venerdì 21 agosto 2026

 da La Repubblica del 20/08/2026

Il Vaticano conferma la rimozione di don

Biancalani: “Non sono morto”

di Valentina Tisi



La Santa Sede ha bocciato il ricorso presentato contro il provvedimento avviato dall’ex vescovo di Pistoia, monsignor Tardelli.

Nella voce di don Massimo Biancalani si sente tutta la delusione per la bocciatura che arriva dalla Santa Sede, un colpo inatteso il provvedimento che da Roma conferma la sua rimozione dal servizio pastorale nelle parrocchie di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e San Niccolò a Ramini, a Pistoia. C’è la consapevolezza di essere più solo a combattere una battaglia che non porta certo consensi, più esposto alle critiche dei detrattori, soprattutto politici, a partire dal vice premier Matteo Salvini che ha subito commentato la notizia sui social. Ma c’è anche la voglia di non arrendersi: «Siamo indeboliti ma non morti» dice il sacerdote. Il Dicastero per il Clero ha rigettato il ricorso presentato da don Biancalani, il prete diventato un simbolo dell’accoglienza dei migranti, contro il provvedimento avviato dall’ex vescovo di Pistoia e Pescia, monsignor Fausto Tardelli. Un percorso avviato l’estate del 2024, con l’ipotesi del trasferimento del sacerdote all’Ufficio missionario diocesano, trasferimento rifiutato dal parroco, che aveva spiegato di voler portare avanti l’attività di accoglienza in parrocchia. Poi la decisione di togliergli la rappresentanza legale di Vicofaro, affidata temporaneamente a monsignor Patrizio Fabbri. A quel punto il sacerdote aveva deciso di fare ricorso, provvedimento per cui è arrivata adesso la risposta negativa da Roma. «Eravamo preoccupati per la pronuncia su Vicofaro, ma eravamo sicuri di poter salvare dal provvedimento Ramini — sono le prime parole di don Biancalani dopo la notizia — Lì non c’erano motivi per farlo, è stata una rimozione preventiva. A Ramini ci sono una cinquantina di persone, è una Vicofaro in piccolo, molti ragazzi fragili, alcuni vengono da Firenze e dall’area metropolitana, il mio primo obiettivo è proteggere loro». È ancora incredulo don Biancalani commentando la decisione della Santa Sede: «La mia non era una provocazione, un capriccio, seguivo le sollecitazioni di Papa Francesco, che seguiva quello che facevamo, e lo stesso Papa Leone parla spesso di accoglienza». Il sacerdote, non si nasconde, sa bene che, al di là dei malumori politici, la situazione che si era creata a Vicofaro stava diventando difficile da gestire, troppi i migranti accolti, ma, spiega, la responsabilità è di quella politica che si volta dall’altra parte: «C’era un problema di sovraffollamento — ammette — tante volte abbiamo provato a chiedere aiuto allo Stato, ma questo è un sistema che caccia le persone ai margini. La linea politica ormai è la disumanità, ma anche il centrosinistra talvolta è stato titubante. In questi anni siamo stati nel mirino dell’amministrazione di Pistoia, di Questura e Prefettura, ho avuto due comitati vicini a Lega e Fratelli d’Italia che hanno lavorato ai fianchi, persone che adesso potranno usare questo provvedimento, parlando di una mia delegittimazione». Parole che effettivamente non si sono fatte attendere. Il ministro e leader della Lega Matteo Salvini dai suoi canali social scrive: «Il prete dei clandestini lascia Vicofaro. Il tempo è galantuomo». Il sacerdote intanto non si arrende, ha 60 giorni per decidere se ricorrere all’assegnatura apostolica: «C’è rimasta quest’ultima possibilità e la stiamo valutando insieme agli avvocati. Però voglio essere chiaro, anche se sarò bloccato sulla parte pastorale, ci sarò sempre per i ragazzi che hanno riposto fiducia in me». Una partita delicata anche per il nuovo vescovo di Pistoia, che ha ereditato la vicenda e sta cercando di gestirla abbassando i toni. Proprio oggi alle 18 monsignor Mascagna sarà a Vicofaro per la funzione eucaristica «per accompagnare — spiega la Diocesi — il nuovo avvio della comunità>>.

 Articolo tratto dal New York Times del 19/08

(traduzione italiana di Giovanna Petrone)

Stati Uniti: un processo pilota contro Meta

di Cecilia Kang, Eli Tan e Emmy Martin


Martedì scorso Meta ha nuovamente respinto le accuse di aver reso i giovani dipendenti dai social media. Questa volta la contestazione è emersa in un processo federale intentato da alcuni Stati che richiedono circa 200 miliardi di dollari di sanzioni e modifiche alle piattaforme dell’azienda. Durante le dichiarazioni di apertura, California, Colorado, Kentucky e New Jersey hanno accusato il colosso dei social media – proprietario di Instagram e Facebook – di arrecare danni ai minori attraverso tecnologie progettate per creare dipendenza, al pari delle sigarette. Secondo gli Stati, Meta ha contribuito ad alimentare una crisi nazionale della salute mentale giovanile e ha ingannato gli utenti promuovendo le proprie app come sicure. Si tratta del primo processo pilota (bellwether trial) promosso davanti alla Corte distrettuale federale per il Distretto settentrionale della California, a Oakland.

