledì 27 settembre (e allargo ancora la
lista di contatti della nostra conversazione ☺).Di seguito i dettagli definiti/da definire:
OBIETTIVO: creare condizioni per il dialogo guardando nel passato che cosa si è
già consolidato e prendere coscienza delle responsabilità
storiche delle religioni, perché possano liberarsi del ruolo di fautrici
o pretesto di guerre e assumere, unite, quello importante di fautrici della
pace mondiale.
DATA: possibilmente proprio il 27 ottobre p.v. (significativo e in più cade di venerdì che è comodo)
TITOLO: (perlomeno indicativo): "Guardare avanti rileggendo la nostra storia" (o correggete voi)
LUOGO:
meglio uno neutro, comunale. Si è già richiesta al Comune di Pinerolo
la disponibilità del Centro sociale di Via Lequio indicativamente dalle h
16 alle 23 e a titolo gratuito (anche se sarà difficile).
Giorgio ci informerà, anche per quanto riguarda la somma eventualmente
richiesta
ORA: non ancora fissata. A seguito della conferenza, poi, si intende offrire un rinfresco per un momento conviviale.
LOCANDINA: Youness si è offerto di prepararla (forse andrà inserito anche il logo del Comune)
RELATORI:
si è pensato di farne intervenire due, non di più, e preferibilmente
donne per la valenza particolare che significherebbero.
Alcuni di noi si sono già attivati nella ricerca. La scadenza fissata per fare dei nomi è lunedì 02/10, dopodiché si sceglierà.
A
breve fisseremo un altro incontro organizzativo.
Anzi invito per favore
Giorgio a proporre una data, dopo che avremo risposte dal Comune.
A
questo punto, si è pensato di rinviare anche a gennaio la tavola
rotonda inizialmente ipotizzata intorno al 20/11 (dal titolo "Le paure
di fronte al pluralismo culturale e religioso").
A presto per gli aggiornamenti.
Un caro saluto,
Elena
GRAZIE PER RUT, GIUDITTA, GIONA E TOBIA
In
questi mesi di comunità abbiamo davvero cercato insieme di studiare,
approfondire, meditare.
Ad
agosto in tre momenti di preghiera e in tre momenti di
approfondimento di “alcune significative novità librarie”
abbiamo provato a studiare che “cos'è la dimensione storica:
fede, storia, linguaggi, risignificazione”.
A
settembre abbiamo letto insieme libri biblici assai poco letti: Rut,
Giuditta, Giona, Tobia.
Una
vera goduria e un grande stimolo per la fede. Di tutto il “grazie “
più profondo va a Dio che ci convoca attorno alle Scritture e un
grazie sentito a Esperanza, Fiorentina e Ada che hanno introdotto le
serate presentandoci i singoli libri.
E'
per me fonte di gioia vedere che non facciamo in comunità nessuna
fatica a trovare chi svolge il servizio della predicazione
nell'eucarestia e chi presenta alcuni gruppi. Le parrocchie aprano la
predicazione agli animatori e alle animatrici...
Franco
Barbero
FATECI LA FESTA !
Come ormai tutti sapete, tra poco
Adista compie 50 anni.
Abbiamo organizzato un evento di riflessione,
dibattito e festa a cui desideriamo davvero che tanti abbonati,
lettori, amici della testata possano partecipare.
Appuntamento quindi a
Roma, il 9 e 10 dicembre 2017,
presso il Roma Meeting Center, Largo dello Scautismo 1
(Metro B Bologna, zona piazzale della Province)
ACCORRETE NUMEROSI
Informazioni tel. 06/6868692 info@adista.it
Roma, la costruzione delle «banlieue»
ROMA. Parlare di emergenza abitativa a Roma è fuorviante perché la vera emergenza è la lunghissima assenza di una politica per la casa. Da una prima fotografia scopriamo che, in condizione di disagio abitativo, ci sono sia i nuclei in sofferenza economica cioè in difficoltà a pagare il mutuo o l'affitto, sia quelli senza alloggio e senza soldi per ottenerlo. Quindi gli strumenti per affrontare la sofferenza abitativa devono essere eterogenei: se gli alloggi popolari sono la risposta per i nuclei senza casa, un'integrazione all'affitto è la risposta per chi ha problemi economici.
Una seconda fotografia rivela che nel 2014 le richieste di sfratto sono state circa 10.000 (ne sono state eseguite 230 al mese). Questa è la punta dell'iceberg di un fenomeno molto più ampio perché negli ultimi dieci anni gli sfratti per morosità sono saliti al 95% del totale. Quindi è un problema di impoverimento, dunque di welfare.
VEDIAMO ALLORA QUALE È il costo dell'emergenza cronica e come una politica miope sta alimentando la formazione di quartieri ghetto.
Il 66% della domanda abitativa (42.000 famiglie) proviene da chi ha un alloggio ma non riesce a fronteggiare l'affitto o il mutuo. Un'amministrazione seria dovrebbe intervenire in via preventiva per evitare che i nuclei sulla soglia di povertà finiscano nei CAAT (centri di assistenza alloggiativa temporanea detti residence) che prosciugano le casse pubbliche. Il costo medio di un appartamento in un residence oggi è di 1.700 euro mensili per una spesa di 32 milioni di euro all'anno: per questo l'amministrazione Marino cercò di chiudere i residence attraverso il «buono casa» (dgc. 368l2013), un sussidio dato ai nuclei in attesa di un alloggio popolare. La diffusione dei CAAT segue la distribuzione degli alloggi popolari: i residence non solo concentrano il disagio all'interno delle loro strutture pensate appunto per accogliere persone in condizione di marginalità urbana, ma lo fanno in zone della città già molto critiche. Eppure una regola basilare di ogni politica urbana è di evitare la concentrazione del disagio, cioè la formazione di ghetti. Invece, negli ultimi venticinque anni, i reietti della città, per dirla con Loïc Wacquant, sono stati relegati in case popolari oggi degradate – perché, come abbiamo visto nella precedente puntata, l'Ater non ha i soldi per la manutenzione -, nei residence e nelle occupazioni, ma anche nei centri di accoglienza per stranieri, nei campi rom e nelle nuove baraccopoli. Molte delle cento occupazioni romane si sviluppano nelle ex aree industriali in disuso oppure in spazi di risulta di insediamenti residenziali pubblici, locali commerciali e scuole, tutti servizi mai utilizzati che nel tempo sono stati occupati. In altre parole in questi venticinque anni sono state create le premesse per la nascita delle prime banlieues capitoline.
Una terza fotografia rivela che attualmente sono 8.406 i nuclei (circa 20.000 persone) privi di alloggio o in sistemazioni precarie, tra ospiti dei residence, occupazioni e sfrattati.
E ALLORA, QUALI SONO le proposte per uscire dalla logica dell'emergenza?
Per invertire questa rotta servirebbe un imponente sforzo pubblico sia per riformare alla radice il welfare italiano, sia per intervenire sulle periferie romane perché, come abbiamo visto, le misure fin qui adottate sono insufficienti per qualità dell'offerta e inadeguatezza dei finanziamenti.
Tuttavia, a livello cittadino la giunta attuale potrebbe intervenire. Dalla vendita già avviata del patrimonio pubblico si stima infatti un ricavo di 360 milioni di euro, soldi che non dovrebbero confluire nel bilancio ordinario ma essere destinati interamente alla casa. Poi ci sono i 197 milioni di euro stanziati dalla Regione Lazio nel 2016 per il contrasto dell'emergenza abitativa con l'acquisto di alloggi popolari e per operazioni di rigenerazione urbana. Parte di questi soldi dovrebbero essere investiti anche per la prevenzione. Ci sono infatti 7.000 nuclei in affanno con il pagamento delle rate dei mutui e spesso basta un piccolo contributo per evitare di accumulare morosità con il rischio di perdere l'immobile (dopo 18 rate non pagate la banca può pignorare l'immobile). Inoltre, è necessario finanziare la Delibera 154l97 di contributo al reddito per garantire quei nuclei che per impoverimento non riescono più a pagare la pigione. Infine si dovrebbe modificare la delibera comunale che assegna fondi per la morosità incolpevole oggi troppo restrittiva perché i soldi ci sono ma il blocco politico-amministrativo di cui parlavamo nella parte precedente dell'inchiesta non consente di spenderli. Per capirci, a fronte di 10.000 richieste di esecuzione sfratti, nel 2015 sono stati erogati appena 33 contributi.
Ma, per uscire dalla logica dell'emergenza, occorre chiudere i residence, per esempio implementando il «buono casa» e combinandolo con il sussidio al reddito per i casi di maggiore fragilità. Poiché la maggior parte dei nuclei nei residence sono in attesa di un alloggio popolare, è fondamentale aumentare il numero delle assegnazioni, che si possono raddoppiare arrivando a quota mille attraverso l'acquisto di nuovi alloggi, la razionalizzazione del patrimonio esistente (qui servirebbe un articolo dedicato) e la lotta all'abusivismo.
Come abbiamo visto nella prima parte, ogni anno ci sono mille occupazioni abusive di alloggi pubblici per un danno stimato di 250 milioni di euro. Si potrebbe aumentare da subito l'organico della task force della Polizia Locale che controlla le case popolari (appena 25 agenti per 74.000 alloggi); mettere in rete le banche dati di Agenzia delle Entrate, Anagrafe, Ater e Patrimonio con un datamaching che segnali le verifiche da compiere; rinnovare il protocollo tra il comune di Roma e la Guardia di Finanza per incrociare i dati su residenze, redditi e patrimonio degli assegnatari e su quelle degli ospiti.