La causa intentata da questi Stati, contiene l’accusa all’azienda di aver violato le leggi federali sulla privacy dei minori e le leggi statali a tutela dei consumatori. «Catturare gli utenti. Trattenerli il più a lungo possibile. Raccoglierne i dati. Celare la verità al pubblico nelle dichiarazioni ufficiali», così ha affermato Megan O’Neill, legale rappresentante degli Stati, durante la sua arringa introduttiva. «Il modello di business di Meta ha funzionato particolarmente bene con i più giovani». Meta ha sostenuto, invece, di aver adottato misure di salvaguardia per proteggere gli utenti più giovani e di aver agito con onestà nei confronti dei consumatori.

La causa si inserisce nel filone di migliaia di azioni legali – riguardanti lesioni personali e tutela dei consumatori – intentate da singoli Stati, distretti scolastici e privati cittadini contro Meta, YouTube, TikTok e Snap (società proprietaria di Snapchat). Tali procedimenti sostengono che i social media hanno arrecato danni ai minori attraverso prodotti che creano dipendenza, ispirandosi in parte alla strategia legale utilizzata negli anni ’90 contro le grandi aziende del tabacco. La strategia ha già dato i suoi frutti. A marzo, Meta e YouTube sono state ritenute responsabili in un caso emblematico per lesioni personali presso la Corte Superiore della Contea di Los Angeles (California), che ha riconosciuto a una giovane donna californiana un risarcimento di 6 milioni di dollari. Questo mese, un giudice del New Mexico ha condannato Meta al pagamento di sanzioni per un totale di quasi un miliardo di dollari, nell’ambito di una causa promossa dal Procuratore Generale dello Stato per violazione delle norme a tutela dei consumatori. Le aziende hanno inoltre raggiunto accordi transattivi per diverse altre cause che sarebbero dovute andare a sentenza quest’anno. La causa intentata dai quattro Stati citati – la prima di una serie di procedimenti federali pilota – rappresenta una minaccia legale significativa per Meta, alla luce delle precedenti sconfitte. Secondo quanto emerso dagli atti giudiziari, in caso di vittoria gli Stati intendono richiedere sanzioni che potrebbero sfiorare i 200 miliardi di dollari per le violazioni in materia di tutela dei consumatori. Tale cifra corrisponderebbe a poco più del 14% dell’intero valore di mercato dell’azienda, che martedì si attestava a 1.390 miliardi di dollari.

La preoccupazione per l’uso dei social media è cresciuta a livello globale. L’anno scorso l’Australia è diventata il primo Paese a vietare l’uso dei social media ai minori di 16 anni. Da allora, Danimarca, Francia, Germania, Spagna, India, Indonesia, Malesia e altri Paesi hanno adottato o stanno valutando misure analoghe. Il mese scorso, l’Unione Europea ha compiuto il primo passo verso l’introduzione di un proprio divieto, che sarebbe il più esteso al mondo. Negli Stati Uniti, quest’anno i legislatori hanno ripresentato il Kids Online Safety Act, un disegno di legge volto a rafforzare la tutela della privacy dei minori e a consentire loro di disattivare le funzionalità algoritmiche associate all’uso compulsivo dei social media. Diversi Stati hanno inoltre approvato leggi per proteggere i minori dai rischi connessi ai social media.

Meta è l’azienda finita maggiormente sotto la lente d’ingrandimento. In Tennessee è in corso un processo dopo che il procuratore generale dello Stato ha accusato la società di aver ignorato ricerche interne che evidenziavano come le sue piattaforme stessero danneggiando gli utenti più giovani. I costi delle difese stanno lievitando. Meta ha dichiarato di aver versato, tra aprile e giugno, oltre 2 miliardi di dollari in spese legali legate ai processi sulla dipendenza dai social media e ad altri contenziosi. Sebbene tale cifra rappresenti solo una frazione del suo utile trimestrale di 18 miliardi di dollari, rimangono in sospeso migliaia di cause analoghe.

Meta ha sostenuto di essere stata presa di mira per problematiche che riguardano tutte le aziende del settore internet, come la verifica dell’età degli utenti. Tra le misure di tutela adottate dall’azienda figura la funzionalità “Instagram Teens“, rivolta agli utenti di età compresa tra i 13 e i 17 anni: essa rende i dati privati per impostazione predefinita e limita la possibilità per gli estranei di inviare messaggi direttamente ai giovani utenti. L’azienda ha inoltre sostenuto che la causa dovrebbe essere archiviata in virtù delle tutele sulla libertà di espressione e di una norma federale di protezione – la Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996 – che la esonera da responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti. Questo mese, la Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Nono Circuito ha respinto l’istanza di archiviazione presentata da Meta, che si basava proprio sulla libertà di espressione. «I procuratori generali degli Stati potranno anche definire questo un caso storico, ma le loro limitate contestazioni sono prive di fondamento e le richieste di risarcimento sono enormemente sproporzionate» – ha dichiarato Liza Crenshaw, portavoce di Meta –. «Abbiamo ascoltato i genitori, collaborato con esperti e forze dell’ordine e condotto ricerche approfondite per comprendere le questioni di maggiore importanza».