Federico Bonadonna, Enrico Puccini
(Il Manifesto 17 settembre)
ROMA. Parlare di emergenza abitativa a Roma è fuorviante perché la vera emergenza è la lunghissima assenza di una politica per la casa. Da una prima fotografia scopriamo che, in condizione di disagio abitativo, ci sono sia i nuclei in sofferenza economica cioè in difficoltà a pagare il mutuo o l'affitto, sia quelli senza alloggio e senza soldi per ottenerlo. Quindi gli strumenti per affrontare la sofferenza abitativa devono essere eterogenei: se gli alloggi popolari sono la risposta per i nuclei senza casa, un'integrazione all'affitto è la risposta per chi ha problemi economici.
Una seconda fotografia rivela che nel 2014 le richieste di sfratto sono state circa 10.000 (ne sono state eseguite 230 al mese). Questa è la punta dell'iceberg di un fenomeno molto più ampio perché negli ultimi dieci anni gli sfratti per morosità sono saliti al 95% del totale. Quindi è un problema di impoverimento, dunque di welfare.
VEDIAMO ALLORA QUALE È il costo dell'emergenza cronica e come una politica miope sta alimentando la formazione di quartieri ghetto.
Il 66% della domanda abitativa (42.000 famiglie) proviene da chi ha un alloggio ma non riesce a fronteggiare l'affitto o il mutuo. Un'amministrazione seria dovrebbe intervenire in via preventiva per evitare che i nuclei sulla soglia di povertà finiscano nei CAAT (centri di assistenza alloggiativa temporanea detti residence) che prosciugano le casse pubbliche. Il costo medio di un appartamento in un residence oggi è di 1.700 euro mensili per una spesa di 32 milioni di euro all'anno: per questo l'amministrazione Marino cercò di chiudere i residence attraverso il «buono casa» (dgc. 368l2013), un sussidio dato ai nuclei in attesa di un alloggio popolare. La diffusione dei CAAT segue la distribuzione degli alloggi popolari: i residence non solo concentrano il disagio all'interno delle loro strutture pensate appunto per accogliere persone in condizione di marginalità urbana, ma lo fanno in zone della città già molto critiche. Eppure una regola basilare di ogni politica urbana è di evitare la concentrazione del disagio, cioè la formazione di ghetti. Invece, negli ultimi venticinque anni, i reietti della città, per dirla con Loïc Wacquant, sono stati relegati in case popolari oggi degradate – perché, come abbiamo visto nella precedente puntata, l'Ater non ha i soldi per la manutenzione -, nei residence e nelle occupazioni, ma anche nei centri di accoglienza per stranieri, nei campi rom e nelle nuove baraccopoli. Molte delle cento occupazioni romane si sviluppano nelle ex aree industriali in disuso oppure in spazi di risulta di insediamenti residenziali pubblici, locali commerciali e scuole, tutti servizi mai utilizzati che nel tempo sono stati occupati. In altre parole in questi venticinque anni sono state create le premesse per la nascita delle prime banlieues capitoline.
Una terza fotografia rivela che attualmente sono 8.406 i nuclei (circa 20.000 persone) privi di alloggio o in sistemazioni precarie, tra ospiti dei residence, occupazioni e sfrattati.
E ALLORA, QUALI SONO le proposte per uscire dalla logica dell'emergenza?
Per invertire questa rotta servirebbe un imponente sforzo pubblico sia per riformare alla radice il welfare italiano, sia per intervenire sulle periferie romane perché, come abbiamo visto, le misure fin qui adottate sono insufficienti per qualità dell'offerta e inadeguatezza dei finanziamenti.
Tuttavia, a livello cittadino la giunta attuale potrebbe intervenire. Dalla vendita già avviata del patrimonio pubblico si stima infatti un ricavo di 360 milioni di euro, soldi che non dovrebbero confluire nel bilancio ordinario ma essere destinati interamente alla casa. Poi ci sono i 197 milioni di euro stanziati dalla Regione Lazio nel 2016 per il contrasto dell'emergenza abitativa con l'acquisto di alloggi popolari e per operazioni di rigenerazione urbana. Parte di questi soldi dovrebbero essere investiti anche per la prevenzione. Ci sono infatti 7.000 nuclei in affanno con il pagamento delle rate dei mutui e spesso basta un piccolo contributo per evitare di accumulare morosità con il rischio di perdere l'immobile (dopo 18 rate non pagate la banca può pignorare l'immobile). Inoltre, è necessario finanziare la Delibera 154l97 di contributo al reddito per garantire quei nuclei che per impoverimento non riescono più a pagare la pigione. Infine si dovrebbe modificare la delibera comunale che assegna fondi per la morosità incolpevole oggi troppo restrittiva perché i soldi ci sono ma il blocco politico-amministrativo di cui parlavamo nella parte precedente dell'inchiesta non consente di spenderli. Per capirci, a fronte di 10.000 richieste di esecuzione sfratti, nel 2015 sono stati erogati appena 33 contributi.
Ma, per uscire dalla logica dell'emergenza, occorre chiudere i residence, per esempio implementando il «buono casa» e combinandolo con il sussidio al reddito per i casi di maggiore fragilità. Poiché la maggior parte dei nuclei nei residence sono in attesa di un alloggio popolare, è fondamentale aumentare il numero delle assegnazioni, che si possono raddoppiare arrivando a quota mille attraverso l'acquisto di nuovi alloggi, la razionalizzazione del patrimonio esistente (qui servirebbe un articolo dedicato) e la lotta all'abusivismo.
Come abbiamo visto nella prima parte, ogni anno ci sono mille occupazioni abusive di alloggi pubblici per un danno stimato di 250 milioni di euro. Si potrebbe aumentare da subito l'organico della task force della Polizia Locale che controlla le case popolari (appena 25 agenti per 74.000 alloggi); mettere in rete le banche dati di Agenzia delle Entrate, Anagrafe, Ater e Patrimonio con un datamaching che segnali le verifiche da compiere; rinnovare il protocollo tra il comune di Roma e la Guardia di Finanza per incrociare i dati su residenze, redditi e patrimonio degli assegnatari e su quelle degli ospiti.
Federico Bonadonna, Enrico Puccini
(Il Manifesto 17 settembre)
giovedì 28 settembre 2017
COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA DI DOMENICA 1 OTTOBRE
La gioia dell'invito e la disperazione dell'esclusione
28 «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si avvicinò al primo e gli disse: "Figliolo, va' a lavorare nella vigna oggi". 29 Ed egli rispose: "Vado, signore"; ma non vi andò. 30 Il padre si avvicinò al secondo e gli disse la stessa cosa. Egli rispose: "Non ne ho voglia"; ma poi, pentitosi, vi andò. 31 Quale dei due fece la volontà del padre?» Essi gli dissero: «L'ultimo». E Gesù a loro: «Io vi dico in verità: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio. 32 Poiché Giovanni è venuto a voi per la via della giustizia, e voi non gli avete creduto; ma i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto; e voi, che avete visto questo, non vi siete pentiti neppure dopo per credere a lui. ( Matteo 21, 28-32)
Queste tre parabole ruotano attorno allo stesso tema: accettazione o rifiuto del regno di Dio.
"Siamo dunque in presenza di una costruzione teologica e letteraria tipicamente matteana, che sottolinea il costante rifiuto dell'offerta di salvezza da parte dei capi di Israele"(Alberto Mello).
E' chiaro che qui vengono colpite le mille chiacchiere religiose con le quali si abbelliscono le nostre chiese e comunità. Ma questo pericolo di scambiare la fede con "tranquillanti" pratiche di culto, devozioni, pie celebrazioni è più che mai attuale. Hanno grande valore le ricerche teologiche e le dispute ecumeniche come i momenti di preghiera personale e comunitaria, ma se esse non conducono alla decisione di lasciarci coinvolgere fattivamente "nella vigna", diventano esperienze fine a se stesse, infeconde.
Si corre il rischio di diventare professionisti delle religioni, paghi appunto delle pratiche religiose, ed incuranti ed insensibili alla ricerca della volontà di Dio. Per molti cristiani gli adempimenti rituali sono diventati una comoda sedia a sdraio.
Insomma "sulla via per il regno di Dio non passano avanti coloro che fanno promesse solenni di professioni di fede, ma quelli che si aprono a Gesù facendo passi concreti di conversione al progetto del Padre" (José Antonio Pagola).
Gesù è martellante e provocatorio: molto meglio pubblicani e prostitute che sanno mettersi in discussione dei "garantiti" e degli "abbonati" alla religione esteriore.
Dunque, Dio invita i Suoi figli e figlie a lavorare nella vigna, cioè nel mondo, nella chiesa, in ogni luogo della nostra esistenza quotidiana.
L'invito è esplicito: non si tratta di fare i padroni della vigna, di mangiarne i frutti senza impegno, di approfittare della vigna e di depredarla, saccheggiarla. La vigna è di Dio e noi diventiamo Suoi collaboratori.
Non si entra e non si sta nella vigna di Dio come padroni per progettare una carriera, farsi una posizione, ma per condividere una responsabilità. Questo appello alla responsabilità dell'andare a lavorare va preso sul serio.. Questa responsabilità che ci viene affidata significa che Dio conta su di noi per la prosperità della vigna.
Percepire nel proprio cuore l'invito a lavorare nella vigna crea gioia, suscita energie, apre prospettive ai nostri giorni.
Sia pure con il fardello dei nostri limiti e delle nostre contraddizioni, sapere che ogni giorno della nostra vita siamo chiamati a lavorare nella vigna del Signore, conferisce senso e infonde fiducia ai nostri cuori.
Una delle tristezze più profonde che provo rispetto alla nostra vita di credenti è la constatazione che questa gioia del sentirsi chiamati per nome sembra non trovare riscontro in molti cristiani. Più che la gratitudine per una vita ricca di senso, spesso si dà a vedere una fede rituale, routinaria, quasi rassegnata.
Qualche volta ci tocca constatare che nella nostra chiesa sono troppi i professionisti del sacro, i mestieranti, i ricercatori di una sicurezza economica e di una “figura” sociale.
C'è anche di peggio: chi fa violenza, chi devasta e dilapida, chi abusa, come abbiamo visto in questi anni e negli ultimi giorni.
E CHI NON SENTE NESSUNA CHIAMATA?
Forse compio una divagazione che la parabola non prevede, ma la Scrittura è sempre un invito a guardare oltre se stessa. Per questo la parabola mi fa sorgere una constatazione che spesso mi stringe il cuore: è il dramma di molte donne e di molti uomini che nessuno invita ad "andare nella vigna". Alludo espressamente alla disoccupazione che affligge un numero crescente di persone perché l'egoismo di pochi non "allarga la vigna a tutti". Se davvero ci prendessimo cura della terra, se fossimo solerti ed attenti custodi dell'ambiente, se mettessimo al centro della vita la compagnia ed il sostegno delle persone che hanno bisogno di aiuto, ci sarebbe lavoro per tutti, se sull'accumulo prevalesse la condivisione, la "vigna" sarebbe uno spazio accogliente per tutti.
Il problema è sempre quello di passare da una situazione di dominio e di iniqua distribuzione alla pratica della responsabilità comune. Chi non è mai chiamato cade nella disperazione. I grandi della terra mettano al primo posto le persone che attendono una chiamata; altrimenti continuano a prosperare le chiacchiere.
GRAZIE, O DIO
Tutto il creato, o Dio, è la vigna che Tu ci affidi e di cui siamo parte. Aiutaci a trasformare i nostri giorni e a riempirli di amorevole ed appassionata cura .
E' la cura reciproca che ci permette di continuare la Tua opera creatrice nel mondo, nella chiesa, ovunque.
E' la cura reciproca alla quale Tu ci inviti che sorregge il mondo e lo rinnova.
28 «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si avvicinò al primo e gli disse: "Figliolo, va' a lavorare nella vigna oggi". 29 Ed egli rispose: "Vado, signore"; ma non vi andò. 30 Il padre si avvicinò al secondo e gli disse la stessa cosa. Egli rispose: "Non ne ho voglia"; ma poi, pentitosi, vi andò. 31 Quale dei due fece la volontà del padre?» Essi gli dissero: «L'ultimo». E Gesù a loro: «Io vi dico in verità: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio. 32 Poiché Giovanni è venuto a voi per la via della giustizia, e voi non gli avete creduto; ma i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto; e voi, che avete visto questo, non vi siete pentiti neppure dopo per credere a lui. ( Matteo 21, 28-32)
Gli
antichi manoscritti ci offrono una serie di varianti che, consultando
alcune traduzioni, risultano evidenti. In una versione l'ordine dei
figli viene rovesciato. La comunità di Matteo volle mettere in luce
che furono i pagani ad accogliere il messaggio del Battista e di Gesù
a differenza dei capi religiosi ebrei.
Nel
Vangelo di Matteo - l'unico che riporta questi versetti - questa
parabola fa parte di una trilogia: la parabola dei due figli (21,
28-32),la parabola dei vignaioli (21, 33-46), la parabola degli
invitati al banchetto (22, 1-14).Queste tre parabole ruotano attorno allo stesso tema: accettazione o rifiuto del regno di Dio.
"Siamo dunque in presenza di una costruzione teologica e letteraria tipicamente matteana, che sottolinea il costante rifiuto dell'offerta di salvezza da parte dei capi di Israele"(Alberto Mello).
ALCUNE
RIFLESSIONI EVIDENTI
La
sottolineatura è posta sul fare. Le parole contano, ma poi ciò che
è decisivo è il fare. Si tratta di un messaggio molto ricorrente
nell'arco delle Scritture dei due Testamenti. In Matteo questa
annotazione è ribadita ed accentuata al capitolo 25, 31-46 nel passo
noto come il "giudizio finale". In realtà questa pagina evangelica di Matteo non vuole presentarci un Dio giudice e terrificante: vuole piuttosto che nel nostro presente impariamo a scegliere, a decidere da che parte stare. La metafora del Dio giudice oggi per noi significa una calda e pressante esortazione a compiere scelte precise. Il giudizio sulla nostra vita ce lo diamo giorno dopo giornoE' chiaro che qui vengono colpite le mille chiacchiere religiose con le quali si abbelliscono le nostre chiese e comunità. Ma questo pericolo di scambiare la fede con "tranquillanti" pratiche di culto, devozioni, pie celebrazioni è più che mai attuale. Hanno grande valore le ricerche teologiche e le dispute ecumeniche come i momenti di preghiera personale e comunitaria, ma se esse non conducono alla decisione di lasciarci coinvolgere fattivamente "nella vigna", diventano esperienze fine a se stesse, infeconde.
Si corre il rischio di diventare professionisti delle religioni, paghi appunto delle pratiche religiose, ed incuranti ed insensibili alla ricerca della volontà di Dio. Per molti cristiani gli adempimenti rituali sono diventati una comoda sedia a sdraio.
Insomma "sulla via per il regno di Dio non passano avanti coloro che fanno promesse solenni di professioni di fede, ma quelli che si aprono a Gesù facendo passi concreti di conversione al progetto del Padre" (José Antonio Pagola).
Gesù è martellante e provocatorio: molto meglio pubblicani e prostitute che sanno mettersi in discussione dei "garantiti" e degli "abbonati" alla religione esteriore.
"VA'
A LAVORARE NELLA VIGNA"
Una
delle osservazioni che la parabola ci pone subito davanti agli occhi
è questa semplice "chiamata": "va' a lavorare nella
vigna".Dunque, Dio invita i Suoi figli e figlie a lavorare nella vigna, cioè nel mondo, nella chiesa, in ogni luogo della nostra esistenza quotidiana.
L'invito è esplicito: non si tratta di fare i padroni della vigna, di mangiarne i frutti senza impegno, di approfittare della vigna e di depredarla, saccheggiarla. La vigna è di Dio e noi diventiamo Suoi collaboratori.
Non si entra e non si sta nella vigna di Dio come padroni per progettare una carriera, farsi una posizione, ma per condividere una responsabilità. Questo appello alla responsabilità dell'andare a lavorare va preso sul serio.. Questa responsabilità che ci viene affidata significa che Dio conta su di noi per la prosperità della vigna.
Percepire nel proprio cuore l'invito a lavorare nella vigna crea gioia, suscita energie, apre prospettive ai nostri giorni.
Sia pure con il fardello dei nostri limiti e delle nostre contraddizioni, sapere che ogni giorno della nostra vita siamo chiamati a lavorare nella vigna del Signore, conferisce senso e infonde fiducia ai nostri cuori.
Una delle tristezze più profonde che provo rispetto alla nostra vita di credenti è la constatazione che questa gioia del sentirsi chiamati per nome sembra non trovare riscontro in molti cristiani. Più che la gratitudine per una vita ricca di senso, spesso si dà a vedere una fede rituale, routinaria, quasi rassegnata.
Qualche volta ci tocca constatare che nella nostra chiesa sono troppi i professionisti del sacro, i mestieranti, i ricercatori di una sicurezza economica e di una “figura” sociale.
C'è anche di peggio: chi fa violenza, chi devasta e dilapida, chi abusa, come abbiamo visto in questi anni e negli ultimi giorni.
E CHI NON SENTE NESSUNA CHIAMATA?
Forse compio una divagazione che la parabola non prevede, ma la Scrittura è sempre un invito a guardare oltre se stessa. Per questo la parabola mi fa sorgere una constatazione che spesso mi stringe il cuore: è il dramma di molte donne e di molti uomini che nessuno invita ad "andare nella vigna". Alludo espressamente alla disoccupazione che affligge un numero crescente di persone perché l'egoismo di pochi non "allarga la vigna a tutti". Se davvero ci prendessimo cura della terra, se fossimo solerti ed attenti custodi dell'ambiente, se mettessimo al centro della vita la compagnia ed il sostegno delle persone che hanno bisogno di aiuto, ci sarebbe lavoro per tutti, se sull'accumulo prevalesse la condivisione, la "vigna" sarebbe uno spazio accogliente per tutti.
Il problema è sempre quello di passare da una situazione di dominio e di iniqua distribuzione alla pratica della responsabilità comune. Chi non è mai chiamato cade nella disperazione. I grandi della terra mettano al primo posto le persone che attendono una chiamata; altrimenti continuano a prosperare le chiacchiere.
GRAZIE, O DIO
Tutto il creato, o Dio, è la vigna che Tu ci affidi e di cui siamo parte. Aiutaci a trasformare i nostri giorni e a riempirli di amorevole ed appassionata cura .
E' la cura reciproca che ci permette di continuare la Tua opera creatrice nel mondo, nella chiesa, ovunque.
E' la cura reciproca alla quale Tu ci inviti che sorregge il mondo e lo rinnova.
OGNI MATTINA
"Vedere, sentire, amare.
La vita è un dono di cui sciolgo i nastri
ogni mattina al risveglio".
Christian Bobin
La vita è un dono di cui sciolgo i nastri
ogni mattina al risveglio".
Christian Bobin
AFFRETTATI
"Affrettati a vivere bene e pensa che ogni giorno è in se stesso una vita".
Lucio Anneo Seneca
Lucio Anneo Seneca
ANCORA A PINEROLO...
Lunedì 2 ottobre in Via città di Gap,13
Ada Dovio introdurrà alla lettura del libro di Tobia nei due gruppi biblici delle ore 15,30 e delle ore 21.