I quattro Stati che porteranno Meta a processo a Oakland sono stati selezionati dal giudice Yvonne Gonzalez Rogers tra i 29 che hanno fatto causa al colosso dei social media, accusandolo di aver violato le leggi federali sulla privacy dei minori e le normative statali a tutela dei consumatori. Il giudice ha scelto i casi provenienti da California, Colorado, Kentucky e New Jersey. Si prevede che il processo durerà dalle sei alle otto settimane. Una giuria consultiva composta da otto membri fornirà un parere al giudice Gonzalez Rogers, a cui spetterà la decisione finale sulla colpevolezza e sull’entità del risarcimento danni. Gli Stati intendono convocare testimoni di spicco, tra cui l’amministratore delegato di Meta, Mark Zuckerberg, affinché depongano in merito alla vicenda. I procuratori generali prevedono inoltre di avvalersi di documenti interni e di interviste a dipendenti ed ex dipendenti di Meta per dimostrare che l’azienda aveva discusso internamente di come alcune funzionalità – quali lo scorrimento infinito (infinite scroll) e i filtri di bellezza (effetti fotografici che modificano l’aspetto di una persona) – contribuissero all’uso compulsivo e all’ansia tra gli utenti più giovani. Ciononostante – sostengono gli Stati – l’azienda ha continuato a promuovere le proprie piattaforme come sicure per i giovani.

Martedì, i procuratori generali degli Stati hanno chiamato a deporre come primo testimone Arturo Béjar, ex dipendente di Meta e informatore (whistleblower). La sua testimonianza ha rappresentato una vittoria per gli Stati, giungendo appena due giorni dopo che il giudice Gonzalez Rogers aveva respinto la richiesta di Meta di impedirne l’audizione. Béjar. ha accusato l’azienda di aver adottato un approccio di tipo “non chiedere, non dire” (don’t ask, don’t tell) nei confronti degli utenti minorenni presenti sulle sue piattaforme social. Ha raccontato che sua figlia, quando era ancora molto giovane, aveva ricevuto messaggi a sfondo sessuale non richiesti su Instagram senza avere alcuna possibilità di segnalare l’accaduto. «Instagram si è trasformato da un prodotto che si utilizza a un prodotto che utilizza te», ha affermato Béjar, che ha lavorato per l’azienda in due periodi distinti nell’arco di circa otto anni. La sua testimonianza proseguirà nella giornata di mercoledì.

Martedì, inoltre, gli Stati hanno sostenuto che gli strumenti previsti da Meta come misure di sicurezza per gli adolescenti vengono utilizzati di rado. I procuratori generali statali hanno chiesto modifiche alla tecnologia dell’azienda per tutelare meglio gli utenti più giovani. Tra queste figurano il divieto dello scorrimento infinito, della riproduzione automatica dei contenuti e dei pulsanti “mi piace” per gli utenti di età inferiore ai 18 anni. Hanno inoltre richiesto di vietare i filtri di bellezza – che possono contribuire a problemi legati all’immagine corporea e alla salute mentale – e gli algoritmi ottimizzati per l’engagement che spingono gli utenti verso ulteriori contenuti.

mercoledì 19 agosto 2026

 da Pressenza del 17/08/2026

La voglia di fare figli c’è, ma il 62% rinuncia ai figli per difficoltà economiche e sociali


Da tempo ci si interroga se la denatalità sia una questione culturale o economica. Tuttavia, è senz’altro una questione fondamentale per il futuro del Paese, rispetta alla quale però si fa fatica a passare dalle parole all’azione, con la conseguenza che la situazione peggiora anno dopo anno.

Gli Stati Generali della Natalità con l’ultimo recente dal titolo “Volere o Potere”, realizzato in collaborazione con l’ISTAT, cerca di dirlo con chiarezza, senza allarmismi ma senza sconti.

Il problema, si legge nel dossier, ha radici profonde, anche a livello europeo. Eppure, ciò che emerge da questi dati è che l’Italia, paradossalmente, ha dentro di sé il potenziale per invertire questa tendenza. Per un motivo semplice: nonostante ottant’anni di assenza di politiche familiari serie, nel nostro Paese resiste un desiderio diffuso di famiglia e di figli, che però non trova la possibilità di realizzarsi. Pensiamo ai giovani: trovano un lavoro strutturato e a tempo indeterminato troppo tardi, e con stipendi troppo bassi anche solo per immaginare di costruire una famiglia con figli. E pensiamo a una difficoltà tutta italiana: una fiscalità iniqua. Oggi chi mette al mondo un figlio viene penalizzato sul piano fiscale, ed è una battaglia che dovrebbe unirci tutti, oltre le appartenenze, perché non è un ‘ideologia: è giustizia. Non è una questione di volontà, ma un deficit di libertà: la distanza tra i figli desiderati e quelli che si riescono davvero ad avere è la vera notizia che questo dossier vuole raccontare”.