Ada Dovio introdurrà alla lettura del libro di Tobia nei due gruppi biblici delle ore 15,30 e delle ore 21.
PINEROLO
A Pinerolo in Via città di Gap,13 domenica 1 ottobre coordineranno la preghiera comunitaria Esperanza e Stefania.
ASTI: MATRIMONIO DI STEVEN E REMO
Sabato 30 settembre alle ore 16,30:
Franco Barbero annuncerà la benedizione di Dio sul matrimonio di Steven e Remo.
Franco Barbero annuncerà la benedizione di Dio sul matrimonio di Steven e Remo.
La stoltezza è prepotenza
Non parlo dei nostri capi populisti che, nella loro illusione, sono persino simpatici e divertenti. Sotto sotto sono ormai convinti che comincia il loro tramonto, tranne che scivolino a destra dove potrebbero trovare casa. Ma alcuni di loro, per onestà, si dissocerebbero.
Ma c'è dell'altro: le parole prepotenti e stolte di Trump che pensa ancora nei termini di un assoluto dominio mondiale USA. La geografia economica e militare è totalmente cambiata e gli USA di Trump devono fare i conti con un panorama mondiale in cui nessuno è il "signore" del mondo.
È questa stoltezza che ci espone al rischio di nuove guerre. Solo il terrorista Netanyahu può essere d'accordo con Trump.
Franco Barbero
Non parlo dei nostri capi populisti che, nella loro illusione, sono persino simpatici e divertenti. Sotto sotto sono ormai convinti che comincia il loro tramonto, tranne che scivolino a destra dove potrebbero trovare casa. Ma alcuni di loro, per onestà, si dissocerebbero.
Ma c'è dell'altro: le parole prepotenti e stolte di Trump che pensa ancora nei termini di un assoluto dominio mondiale USA. La geografia economica e militare è totalmente cambiata e gli USA di Trump devono fare i conti con un panorama mondiale in cui nessuno è il "signore" del mondo.
È questa stoltezza che ci espone al rischio di nuove guerre. Solo il terrorista Netanyahu può essere d'accordo con Trump.
Franco Barbero
COMUNICAZIONE UMANIZZATA
«Fin dalla nascita il piccolo d'uomo è un essere di linguaggio e molte delle sue difficoltà, quando gli vengono spiegate, trovano soluzione nel momento più opportuno del suo sviluppo. Per quanto piccolo, un bambino al quale la madre o il padre parlano delle ragioni che sanno o suppongono essere alla base della sua sofferenza, è capace di superare la prova mantenendo fiducia in se stesso e nei suoi genitori».
Le parole sono importanti per quello che dicono, ma sono importanti anche per come lo dicono, per quello che lasciano trasparire dei nostri sentimenti verso coloro a cui è diretta la nostra comunicazione. E sempre, in ogni situazione, in ogni età, anche quando i fatti sembrano contraddirlo: «Ciò che non cambia - scrive Francoise Dolto, grande pediatra francese e allieva di Jacques Lacan - è la fame di comunicazione dei bambini verso gli adulti». Qualsiasi bambino desidera comunicare, entrare in relazione e soffre se non riesce a farsi comprendere.
Il bambino ha bisogno di quello che Francoise Dolto chiama la «comunicazione umanizzata», un linguaggio cioè che sappia raggiungere il suo cuore qualsiasi età egli abbia, un linguaggio attento, paziente, affettuoso. E questo linguaggio, però, che si va perdendo nella nostra società che non si dà il tempo di «parlare, cantare, cullare, riconciliare il bambino con se stesso» e avere «tolleranza verso le sue manifestazioni di sofferenza».
I bambini non sono scatole vuote, essi entrano nella scuola con un loro bagaglio di conoscenze, di sentimenti, di ricordi e di emozioni, di vissuti insomma di cui non si può non tener conto quando ci si accosta a loro. È di qui che dobbiamo partire. Noi insegnanti dobbiamo imparare a conoscerli. La conoscenza non era semplicemente quella raccolta di detti anamnestici, quell'accumulo di notizie che ci dà l'illusione di sapere già tutto quello che si deve sapere e che soprattutto ci permette di catalogare fin dal primo approccio il bambino in una casella piuttosto che in un'altra. Un accumulo di notizie questo che, invece di tenerci lontano dal pregiudizio, può rafforzarlo. La conoscenza avviene nella relazione quotidiana, in un colloquio costante e attento, direi instancabile. La «comunicazione umanizzata» si contrappone al giudizio precostituito, quello che oggettivando il sapere del bambino, rischia di oggettivare il bambino stesso.
Ricordo di aver sentito, il primo giorno di scuola di prima media, pronunciare da una collega una frase significativa: «Scommettete! Io so già chi sarà bocciato alla fine dell'anno!». E di bocciature annunciate ne potremmo raccontare tante, perché come dice questa insegnante, chi non è «attrezzato», chi non ha gli strumenti o come vengono chiamati «i prerequisiti per...», chi non ce la fa a un certo punto a reggere il carico di un apprendimento senza aiuto e senza soste, è bollato e la parola «bocciato» rende bene l'idea anche se con molta più ipocrisia oggi l'abbiamo sostituita con «non ammesso alla classe successiva».
Non bisogna essere dei grandi indovini. Se le richieste che facciamo, le metodologie che usiamo sono sempre le stesse, la previsione può essere semplice. Atteggiamento ben diverso è se accettiamo la sfida di riuscire a modificare un percorso che sembra già segnato e prestabilito. Se prendiamo sul serio l'insuccesso scolastico, ma non come prova che un bambino non è adatto alla scuola, non per svalutarlo, ma per capire come mai il suo processo di apprendimento si è bloccato. Lo bravura di un insegnante non la si misura sui ragazzi che sono già bravi in partenza, ma sulla capacità di aiutare chi è in difficoltà e di risollevarlo da un destino che altri credono già segnato.
Dicendo a un bambino che gli mancano le capacità lo si priva della fiducia in se stesso e davvero lo si condanna all'insuccesso. I bambini possono entrare in uno classe dove già tutto è predisposto dai programmi e da come i professori o i maestri intendono svolgerlo. Si presentano a noi con la loro intelligenza che può essere adatta o no ad apprendere il programma, a essere disciplinata. Tutto il resto passa sotto i nostri occhi come ci fosse estraneo e non ci riguardasse. Non ci sentiamo chiamati in causa perché il nostro compito è insegnar loro la matematica, la grammatica. I loro problemi non rientrano nei nostri compiti.
Se, invece, siamo curiosi di conoscerlo per aiutarlo ad uscire da quelle difficoltà in cui si sente intrappolato, se avremo quella curiosità che Bencivenga definisce «appassionata e affettuosa con cui si portano in luce i segreti di una persona cara; non quella tirannica e sterile con cui ci si appropria di un inutile dato statistico», se parleremo con lui per capire cosa gli sta capitando, se dimostriamo interesse sincero per lui così com'è, forse può iniziare un commino.
Ci sono due scuole davanti a noi: quella in cui i programmi si plasmano sugli alunni o viceversa quella in cui sono gli alunni che devono plasmarsi sui programmi. Una scuola dove il problema, la difficoltà del ragazzo diventano un momento di ricerca per trovare soluzioni e strategie o un'altra in cui la difficoltà è stigmatizzata da un voto negativo o da una sanzione.
Scrive John Bowlby, psicoanalista britannico: «Abbiamo ampie prove del fatto che gli esseri umani di ogni età sono più sereni e in grado di affinare il proprio ingegno per trarre un maggiore profitto se possono confidare nel fatto che al loro fianco ci siano più persone fidate che verranno in loro aiuto in coso di difficoltà».
Ogni bambino entra nella scuola pieno di speranza. Anche il ragazzo problematico, con alle spalle un percorso difficile, spera di essere affiancato, si aspetta che qualcuno trovi la chiave per entrare nel suo mondo e lo aiuti a utilizzare al meglio le sue risorse. Quando incontriamo con i bambini delle difficoltà, ci dobbiamo porre questa domanda: è lui a non essere adatto alla scuola o è la scuola a non essere adatta a lui? Ed estendendo il problema: sono i bambini che si devono adattare ad una scuola sempre uguale a se stessa o è la scuola che deve modulare il suo passo per accompagnare i bambini e i ragazzi in crescita? Se all'inizio dell'anno qualcuno può già stabilire chi è bocciato e chi no, vuol dire che la scuola ha fallito il suo compito educativo e formativo: quello di far sì che chi entra in essa esca un uomo migliore.
Emilia De Rienzo
(Qualevita 173)
«Fin dalla nascita il piccolo d'uomo è un essere di linguaggio e molte delle sue difficoltà, quando gli vengono spiegate, trovano soluzione nel momento più opportuno del suo sviluppo. Per quanto piccolo, un bambino al quale la madre o il padre parlano delle ragioni che sanno o suppongono essere alla base della sua sofferenza, è capace di superare la prova mantenendo fiducia in se stesso e nei suoi genitori».
Francoise Dolto, Come allevare un bambino felice
Le parole sono importanti per quello che dicono, ma sono importanti anche per come lo dicono, per quello che lasciano trasparire dei nostri sentimenti verso coloro a cui è diretta la nostra comunicazione. E sempre, in ogni situazione, in ogni età, anche quando i fatti sembrano contraddirlo: «Ciò che non cambia - scrive Francoise Dolto, grande pediatra francese e allieva di Jacques Lacan - è la fame di comunicazione dei bambini verso gli adulti». Qualsiasi bambino desidera comunicare, entrare in relazione e soffre se non riesce a farsi comprendere.
Il bambino ha bisogno di quello che Francoise Dolto chiama la «comunicazione umanizzata», un linguaggio cioè che sappia raggiungere il suo cuore qualsiasi età egli abbia, un linguaggio attento, paziente, affettuoso. E questo linguaggio, però, che si va perdendo nella nostra società che non si dà il tempo di «parlare, cantare, cullare, riconciliare il bambino con se stesso» e avere «tolleranza verso le sue manifestazioni di sofferenza».
I bambini non sono scatole vuote, essi entrano nella scuola con un loro bagaglio di conoscenze, di sentimenti, di ricordi e di emozioni, di vissuti insomma di cui non si può non tener conto quando ci si accosta a loro. È di qui che dobbiamo partire. Noi insegnanti dobbiamo imparare a conoscerli. La conoscenza non era semplicemente quella raccolta di detti anamnestici, quell'accumulo di notizie che ci dà l'illusione di sapere già tutto quello che si deve sapere e che soprattutto ci permette di catalogare fin dal primo approccio il bambino in una casella piuttosto che in un'altra. Un accumulo di notizie questo che, invece di tenerci lontano dal pregiudizio, può rafforzarlo. La conoscenza avviene nella relazione quotidiana, in un colloquio costante e attento, direi instancabile. La «comunicazione umanizzata» si contrappone al giudizio precostituito, quello che oggettivando il sapere del bambino, rischia di oggettivare il bambino stesso.
Ricordo di aver sentito, il primo giorno di scuola di prima media, pronunciare da una collega una frase significativa: «Scommettete! Io so già chi sarà bocciato alla fine dell'anno!». E di bocciature annunciate ne potremmo raccontare tante, perché come dice questa insegnante, chi non è «attrezzato», chi non ha gli strumenti o come vengono chiamati «i prerequisiti per...», chi non ce la fa a un certo punto a reggere il carico di un apprendimento senza aiuto e senza soste, è bollato e la parola «bocciato» rende bene l'idea anche se con molta più ipocrisia oggi l'abbiamo sostituita con «non ammesso alla classe successiva».
Non bisogna essere dei grandi indovini. Se le richieste che facciamo, le metodologie che usiamo sono sempre le stesse, la previsione può essere semplice. Atteggiamento ben diverso è se accettiamo la sfida di riuscire a modificare un percorso che sembra già segnato e prestabilito. Se prendiamo sul serio l'insuccesso scolastico, ma non come prova che un bambino non è adatto alla scuola, non per svalutarlo, ma per capire come mai il suo processo di apprendimento si è bloccato. Lo bravura di un insegnante non la si misura sui ragazzi che sono già bravi in partenza, ma sulla capacità di aiutare chi è in difficoltà e di risollevarlo da un destino che altri credono già segnato.
Dicendo a un bambino che gli mancano le capacità lo si priva della fiducia in se stesso e davvero lo si condanna all'insuccesso. I bambini possono entrare in uno classe dove già tutto è predisposto dai programmi e da come i professori o i maestri intendono svolgerlo. Si presentano a noi con la loro intelligenza che può essere adatta o no ad apprendere il programma, a essere disciplinata. Tutto il resto passa sotto i nostri occhi come ci fosse estraneo e non ci riguardasse. Non ci sentiamo chiamati in causa perché il nostro compito è insegnar loro la matematica, la grammatica. I loro problemi non rientrano nei nostri compiti.
Se, invece, siamo curiosi di conoscerlo per aiutarlo ad uscire da quelle difficoltà in cui si sente intrappolato, se avremo quella curiosità che Bencivenga definisce «appassionata e affettuosa con cui si portano in luce i segreti di una persona cara; non quella tirannica e sterile con cui ci si appropria di un inutile dato statistico», se parleremo con lui per capire cosa gli sta capitando, se dimostriamo interesse sincero per lui così com'è, forse può iniziare un commino.
Ci sono due scuole davanti a noi: quella in cui i programmi si plasmano sugli alunni o viceversa quella in cui sono gli alunni che devono plasmarsi sui programmi. Una scuola dove il problema, la difficoltà del ragazzo diventano un momento di ricerca per trovare soluzioni e strategie o un'altra in cui la difficoltà è stigmatizzata da un voto negativo o da una sanzione.
Scrive John Bowlby, psicoanalista britannico: «Abbiamo ampie prove del fatto che gli esseri umani di ogni età sono più sereni e in grado di affinare il proprio ingegno per trarre un maggiore profitto se possono confidare nel fatto che al loro fianco ci siano più persone fidate che verranno in loro aiuto in coso di difficoltà».
Ogni bambino entra nella scuola pieno di speranza. Anche il ragazzo problematico, con alle spalle un percorso difficile, spera di essere affiancato, si aspetta che qualcuno trovi la chiave per entrare nel suo mondo e lo aiuti a utilizzare al meglio le sue risorse. Quando incontriamo con i bambini delle difficoltà, ci dobbiamo porre questa domanda: è lui a non essere adatto alla scuola o è la scuola a non essere adatta a lui? Ed estendendo il problema: sono i bambini che si devono adattare ad una scuola sempre uguale a se stessa o è la scuola che deve modulare il suo passo per accompagnare i bambini e i ragazzi in crescita? Se all'inizio dell'anno qualcuno può già stabilire chi è bocciato e chi no, vuol dire che la scuola ha fallito il suo compito educativo e formativo: quello di far sì che chi entra in essa esca un uomo migliore.
Emilia De Rienzo
(Qualevita 173)
L'ex guerrigliera Lucía Topolansky è la nuova vice-presidente dell'Uruguay
Il detto popolare secondo cui, quando Brasile e Argentina starnutiscono, l'Uruguay si ammala ha perso molta della sua efficacia. Mentre i due potenti Paesi vicini si dibattono in una crisi profonda, il piccolo Uruguay, forte della stabilità conquistata, è uscito praticamente indenne dallo scandalo di corruzione – in realtà ben poca cosa rispetto a tutto ciò che sta avvenendo in Brasile – che ha travolto il vicepresidente Raúl Sendic, figlio del fondatore del Movimento di liberazione nazionale Tupamaros, dimessosi di fronte alle accuse di appropriazione di denaro pubblico nel periodo in cui era alla guida della compagnia petrolifera statale Ancap.
A PRENDERE IL SUO POSTO è Lucía Topolansky, seconda più votata al Senato per il Frente Amplio dopo il marito ed ex presidente José "Pepe" Mujica, il quale però non ha potuto assumere la carica di vice per aver ricoperto la presidenza nella precedente legislatura. Prima donna a ricoprire tale incarico in Uruguay, Lucía Topolansky, soprannominata la Tronca, la dura, è sicuramente molto più che la moglie di Mujica, da lei conosciuto durante la sua militanza tra i guerriglieri tupamaros e sposato nel 2005 dopo una convivenza di vari anni in una piccola fattoria alla periferia di Montevideo.
Nata in una famiglia agiata della capitale – padre simpatizzante dell'ala più conservatrice del Partido Colorado (storico rivale del Partido Nacional o Blanco, prima che il Frente Amplio ponesse fine al tradizionale bipartitismo uruguayano) e madre profondamente cattolica – Lucía aveva compiuto il suo primo atto di ribellione quando era ancora al collegio, organizzando insieme alla sorella María Elia una sorta di sciopero contro i regolamenti eccessivamente rigidi imposti dalle suore del Sacre Coeur. Ma la vera ribellione l'avrebbe espressa a partire dagli anni trascorsi alla Facoltà di Architettura, frequentando le villas miseria di Montevideo e abbracciando la lotta di classe.
LUCÍA ADERISCE nel 1967, a 23 anni, al Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros, entrando di lì a poco in clandestinità e diventando, malgrado la giovane età, una delle donne più combattive del movimento. È lì che conosce José Mujica, il «comandante Facundo», nato invece in un quartiere operaio e rimasto orfano a 7 anni.
Arrestata dalla polizia nel 1970, riesce a fuggire pochi mesi più tardi insieme ad altre recluse passando per le fognature. Ma, nuovamente catturata nel 1972, resterà in prigioni per 13 lunghissimi anni, in condizioni durissime, subendo torture fisiche e psicologiche. Finché, tornata in libertà nel 1985, non partecipa attivamente alla fondazione del Movimiento de Participación Popular (Mpp), poi confluito nel Frente Amplio (la coalizione in cui convergono molte e diverse forze politiche, dalla sinistra marxista alle diverse espressioni socialdemocratiche, liberiste e cristiano-sociali) rappresentandone l'ala più a sinistra e anche quella più votata.
DIVENTATA SENATRICE nel 2005, ha conservato la carica fino ad oggi, quando ha spiccato il salto verso la vicepresidenza della Repubblica. E in molti guardano proprio a lei come prossima presidente del Paese. Di certo, la Tronca, per quanto meno carismatica, gode in un certo senso della stessa aura del marito, l'ex guerrigliero – celebrato a livello mondiale per la sua onestà, la sua generosità e la sua austerità personale – convertitosi, dopo oltre 12 anni di durissima prigionia, due dei quali passati in fondo a un pozzo, al modello di un «capitalismo dal volto umano»: un patto di cooperazione capitalista tra imprenditori e lavoratori tradottosi, secondo i critici di sinistra, in uno dei più intensi processi di concentrazione in mani straniere della terra e della produzione agricola e dell'allevamento.