I dati dell’ISTAT risultano, a tal proposito, particolarmente significativi:

1. L’aspettativa di vita in Italia è di cinque anni superiore a quella degli Stati Uniti: 83,4 anni contro 78,4. Una notizia da festeggiare che invece, vista la situazione demografica, ci preoccupa: non sappiamo come reggerà la sanità pubblica e gratuita.

2. Nel 2024 le donne che dichiaravano di voler avere figli nei tre anni successivi avrebbero voluto generare 760.000 nuovi nati l’anno; nel 2025 ne sono nati appena 355.000, meno della metà.

3. La nascita di un figlio aumenta concretamente il rischio di cadere in povertà.

4. Secondo uno studio condotto tra il 2016 e il 2023, tra le donne che hanno dichiarato di volere certamente un figlio nei tre anni successivi al 2016, solo il 42,8% l’ha effettivamente avuto: alcune hanno ritardato la scelta rispetto a quanto dichiarato, altre hanno rinunciato al loro desiderio.

Eppure, c’è stato un tempo in cui in Italia nasceva quasi 1 milione di bambini ogni anno, per esempio nel 1964. In appena 60 anni abbiamo perso più della metà delle nascite. Con i ritmi attuali, servono 3 anni per mettere al mondo lo stesso numero di bambini che nascevano in un solo anno nel 1964. Nello stesso arco di tempo, negli anni del baby boom, ne nascevano circa 3 milioni. Non siamo di fronte ad una crisi temporanea, bensì ad una trasformazione silenziosa e strutturale. Il problema, a parere degli Stati Generali della Natalità, non è che gli italiani non vogliono figli. Il problema è che non sempre riescono ad averli.

Tra le persone in età feconda (18-49 anni, circa 22 milioni al primo gennaio 2024) oltre 10,5 milioni non intendono avere figli. Sembra un Paese che ha smesso di desiderare, ma è una lettura sbagliata. Il 62,2% dichiara di avere rinunciato per le difficoltà incontrate, il 32,0% ha già raggiunto il numero di figli che desiderava, solo il 5,5% dice che i figli non fanno parte del proprio progetto di vita. Chi davvero non li vuole è una minoranza: poco più di 1 su 20. Un terzo ha già realizzato il proprio desiderio. La grande maggioranza, invece, ha dovuto arrendersi. La denatalità in Italia non è figlia dell’indifferenza. È figlia delle circostanze”

Ma quali sono le cause? C’è innanzitutto un forte vincolo economico:

“Quando si chiede alle persone perché non hanno avuto i figli che volevano, si legge nel dossier, la risposta è quasi sempre la stessa: i soldi. 2,8 milioni di persone citano difficoltà economiche o lavorative come principale freno alle intenzioni di generare figli. Più della metà delle persone teme che: nei tre anni successivi alla nascita di un figlio, la propria situazione finanziaria possa peggiorare. Non è egoismo, è un calcolo. Troppe persone si trovano costrette a mettere sul piatto della bilancia da una parte il desiderio di un figlio, dall’altra la sostenibilità economica”.

Per non parlare del costo professionale: il 49,9% delle donne teme conseguenze negative sul lavoro con l’arrivo di un figlio, mentre solo il 24% degli uomini ha la stessa preoccupazione.

“La probabilità di rinunciare ai figli è più che doppia tra le donne, si sottolinea nel dossier. Finché avere un figlio significa rischiare la carriera, molte donne saranno costrette a scegliere: essere lavoratrice o essere madre? Il paradosso è che il reddito della madre, spesso necessario per scegliere di avere un figlio, è proprio ciò che quella scelta mette a rischio”.

Senza trascurare la prospettiva di essere schiacciati tra la cura dei figli e quella dei genitori (Generazione Sandwich), che fa sì che 763mila persone rinuncino a progetti di fecondità. Il 19,7% di chi non intende avere figli indica l’età come motivo principale: un desiderio rimandato troppo a lungo, anche per accudire i genitori anziani, che ormai non si può più realizzare. La denatalità è, insomma, una questione politica, sociale e culturale e, come, si evidenzia in conclusione del dossier,

una società è davvero libera non quando ciascuno può teoricamente scegliere, ma quando le persone hanno le condizioni concrete per realizzare i propri progetti di vita. Non si tratta di convincere qualcuno ad avere figli, ma di evitare che milioni di persone rinuncino a quelli che avrebbero voluto”.

da Pressenza del 17/08/2026

Prima le comunità


Dobbiamo imparare a valorizzare le esperienze in corso. Una comunità di lotta costituita per rispondere ad alcune esigenze dei suoi membri non va pensata come una “cellula sociale”, con un territorio e una popolazione chiusi nei propri confini. Va pensata piuttosto come un addensamento dinamico di relazioni di reciprocità, di riconoscimento e di mutuo sostegno, tendenzialmente estensibili a una moltitudine di attori diversi. Una comunità orientata alla sostenibilità del proprio territorio non può evitare di includere tra gli agenti dei processi che la coinvolgono la vita che lo popola, con tutto quello che esige per essere salvaguardata e quello che può offrire in termini di sostentamento, qualità della vita, bellezza, insegnamento.