SOTTO IL GOVERNO DI MUJICA, l'Uruguay ha ottenuto, indubbiamente, molti e importanti risultati: crescita costante del Pil, aumento reale dei salari e delle pensioni, riduzione del tasso di disoccupazione, diminuzione dell'indice di povertà, più una serie di leggi all'avanguardia in materia di diversità sessuale (matrimonio omosessuale), riproduzione (legalizzazione dell'aborto) e droghe (legalizzazione della marijuana). Il tutto, però, nel segno di una politica della moderazione, dell'azzeramento del conflitto sociale mediante un discorso di conciliazione tra le classi, della rinuncia a realizzare riforme strutturali – ma garantendo programmi assistenziali a favore delle fasce più deboli e adottando provvedimenti nel campo dei diritti sociali e lavorativi – e del sostegno al modello estrattivista, attraverso l'espansione dell'industria forestale (piantagioni di pino ed eucalipto e di piante di cellulosa), della monocoltura della soia (maggioritariamente transgenica) e dell'attività mineraria. Attività economiche, tutte queste, che, oltre a un enorme impatto sugli ecosistemi, provocano un'intensa concentrazione di ricchezza.
UNA POLITICA DI COMPROMESSI, insomma, che si è ulteriormente accentuata sotto l'attuale governo del moderato Tabaré Vázquez, già presidente dal 2005 al 2010, a conferma di quella «impasse dei governi progressisti» più volte denunciata negli ultimi anni. Una parabola discendente che ha reso via via più evidenti i limiti del modello neodesarrollista (ed estrattivista) seguito da tali governi, i quali, se hanno avuto il merito di adottare importanti misure a favore delle fasce più povere, non sono riusciti però a ridurre il potere di espansione del grande capitale, mettendo fortemente in crisi quel ciclo progressista inteso come forza di trasformazione orientata a promuovere cambiamenti graduali.
Claudia Fanti
(Il Manifesto 15 settembre)
Parità di genere a scuola? Governo Ko in Perù
Il Congresso peruviano, dove l'opposizione «fujimorista» è maggioranza, ha ritirato ieri la sua fiducia al governo guidato da Fernando Zavala, del partito di centrodestra Peruanos Por el Kambio, obbligandolo alle dimissioni. Ora il presidente Pedro Pablo Kuczynski, suo compagno di partito, ha 72 ore per nominare un nuovo esecutivo o convocare nuove elezioni legislative.
La crisi è esplosa sulla riforma del settore dell'educazione: tra le linee guida del «Currículo Nacional» elaborato del ministero spiccava tra l'altro l'uguaglianza di genere. I settori più conservatori del partito Fuerza Popular, di cui fa parte Keiko Fujimori (sconfitta alle presidenziali dello scorso anno con scarto infinitesimale) sostengono che il governo intendeva così promuovere l'omosessualità.
Claudia Fanti
(Il Manifesto 15 settembre)
Il Congresso peruviano, dove l'opposizione «fujimorista» è maggioranza, ha ritirato ieri la sua fiducia al governo guidato da Fernando Zavala, del partito di centrodestra Peruanos Por el Kambio, obbligandolo alle dimissioni. Ora il presidente Pedro Pablo Kuczynski, suo compagno di partito, ha 72 ore per nominare un nuovo esecutivo o convocare nuove elezioni legislative.
La crisi è esplosa sulla riforma del settore dell'educazione: tra le linee guida del «Currículo Nacional» elaborato del ministero spiccava tra l'altro l'uguaglianza di genere. I settori più conservatori del partito Fuerza Popular, di cui fa parte Keiko Fujimori (sconfitta alle presidenziali dello scorso anno con scarto infinitesimale) sostengono che il governo intendeva così promuovere l'omosessualità.
Claudia Fanti
(Il Manifesto 15 settembre)
L'ex sindaca di Lampedusa: "L'emergenza? Un'anguria rubata"
PALERMO - «Lampedusa ha degli anticorpi forti: resisterà agli sceriffi che la vogliono far tornare nel passato». Giusi Nicolini, ex sindaco dell'isola insignita del premio Unesco per la pace, definisce «spregiudicato e rozzo» l'allarme del suo successore, Totò Martello, sulla minaccia costituita dai migranti «che molestano le donne e fanno furti»: «Ma Lampedusa - ribatte Nicolini - è ormai un simbolo che nessuno potrà graffiare».
Martello dice che «albergatori e commercianti non ce la fanno più». La sua non è più la capitale dell'accoglienza?
«Le rigiro la domanda: ma le pare che un tunisino che ruba un'anguria, dopo vent'anni di sbarchi, possa costituire un'emergenza? ».
Tutto qui?
«Non mi pare ci siano altre denunce. E io a Lampedusa ci vivo: quello scenario emergenziale è stato descritto in modo artificioso».
Perché?
«Perché giustifica il vittimismo, favorisce gli affari e l'illegalità. Prima che mi insediassi io, cinque anni fa, il patto scellerato fra l'amministrazione locale e i governi di centrodestra si fondava più o meno sugli stessi argomenti, allo scopo di far piovere fondi per manifestazioni canore e altre cose assurde. Martello vuole la moratoria fiscale? Attivi i canali istituzionali, se ne è capace, invece di giocare a fare lo sceriffo"».
I recenti sbarchi di 180 tunisini non hanno creato disagi?
«Non c'è dubbio che va garantito il trasferimento veloce di questi migranti, che peraltro sanno di dover essere espatriati. Ma i tunisini c'erano anche prima, quando sbarcavano in massa soprattutto i subsahariani. Non c'è alcun problema di ordine pubblico. L'unico problema ce l'ha il sindaco con il suo elettorato, cui aveva promesso di non fare uscire più gli immigrati dal centro d'accoglienza. Lui parla a una piccola parte retriva della popolazione. È assurdo il tentativo di far credere che l'isola sia in mano a un gruppo di delinquenti e che lo Stato sia assente. Mi risulta che diversi imprenditori turistici abbiano già redarguito Martello».
Lei è stata nominata nella segreteria del Pd. Ma ha criticato la politica di cooperazione del suo partito.
«Esprimo un disagio per un bruttissimo clima complessivo: penso alla criminalizzazione delle Ong. E ho detto che prima di fermare gli sbarchi bisognerebbe capire cosa accade nei campi libici. Detto ciò, Minniti tenta di dare risposte e io appartengo a un'altra anima del Pd. Non farò mica la scissione... ».
Emanuele Lauria
(la Repubblica 18 settembre)
PALERMO - «Lampedusa ha degli anticorpi forti: resisterà agli sceriffi che la vogliono far tornare nel passato». Giusi Nicolini, ex sindaco dell'isola insignita del premio Unesco per la pace, definisce «spregiudicato e rozzo» l'allarme del suo successore, Totò Martello, sulla minaccia costituita dai migranti «che molestano le donne e fanno furti»: «Ma Lampedusa - ribatte Nicolini - è ormai un simbolo che nessuno potrà graffiare».
Martello dice che «albergatori e commercianti non ce la fanno più». La sua non è più la capitale dell'accoglienza?
«Le rigiro la domanda: ma le pare che un tunisino che ruba un'anguria, dopo vent'anni di sbarchi, possa costituire un'emergenza? ».
Tutto qui?
«Non mi pare ci siano altre denunce. E io a Lampedusa ci vivo: quello scenario emergenziale è stato descritto in modo artificioso».
Perché?
«Perché giustifica il vittimismo, favorisce gli affari e l'illegalità. Prima che mi insediassi io, cinque anni fa, il patto scellerato fra l'amministrazione locale e i governi di centrodestra si fondava più o meno sugli stessi argomenti, allo scopo di far piovere fondi per manifestazioni canore e altre cose assurde. Martello vuole la moratoria fiscale? Attivi i canali istituzionali, se ne è capace, invece di giocare a fare lo sceriffo"».
I recenti sbarchi di 180 tunisini non hanno creato disagi?
«Non c'è dubbio che va garantito il trasferimento veloce di questi migranti, che peraltro sanno di dover essere espatriati. Ma i tunisini c'erano anche prima, quando sbarcavano in massa soprattutto i subsahariani. Non c'è alcun problema di ordine pubblico. L'unico problema ce l'ha il sindaco con il suo elettorato, cui aveva promesso di non fare uscire più gli immigrati dal centro d'accoglienza. Lui parla a una piccola parte retriva della popolazione. È assurdo il tentativo di far credere che l'isola sia in mano a un gruppo di delinquenti e che lo Stato sia assente. Mi risulta che diversi imprenditori turistici abbiano già redarguito Martello».
Lei è stata nominata nella segreteria del Pd. Ma ha criticato la politica di cooperazione del suo partito.
«Esprimo un disagio per un bruttissimo clima complessivo: penso alla criminalizzazione delle Ong. E ho detto che prima di fermare gli sbarchi bisognerebbe capire cosa accade nei campi libici. Detto ciò, Minniti tenta di dare risposte e io appartengo a un'altra anima del Pd. Non farò mica la scissione... ».
Emanuele Lauria
(la Repubblica 18 settembre)
mercoledì 27 settembre 2017
TORINO, VENERDI' 29 SETTEMBRE, CORSO BIBLICO
A Torino in Via Principe Tommaso 4 venerdì 29 settembre dalle ore 17,45 alle 19,15 riprende il corso di lettura biblica giunto al suo 39esimo anno con una introduzione di Franco Barbero: "Secolarizzazione, secolarismo, pluralismo, datismo, il potere degli algoritmi, la persistenza dell'esperienza religiosa...."
L'incontro è aperto a chiunque sia interessato e si svolge anche per dialogare con una decina di libri di insigni studiosi e studiose che sono stati recentemente editi.
F.B.
L'incontro è aperto a chiunque sia interessato e si svolge anche per dialogare con una decina di libri di insigni studiosi e studiose che sono stati recentemente editi.
F.B.
DONNE AL VOLANTE IN ARABIA SAUDITA
Verrebbe da dire che, in quel contesto, si tratti di un passo da gigante. Leggo questa svolta in altra maniera: mi piace di più pensare che si sia trattato di una conquista fatta a piccoli, audaci e intelligenti passi delle donne.