Conflitto e partecipazione sono l’anima di ogni comunità e crescono contestualmente: non si dà l’uno senza l’altra; e viceversa. Ma è sempre la qualità delle relazioni di reciproca fiducia, con la loro ineludibile componente personale, emozionale e affettiva, a tenerla in vita, a costituirne la forza, l’attrattività e la capacità di durare nel tempo. Mano a mano che la crisi climatica e ambientale renderà più ostiche le condizioni della vita quotidiana comunità con queste caratteristiche dovranno – e in parte già lo fanno – giocare un ruolo insostituibile nel conflitto sociale.

Abbiamo ormai numerosi casi di creazione “dal basso” di forze sociali, politiche e culturali a prova di tenuta, fondate in via prioritaria su relazioni di fiducia reciproca. L’ultimo caso è quello di Spin Time, un’esperienza costruita su una perfetta combinazione di tre elementi: la risposta ai bisogni abitativi di un insieme altamente disomogeneo di occupanti, famiglie e single, di svariate nazionalità e culture, che hanno trovato in quell’edificio l’ambito di una forma avanzata di convivenza e di reciproca acculturazione; una serie di servizi – ristorante, palestra, asilo, scuola, laboratori, rivista – funzionali alla costruzione di un legame con il territorio; un centro di elaborazione politica e culturale di valenza internazionale anche grazie alla disponibilità di un ampio anfiteatro e di diversi locali per riunioni e convegni.

Il primo di questi casi, per importanza e durata nel tempo, è quello delle comunità No Tav della Valle di Susa: un faro puntato sull’incapacità di comprenderne le ragioni e gli sviluppi dimostrata da tutte le forze istituzionali impegnate nel tentativo di stroncarlo e ben sintetizzata dall’esclamazione stupìta e stupida di Pier Luigi Bersani di fronte alla pervasività e alla durata di quella mobilitazione: “Ma è solo un treno!”. No, non è solo un treno: è una comunità di lotta per la difesa del proprio territorio dalla devastazione e dalla speculazione, ma soprattutto di costruzione e di autoaffermazione di una propria autonomia sociale, politica e culturale, che si è andata costituendo nella contrapposizione frontale all’insensata quanto compatta ostinazione di tutto l’establishment nazionale ed europeo.

Poi c’è la vicenda della ex-Gkn, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento della fabbrica e della sua forza operaia; un’esperienza che ha visto espandersi a livello locale, nazionale e internazionale la sua influenza e il suo impegno su un numero enorme di temi: produzioni alternative ed ecologiche, studenti, clima, altre fabbriche in crisi, guerre, armi, Palestina, fino all’invenzione geniale del festival della letteratura working class. L’asse portante di quegli sviluppi è una semplice domanda, rivolta a tutti i possibili alleati, che non chiede un’astratta “solidarietà”, ma offre la prospettiva concreta del mutuo sostegno nell’affrontare le difficoltà di ciascuno: “E tu, come stai?”

L’approccio che vede nella costruzione di comunità aperte, fondate su fiducia, mutuo sostegno, replicabilità e adattabilità delle pratiche a contesti differenti apre la strada a una duplice prospettiva: la pratica dell’obiettivo con la creazione di aggregati politico-sociali forti, capaci di imporsi o di non soccombere nel conflitto che li contrappone alle rispettive controparti e lo sviluppo, combinando conflittualità e partecipazione, di una consapevolezza diffusa dell’interconnessione di tutti i problemi più importanti che la specie umana – e soprattutto la parte di essa che subisce le decisioni dei pochissimi “padroni del mondo” – si trova a dover affrontare. Con una risposta “dal basso”, adeguata sia in termini di mitigazione che di adattamento, al collasso climatico e ambientale e con il ripudio generalizzato della guerra e del ricorso alle armi: non solo nella risoluzione delle vertenze internazionali tra Stati, ma innanzitutto nella gestione della più grande questione sociale dei decenni a venire: abbandonare la vana, dispendiosa e crudele guerra ai migranti. Con l’accoglienza, il riconoscimento e la valorizzazione delle decine di migliaia, oggi, e dei milioni, domani, delle “persone”, ciascuna con la propria storia, la propria cultura, i propri bisogni, che sono alla ricerca di contesti che solo una comunità aperta può offrire.

Una comunità dove potersi costruire una vita diversa, ma anche dove trovare condizioni per poter fare volontariamente  ritorno – dove ancora è possibile, e in molte regioni lo è – nelle loro terre di origine per lavorare al loro risanamento materiale e sociale; con la libertà di movimento, i mezzi materiali e tecnici e soprattutto il “mutuo appoggio” delle comunità ospiti. Dunque, comunità e comunità di comunità, sia come pratica dell’obiettivo che come “visione” di un orizzonte comune da perseguire insieme.

 da Pressenza del 11/08/2026

«Ai bambini di Gaza il Premio Nobel per la pace»



«In coerenza con lo spirito della candidatura, l’Associazione “L’Isola che non c’è” ha scelto di conferire il proprio Premio “L’Isola che non c’è per la Pace" 2026 a una rappresentanza simbolica di quegli adolescenti di Gaza che, attraverso i loro disegni, continuano a testimoniare la forza della speranza e il desiderio di pace. Le opere, inviate da Padre Gabriel ed esposte nel Museo della Pace, costituiscono una straordinaria espressione di resilienza e di fiducia nel futuro» (Foto di https://www.facebook.com/p/LIsola-che-non-c%C3%A8-Latiano-100064773874123)

Nel testo qui riportato, recentemente pubblicato sul quotidiano che è anche promotore dell’iniziativa, l’autrice riferisce dello sviluppo dell’idea e delle adesioni alla petizione. 