Esse sanno, con intelligenza e perseveranza, sgretolare certi muri del potere patriarcale: un passo alla volta, irreversibile, aperto ad altri traguardi.
Franco Barbero
Esse sanno, con intelligenza e perseveranza, sgretolare certi muri del potere patriarcale: un passo alla volta, irreversibile, aperto ad altri traguardi.
Franco Barbero
GRUPPO DI AMICIZIA CRISTIANO-ISLAMICO
Scrivo queste note dopo aver partecipato al gruppo di amicizia cristiano-islamico di Pinerolo.
Si lavora davvero bene insieme. Si va verso la giornata mondiale del Dialogo cristiano -islamico. La data probabilmente sarà il venerdì 27 ottobre.
Dopo la tavola rotonda: "Guardando al futuro rileggiamo le nostre storie passate", segue il dibattito e il momento conviviale.
Abbiamo già avviato la ricerca delle relatrici e dei relatori e la proposta di poter usufruire del Centro sociale di Via Clemente Lequio dalle ore 16 alle ore 23..
A titolo gratuito? Speriamo che la giunta comunale capisca l'importanza di questo evento e lo faciliti, magari anche portando un saluto.
Franco Barbero
Si lavora davvero bene insieme. Si va verso la giornata mondiale del Dialogo cristiano -islamico. La data probabilmente sarà il venerdì 27 ottobre.
Dopo la tavola rotonda: "Guardando al futuro rileggiamo le nostre storie passate", segue il dibattito e il momento conviviale.
Abbiamo già avviato la ricerca delle relatrici e dei relatori e la proposta di poter usufruire del Centro sociale di Via Clemente Lequio dalle ore 16 alle ore 23..
A titolo gratuito? Speriamo che la giunta comunale capisca l'importanza di questo evento e lo faciliti, magari anche portando un saluto.
Franco Barbero
STA AVVENENDO UN GENOCIDIO NEL SILENZIO TOTALE
In
Myanmar stanno incendiando interi
villaggi
e sparano
a chi prova a fuggire.
Circa 450.000
persone,
soprattutto anziani,
donne
e bambini
stanno disperatamente cercando di
salvarsi da
un inferno chiamato
pulizia etnica.
Un
nostro team di esperti è sul posto
e si impegna senza sosta a documentare
e denunciare
le violenze
con l'obiettivo di mettere
fine a questa catastrofe umanitaria.
"Sono
esausti e traumatizzati. Cercano riparo ovunque. Sono entrata in una
scuola: erano radunati lì dentro in centinaia, la metà bambini. Non
c’era un grido, una risata. Anche i neonati erano stremati e
mortalmente silenziosi".
Amnesty International
DIO, CHE SEMINI NEL VENTO
T)
Signore, attendiamo da Te la mano amica e forte
che ci
guidi sui sentieri dell'amore solidale,
che ci
spinga a seminare sulla roccia e a spargere nel vento,
che ci
dia tanta voglia di costruire pezzi di felicità.
T) O
Signore, Tu sei l'acqua fresca e dissetante del pozzo,
sei Tu
l'acqua profonda che cura le nostre superficialità,
sei
l'acqua nutriente che guarisce i nostri vuoti.
1. Non
sia il nostro cuore un deserto arido e secco,
ma una
terra irrigata e seminata a piene mani da Te.
Non
sia una casa vuota in cui si insediano gli idoli,
ma un
laboratorio di idee, di progetti, di propositi.
2. O
Dio, che semini nel vento sempre nuovi germi di vita
e
spingi l'umanità ad abbattere i muri della divisione,
fa'
che le nostre esistenze si mettano a servizio della pace
coltivando,
vicino e lontano, la giustizia e la fraternità.
Franco
Barbero (1997)
PERCHE' TANTI BAMBINI/E DI STRADA?
Gerardo
LUTTE*
L'economia
oggi dominante, è quella della decomposizione sociale, della
disuguaglianza, della violazione dei diritti umani, dell'ingiustizia,
della povertà e miseria della maggior parte dell'umanità, della
guerra. E' l'economia del capitalismo mondiale delle grandi banche
speculative, delle multinazionali, dei governi predatori e, in primo
luogo, quello degli Stati Uniti. E' una economia di morte
dell'umanità e del nostro pianeta. Voi avete scelto la vita, avete
scelto la condivisione e l'amicizia. Siete donne e uomini con una
coscienza planetaria. Vi sentite responsabili non solo di voi stessi
o della vostra famiglia, ma anche dei bambini e delle bambine di
strada che vivono a 10 mila chilometri da voi. Vi sentite
responsabili di tutta l'umanità.
In
molti altri paesi ho conosciuto persone come voi, associazioni come
quella di cui fate parte. E questo mi dà non solo la speranza ma
anche la certezza che il progetto di vita sarà più forte del
progetto di morte e che l'odio sarà vinto dall'amore.
*Ideatore
e anima del MAJOCA (Movimento dei Ragazzi/e di strada in Guatemala).
Il Majoca è un progetto di Amicizia, non di assistenzialismo. Solo
così si potrà risolvere il problema di milioni di bambini di
strada.
Giovedì 13 luglio. Non abbiamo ancora finito di pranzare e arriva la notizia: Giovanni ci ha lasciati. Era disteso sul suo letto quando Yukiko lo ha chiamato per il pranzo e lui ha risposto prontamente: Eccomi! Poi più niente. È rimasto lì, le gambe penzoloni fuori dal letto, come nel tentativo di alzarsi. Ci lascia con quell'ultima parola sullo bocca: Eccomi! Ci sono.
Domenica scorsa (9/7/17), durante la nostra celebrazione, Giovanni ha preso la parola, come ha fatto spesso negli ultimi tempi.
Ha parlato del vivere e del morire.
Attenzione! Non della vita e della morte che rappresentano solo l'inizio e la fine dell'esistenza.
Domenica ho preso degli appunti per poterci riflettere e queste frasi che vi leggo sono proprio parole sue, praticamente le ultime sue parole pubbliche.
Ci ha detto che «dal momento in cui si nasce, si vive e si muore, le due cose si mescolano continuamente. Se si spende male il nostro vivere, praticamente si muore di continuo. Vivere bene rallenta il morire, anche se la vita si consuma. Ed è necessario vivere morendo bene, ossia avvicinandosi al momento finale della nostra vita in modo positivo. E in cosa si esplicita tutto ciò? Nello stare dalla parte dei piccoli e nella condivisione».
Ecco io penso che da questo punto di vista Giovanni sia veramente morto vivendo. Ne siamo proprio sicuri tutti!
E ha continuato: «La parola è un primo passo, ma poi questa parola deve farsi carne. È soggetta alla persecuzione come Paolo che da persecutore è diventato perseguitato. Infatti è scritto: "se renderete carne e sangue la mia parola, sarete perseguitati"».
Come tutti i veri profeti - aggiungo io - Giovanni non è stato da meno.
Io mi sento una donna molto fortunata e veramente piena di gratitudine e ringrazio perché siamo tutti qua ed è bellissimo, anche con delle persone che forse non immaginavo. Grazie a tutti!".
Fabiola Schneider
(da Qualevita 173)Domenica scorsa (9/7/17), durante la nostra celebrazione, Giovanni ha preso la parola, come ha fatto spesso negli ultimi tempi.
Ha parlato del vivere e del morire.
Attenzione! Non della vita e della morte che rappresentano solo l'inizio e la fine dell'esistenza.
Domenica ho preso degli appunti per poterci riflettere e queste frasi che vi leggo sono proprio parole sue, praticamente le ultime sue parole pubbliche.
Ci ha detto che «dal momento in cui si nasce, si vive e si muore, le due cose si mescolano continuamente. Se si spende male il nostro vivere, praticamente si muore di continuo. Vivere bene rallenta il morire, anche se la vita si consuma. Ed è necessario vivere morendo bene, ossia avvicinandosi al momento finale della nostra vita in modo positivo. E in cosa si esplicita tutto ciò? Nello stare dalla parte dei piccoli e nella condivisione».
Ecco io penso che da questo punto di vista Giovanni sia veramente morto vivendo. Ne siamo proprio sicuri tutti!
E ha continuato: «La parola è un primo passo, ma poi questa parola deve farsi carne. È soggetta alla persecuzione come Paolo che da persecutore è diventato perseguitato. Infatti è scritto: "se renderete carne e sangue la mia parola, sarete perseguitati"».
Come tutti i veri profeti - aggiungo io - Giovanni non è stato da meno.
Io mi sento una donna molto fortunata e veramente piena di gratitudine e ringrazio perché siamo tutti qua ed è bellissimo, anche con delle persone che forse non immaginavo. Grazie a tutti!".
Fabiola Schneider
GIOVANNI FRANZONI
eretico per la "santa" inquisizione,
"giusto" nella logica del Vangelo
In questi giorni di dolore per la sua scomparsa, vorrei condividere con voi tre brevi ricordi di Giovanni, tratti da suoi interventi in tre assemblee domenicali della Comunità. (San Paolo di via Ostiense 752, ndr) Nella prima avevamo "letto un testo che trattava della donna esemplare. Ne stavamo parlando. Intervenne Giovanni e ci descrisse la vita, turbolenta e tormentata, di una donna che aveva vissuto in zona e che lui aveva aiutato. Per vivere aveva fatto la prostituta e il suo sfruttatore l'aveva uccisa. Qualcuno/a di noi gli chiese qualcosa; non ricordo chi disse e cosa chiedesse. Ricardo la risposta di Giovanni: fermatosi, rispose con aria di rimprovero: «Ma allora non hai capito che sto parlando della donna esemplare».
Nella seconda il rimprovero toccò a me. Stavamo parlando della giovane Rom che, in metropolitana, conficcando la punta dell'ombrello nell'occhio di una signora, l'aveva uccisa. Io espressi qualche parola di comprensione e compatimento per l'assassina. Mi rimproverò. Perché l'avevo chiamata assassina.
Un'altra volta si parlava dell'idea di Dio. Giovanni intervenne dicendo che l'idea di Dio gli era suggerita anche dalla vitalità, dal brulicare di vita della flora intestinale. Ad alcuni/e, forse, parve una stravaganza senile. A me parve invece una metafora provocatoria, ma molto efficace per dare di Dio l'idea di un principio vitale, di una forza, un'energia che permea tutto il creato, lo tiene in vita e si manifesta anche nella flora batterica intestinale, che è determinante per tenerci in vita.
Tre interventi tutti e tre ispirati ad una logica singolare, fuori del comune; una logica che stravolge convenzioni ed idee correnti. La logica del Vangelo.
Perché li ricordo? Perché Giovanni è stato così e così dobbiamo conservarne il ricordo. Quello di un personaggio scomodo che ha messo in discussione se stesso e gli altri/e, sovvertito convinzioni consolidate, messo in dubbio certezze.
Quando un personaggio così muore, c'è un rischio: che si cerchi di edulcorarne il profilo per renderlo accettabile ai ben pensanti. Non dobbiamo permetterlo.
Un mio amico, cui sono legato da affetto profondo, consolidato dall'impegno comune in Cristiani per il Socialismo durato anni, mi riferisco a Vittorio Bellavite, scrivendo della morte di Giovanni ha parlato di riabilitazione. Vittorio sbaglia a mio avviso. Giovanni non merita riabilitazione, non ne ha bisogno e non si vede chi e come e perché potrebbe riabilitarlo. Si riabilita chi ha sbagliato, chi si è smarrito.
Non è il caso di Giovanni. Giovanni non ha tradito la sua vocazione di monaco. Se tradimenti ci sono stati, altri li hanno compiuti e lui ne è stato vittima. Giovanni è stato un giusto. I giusti non si riabilitano.
Nino Lisi
Russia e Bielorussia, via alle «esercitazioni» che agitano la Nato
MOSCA. Dal 14 settembre si stanno tenendo le esercitazioni militari congiunte degli eserciti di Bielorussia e Russia.
Le esercitazioni, denominate «Ovest-2017» erano state programmate da tempo e si tengono regolarmente già dall'epoca sovietica ogni 4 anni. A scanso dei soliti equivoci, il governo russo ha voluto precisare che il termine Ovest non ha nessun intendimento aggressivo. «Ovest non in senso politico… ma solo geografico, nel senso di occidente russo» hanno precisato a Mosca.
SECONDO IL COMUNICATO diffuso dal vice ministro della difesa russa Alexander Fomin partecipano alle manovre «circa 12.700 uomini di cui 7.200 russi e 5.500 bielorussi». Per quanto riguarda i mezzi sono stati mobilitati «70 tra aerei e elicotteri, circa 250 carri armati, 200 pezzi di artiglieria, sistemi di lanciarazzi e mortai, nonché 10 navi». Lunedì nella provincia di Leningrado inizierà l'ultima fase delle operazioni alla presenza di Vladimir Putin.
LA «RUSSIAN WAR GAME», come è stata subito ridenominata dalla stampa occidentale, ha provocato un fuoco di sbarramento propagandistico da parte della Nato con interpretazioni esagerate e fantasiose. Per gli ufficiali estoni della Nato sarebbero in realtà coinvolte nelle esercitazioni «tra i 90.000 e 100.000 soldati». La cifra di 12.700 uomini sarebbe stata fatta circolare ad arte dalla Russia «solo per impedire che osservatori Ocse le possano osservare» come previsto dagli accordi internazionali quando le esercitazioni coinvolgono più di 13.000 militari. In realtà secondo la Nato «si potrebbe essere di fronte alla preparazione di una aggressione nei confronti della Polonia o dell'Ucraina» come era già avvenuto con la Georgia nel 2008.
NON BISOGNA ESSERE dei tifosi del Cremlino, e noi non lo siamo, per vedere come stiano le cose in realtà. Dopo il crollo del Muro di Berlino tutte le ex «democrazie popolari» hanno aderito alla Nato, compresi paesi come la Polonia e gli Stati baltici. Questa primavera anche l'Ucraina ha chiesto di aderire alla Nato anche se per lo statuto dell'Alleanza non potrebbe farlo (c'è un contenzioso con la Russia per l'annessione della Crimea del marzo 2014).
Inoltre, insieme a queste esercitazioni russo-bielorusse sono in corso quelle chiamate «Aurora 2017» sul mar Baltico a cui partecipano 19.000 militari svedesi, francesi, norvegesi, finlandesi, estoni e lituani più 1.435 soldati Usa. E alla fine di settembre la Polonia terrà le sue manovre con la partecipazione di 17.000 soldati e l'utilizzo di 3500 mezzi. L'agenzia russa Tass, tre giorni fa, ha pubblicato un dossier in cui si elenca quante e quali esercitazioni siano state tenute in Europa orientale dai due fronti dal 2013. La Nato ne ha tenute 56 contro 26 russe, ma ciò che fa innervosire Washington è che dal 2017 la Russia si è posta sul piede di parità tenendo10 esercitazioni, tante quelle svolte dalla Nato.
SUL FRONTE DEL DONBASS dopo le schiarite seguite alla telefonata tra Putin e la Merkel, il cielo è tornato a rannuvolarsi. Dopo che il presidente russo si era dichiarato disponibile a dislocare una forza di pace non solo sulla linea del confine del conflitto ma anche in tutto il Donbass, il dipartimento di Stato americano è tornato ad alzare la posta rivendicando la necessità di farle schierare anche lungo il confine tra le repubbliche «ribelli» e la Russia.
Yurii Colombo
(Il Manifesto 16 settembre)
MOSCA. Dal 14 settembre si stanno tenendo le esercitazioni militari congiunte degli eserciti di Bielorussia e Russia.
Le esercitazioni, denominate «Ovest-2017» erano state programmate da tempo e si tengono regolarmente già dall'epoca sovietica ogni 4 anni. A scanso dei soliti equivoci, il governo russo ha voluto precisare che il termine Ovest non ha nessun intendimento aggressivo. «Ovest non in senso politico… ma solo geografico, nel senso di occidente russo» hanno precisato a Mosca.
SECONDO IL COMUNICATO diffuso dal vice ministro della difesa russa Alexander Fomin partecipano alle manovre «circa 12.700 uomini di cui 7.200 russi e 5.500 bielorussi». Per quanto riguarda i mezzi sono stati mobilitati «70 tra aerei e elicotteri, circa 250 carri armati, 200 pezzi di artiglieria, sistemi di lanciarazzi e mortai, nonché 10 navi». Lunedì nella provincia di Leningrado inizierà l'ultima fase delle operazioni alla presenza di Vladimir Putin.
LA «RUSSIAN WAR GAME», come è stata subito ridenominata dalla stampa occidentale, ha provocato un fuoco di sbarramento propagandistico da parte della Nato con interpretazioni esagerate e fantasiose. Per gli ufficiali estoni della Nato sarebbero in realtà coinvolte nelle esercitazioni «tra i 90.000 e 100.000 soldati». La cifra di 12.700 uomini sarebbe stata fatta circolare ad arte dalla Russia «solo per impedire che osservatori Ocse le possano osservare» come previsto dagli accordi internazionali quando le esercitazioni coinvolgono più di 13.000 militari. In realtà secondo la Nato «si potrebbe essere di fronte alla preparazione di una aggressione nei confronti della Polonia o dell'Ucraina» come era già avvenuto con la Georgia nel 2008.
NON BISOGNA ESSERE dei tifosi del Cremlino, e noi non lo siamo, per vedere come stiano le cose in realtà. Dopo il crollo del Muro di Berlino tutte le ex «democrazie popolari» hanno aderito alla Nato, compresi paesi come la Polonia e gli Stati baltici. Questa primavera anche l'Ucraina ha chiesto di aderire alla Nato anche se per lo statuto dell'Alleanza non potrebbe farlo (c'è un contenzioso con la Russia per l'annessione della Crimea del marzo 2014).
Inoltre, insieme a queste esercitazioni russo-bielorusse sono in corso quelle chiamate «Aurora 2017» sul mar Baltico a cui partecipano 19.000 militari svedesi, francesi, norvegesi, finlandesi, estoni e lituani più 1.435 soldati Usa. E alla fine di settembre la Polonia terrà le sue manovre con la partecipazione di 17.000 soldati e l'utilizzo di 3500 mezzi. L'agenzia russa Tass, tre giorni fa, ha pubblicato un dossier in cui si elenca quante e quali esercitazioni siano state tenute in Europa orientale dai due fronti dal 2013. La Nato ne ha tenute 56 contro 26 russe, ma ciò che fa innervosire Washington è che dal 2017 la Russia si è posta sul piede di parità tenendo10 esercitazioni, tante quelle svolte dalla Nato.
SUL FRONTE DEL DONBASS dopo le schiarite seguite alla telefonata tra Putin e la Merkel, il cielo è tornato a rannuvolarsi. Dopo che il presidente russo si era dichiarato disponibile a dislocare una forza di pace non solo sulla linea del confine del conflitto ma anche in tutto il Donbass, il dipartimento di Stato americano è tornato ad alzare la posta rivendicando la necessità di farle schierare anche lungo il confine tra le repubbliche «ribelli» e la Russia.
Yurii Colombo
(Il Manifesto 16 settembre)
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