Centinaia di adesioni alla candidatura proposta dal professor Mazzarella tramite Avvenire. Anche la leader del Pd, Schlein, si schiera: no al silenzio sulla situazione drammatica dei minori. Padre Ibrahim Faltas: riconoscere il loro sacrificio è un atto di verità e di giustizia.

Trecento bambini e adolescenti uccisi in 300 giorni. Uno al giorno dall’ottobre 2025, in un tempo che avrebbe dovuto essere di sospensione dei combattimenti. E invece a Gaza i bambini continuano a morire. Quelli che sopravvivono tra malnutrizione, malattia, acqua sporca e cure inesistenti «stanno ancora aspettando la fine della violenza che era stata loro promessa».

È in nome di questa promessa che Avvenire ha rilanciato la proposta di Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia alla Federico II di Napoli, di candidare i bambini di Gaza al premio Nobel per la pace.

Una iniziativa potente per urlare: «Basta. Se avete carità, basta voi che uccidete. Basta voi che mentite. Basta voi che non fate niente. Basta se ancora siete qualcosa che somiglia a un uomo».

La proposta ha avuto circolazione soprattutto sui social e ha suscitato molto interesse, tanto da essere sottoscritta da centinaia di persone (parte delle adesioni sono pubblicate qui di seguito, si può aderire scrivendo a petizione.gaza@avvenire.it), da Massimo Cacciari a Francesca Izzo, da Luigi Manconi a Stefano Zamagni.

Anche Elly Schlein, segretaria del Pd, ha aderito nella giornata di domenica all’invito lanciato sul nostro giornale. «Non dobbiamo far cadere il silenzio su Gaza e sulla situazione drammatica dei minori» ha sottolineato la leader democratica, ricordando che «non sono mai arrivati tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi e la fame viene usata come arma di guerra».

Una voce autorevole di sostegno arriva poi da Gerusalemme: «I bambini di Gaza sono i testimoni silenziosi del bisogno di pace, un diritto essenziale negato a chi ha dovuto sopportare mancanze, dolori, perdite devastanti – scrive ad Avvenire il frate francescano Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa – Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia i diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio».
Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Sono i bambini ucraini e quelli russi, sono i piccoli iraniani e sudanesi.
L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Perché quello che è vero a Gaza – la sofferenza innocente, il diritto di ogni bambino di essere amato e protetto e di non diventare bersaglio inerme dell’odio e della violenza degli adulti -, vale ovunque nel mondo e in qualunque epoca storica.
Ma c’è un di più, oggi: ci sono i numeri. Ci sono i 300 bambini e adolescenti palestinesi morti in 300 giorni di tregua, uno al giorno, a cui si possono aggiungere i 21mila che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti e delle azioni militari israeliani successive al 7 ottobre 2023. E le decine di migliaia di bambini feriti, mutilati, sfollati, resi orfani. Anche sui mattoni del loro dolore dovrà nascere la consapevolezza che la guerra non risolve nulla, la pace tutto.

La prima ad avanzare la candidatura dei bambini di Gaza al Nobel per la pace fu, esattamente un anno fa, l’associazione L’isola che non c’è di Latiano, Brindisi, che la presentò in Senato.

Da allora la proposta ha raccolto decine di adesioni, tra le quali si annoverano numerosi sindaci pugliesi.
Ora la stessa iniziativa viene rilanciata da un nutrito gruppo di intellettuali di tutta Italia. E, si badi bene, non si tratta solo di una provocazione o di un fatto simbolico. O, almeno, non del tutto. Perché se è vero che un professore universitario – qual è Mazzarella – può a norma di regolamento avanzare una candidatura al Comitato norvegese (articolo 5), è altrettanto vero che il Nobel, in virtù del suo essere corredato da un cospicuo assegno, può essere attribuito solo a persone in carne e ossa o a organizzazioni che ne facciano buon uso, non a un intero popolo. Si tratta però di un ostacolo superabile: nel 2025 Cristina Machado fu insignita del Premio Nobel per il suo impegno politico e civile a favore dei diritti del popolo venezuelano. Dunque, perché no?
«Riconoscere il sacrificio dei bambini di Gaza è un atto di verità e di giustizia – scrive ancora padre Faltas – Riconoscerlo nel tempo con il premio Nobel sarà il segno indelebile di chi crede fermamente nella pace».

 


lunedì 17 agosto 2026

 da ADISTA del 11/07/2026

Ottobre 1971. I docenti che rifiutarono di insegnare religione nella scuola

Fu un atto che sembrò di follia, quello del rifiuto pubblico dell'insegnamento della religione a scuola da parte di sette preti napoletani insegnanti di religione: Ciro Castaldo, Antonio Cutolo. Ciro De Luca, Armando Poggi, Ciro Stanzione, Giovanni Tammaro e Gaetano Viscardi. Era il 21 ottobre del 1971, si era in pieno ‘68 politico, con tutti gli aneliti di libertà, ed ecclesiale, sospinto dal Concilio Vaticano II. Era in vigore ancora il vecchio Concordato fra Stato e Santa Sede siglato nel 1929 in epoca fascista, che riconosceva la religione cattolica quale la sola religione dello Stato italiano e da insegnare a scuola, non solo negli ambiti ecclesiali. «Siamo convinti che il cristianesimo non si insegna, si vive», scrivevano i firmatari nella loro dichiarazione di rifiuto, «che l'istituzione dell'insegnamento di Religione nella scuola è una delle espressioni più chiare di compromesso con il potere, e per l'annuncio del Vangelo «sicurezze e privilegi costituiscono forti condizionamenti.

E’ uno dei firmatari, Armando Poggi, a ricordare quel lontano episodio. Per due motivi: fare memoria di una consapevolezza e di una lotta (pagata di persona) per "liberare la Parola"; e constatare come la compromissione con il potere sia ancora oggi viva nella Chiesa, dopo essere passata sotto il rullo compressore della politica wojtyliana e ruiniana

Alla "memoria" di Armando Poggi che qui ospitiamo, aggiungiamo il resto del “rifiuto".


PAGAMMO DI PERSONA PER LIBERARE L'ANNUNCIO

di Armando Poggi


Alcide De Gasperi, nella celebre frase («Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione»), distingue lo statista dal politico, nella dimensione tempo e negli obiettivi; il politico alla lungimiranza deve aggiungere un bagaglio di esperienza, cultura, competenza, umanità, solidarietà, sensibilità e spirito di sacrificio.

Le stesse qualità ("spessore") dovrebbero essere possedute, in relazione all'impegno e al ruolo da assumere, da ogni persona, donna o uomo, per poterle impiegare o mettere al servizio in ogni luogo, ambito, settore, attività in cui è chiamato a dare il proprio contributo.

Oggi da qualunque parte volgiamo il nostro sguardo, vediamo un drammatico vuoto, o al più un "assottigliamento" dovuto non alla indisponibilità, ma alla strutturale carenza delle qualità.

A mio giudizio un elemento importante che concorre alla formazione della lungimiranza è vivere nella Storia, dando il proprio contributo, avere e coltivare la memoria, partecipare al tempo presente e guardare al futuro.

 IL BELLO DEL TRENO



Sempre frequentato e puntuale anche a metà agosto, costituisce un servizio molto utile e gradevole.

Ci sono i ricordati grandi disguidi e ritardi al Pronto soccorso, ma per andare e tornare da Pinerolo a Torino, è in questi giorni un servizio comodo, puntuale e persino fresco.

Nota: vediamo i disagi della Sanità, ma vediamo anche i buoni servizi che ci sono in città e in questo periodo estivo, ricco di posti che garantiscono freschezza.

                            Franco Barbero, 10 agosto 2026

 

da La Stampa del 10/08/2026

L'ALLARME DEL SINDACATO NURSING UP

Fino a tre giorni su una barella in attesa di un letto


Non si attenua l'ondata di calore - meglio: le ondate di colore, dato che la prima è arrivata l’ultima decade di maggio - tutto il sistema sanitario è in sofferenza: in primis la linea dei pronto soccorso.

L'allarme arriva dal sindacato infermieri Nursing Gr Piemonte nella persona di Claudio Delli Carri, il segretario: «Attualmente la situazione, anche nei reparti ospedalieri, è molto critica, aggravata da una carenza strutturale di personale infermieristico che sul nostro territorio regionale stimiamo ormai attorno alle 6 mila unita».

Come ogni anno, e quest'anno più degli altri, a pesare è un insieme di fattori. Le temperature, certo, che opprimono anche i più giovani e fanno precipitare il quadro clinico, già precario, degli anziani. Ma non solo. «Con l’entrata in vigore dei piani ferie estivi, un diritto costituzionale e irrinunciabile per tutti i lavoratori, la forza lavoro attiva nei turni si riduce mediamente del 25-30 per cento - precisa Delli Carri -. Per colmare questa contrazione e mantenere aperti i servizi, le aziende sanitarie piemontesi ricorrono così alla richiesta di prestazioni aggiuntive, straordinari e frequenti salti dei turni di riposo per il personale già in servizio, portando il carico di lavoro a livelli estremamente complessi».

Sui Pronto soccorso l'impatto è severo, cioè grave. Il sindacato registra un incremento degli accessi stimabile tra il 10 e il 15%, in gran parte causato dalle ondate di calore che esacerbano le patologie della popolazione anziana e fragile «Questo aumento degli afflussi si scontra con il consueto accorpamento e la riduzione estiva dei posti letto nei reparti di degenza ordinaria. Il risultato diretto e l’aggravarsi del fenomeno del boarding: i pazienti stazionano sulle barelle dei Pronto soccorso anche per 48-72 ore in attesa di un ricovero, trasformando di fatto le aree di emergenza in reparti di medicina, gestiti da infermieri già sotto pressione».

Va da sè che una situazione di questo genere, al netto dei buoni propositi del ministero della Sanità, non disincentiva il ricorso ai gettonisti, anzi. Conferma Pierino Di Silverio, segretario nazionale del sindacato, questa volta medico, Anaao Assomed: «C’è un maggior ricorso all'utilizzo del personale esterno, pensionati e gettonisti, proprio per coprire i turni».

Vale in Piemonte come nel resto d'Italia. Una cosa è certa: è finito il tempo dell'emergenza estiva, con riferimento al caldo, e autunnale, per i virus respiratori. Ormai l'affanno riguarda dodici mesi l'anno.

sabato 15 agosto 2026

 da Tempi di Fraternità di luglio 2026


Don Chisciotte e il coraggio della pazzia – Juan Goytisolo


E’ impresa dei cavalieri erranti, diceva Don Chisciotte, <<raddrizzare i torti e andare in soccorso dei miseri>> e immagino l’hidalgo della mancia in sella a Ronzinante che si getta lancia in resta contro gli sbirri della Santa Confraternita che procedono allo sgombero degli sfrattati, contro i corrotti dell’ingegneria finanziaria o, traversando lo Stretto, ai piedi delle sbarre di Ceuta e Melilla da lui visti come castelli incantati con ponti levatoi e torri merlate che soccorre degli immigranti il cui unico delitto è il proprio istinto di vivere e l’ansia di libertà.

Sì, per l’eroe di Cervantes e per noi lettori toccati dalla grazia del suo romanzo è difficile rassegnarsi all’esistenza di un mondo afflitto da disoccupazione, corruzione, precarietà, crescenti disuguaglianze sociali ed esilio professionale dei giovani come quello in cui attualmente viviamo. Se questa è pazzia, accettiamola.

Il panorama intorno a noi è oscuro: crisi economica, politica, sociale. Le ragioni per indignarsi sono molteplici e lo scrittore non può ignorarle senza tradire se stesso. Non si tratta di mettere la penna a servizio di una causa, per giusta che sia, ma di introdurre il fermento contestatore nell’ambito della scrittura.

Inserire la trama romanzesca nello stampo di forme ripetute fino alla sazietà condanna l’opera all’irrilevanza e ancora una volta, al crocevia.

Cervantes ci mostra la strada. La sua coscienza del tempo “divoratore e consumatore delle cose”, di cui parla nel magistrale capitolo IX della Prima Parte del libro lo indusse ad anticiparlo e a servirsi dei generi letterari in voga come materiale di demolizione per costruire un portentoso racconto di racconti che si spiega all’infinito. Come dissi ormai parecchi anni fa, la pazzia di Alonso Quijano sconvolto dalle sue letture contagia il suo creatore impazzito per i poteri della letteratura. Tornare a Cervantes e assumere la pazzia del suo personaggio come una forma superiore di lucidità, questa è la lezione di Don Chisciotte.

Nel farlo non evadiamo dalla realtà iniqua che ci circonda. Al contrario, vi mettiamo saldamenti i piedi.

Diciamo ad alta voce che possiamo. Noi, contaminati dal nostro primo scrittore, non ci rassegniamo all’ingiustizia. In questi tempi di disuguaglianza siamo cavalieri erranti che raddrizzano i torti.


Traduzione di Luis E. Moriones

Juan Goytisolo è considerato uno dei più importanti esponenti della Generazione del ‘50 e uno dei più grandi scrittori spagnoli.

 Notte d’inverno in stazione di Genova 1982


Spezzoni di parole,

sillabe sconnesse

che vengono dalla notte,

quella che dentro

distrugge un cuore

ormai alla deriva;

come eruzione di dolore,

come schegge di cuore

che scoppia di disperazione.


Non c’è parola

d’uomo o di donna

che incroci

il suo parlare.

Gli risponde

soltanto

un’altra notte

piena di freddo

e di sordità.


Una, poi cinque,

poi dieci

persone

quasi ammucchiate

come per illudersi

di non esser sole.


Sembra che a notte

si diano convegno

in sala d’attesa

come a sommare

le loro disgrazie.


L’angoscia

dipinta sui volti

scavati

corrode le ossa

percorse

da gelide

ondate di morte.


Sono lì anch’io

come atterrito

da uomini

che sembrano

ombre di morte,

e temo l’incontro

di quegli occhi

che lanciano sguardi

pieni di fiamma.


Tanti racconti, spezzettati,

come litanie d’inferno

s’intrecciano

nella lunga notte.


A tratti

le voci prorompono

alte e minacciose,

poi declinano

fino a morire

e sopraggiunge un sonno

senza pace,

pieno di rantoli

e di brontolii cupi.


Poi il mio treno

finalmente parte

prima della pigra alba

d’inverno.

Gli occhi mi bruciano,

ma li guarirà

quel sole

che forse invano

per loro

sorgerà.


Troppo è il dolore

che si perde

senza risposta

e il cuore geme

di tragica impotenza.

 Ad un omosessuale (...1983)


Tu abiti

spesso

l’inferno tragico

della clandestinità

per l’arroganza

di chi crede

che esser diverso

da lui

significhi

essere spregevole.

Vince ancora

la squallida normalità

che non sopporta

il mistero.