da Pressenza del 04/10/2026
La gente non ne può più
di Ray Man
Il 77% degli italiani ha difficoltà economiche, secondo il rapporto Coop 2026.
Il Paese reale è stanco, esasperato, impoverito. Mentre la politica continua a recitare slogan, milioni di persone fanno i conti ogni giorno con salari insufficienti, spese insostenibili, servizi che peggiorano e un futuro che appare sempre più disperato e allarmante per la guerra e il collasso climatico e sociale.
Non si tratta di percezioni vaghe, ma di condizioni materiali concrete. Quando la classe media si impoverisce, quando il lavoro non basta più a vivere, quando il carrello della spesa pesa come un macigno, quando la sanità si indebolisce e la precarietà diventa la norma, la rabbia sociale non è un incidente di percorso, ma una conseguenza inoppugnabile e tragica.
Visto che i dati del rapporto Coop 2026 confermano un disagio così esteso, allora siamo davanti a una frattura profonda. Una società in cui una larga maggioranza dichiara difficoltà economiche e psicologiche non è una società “normalmente” governata: è una società sotto pressione, ferita, compressa, esasperata. E quando la pressione cresce troppo, prima o poi si traduce in conflitto, che può degenerare, se non è una scelta di resistenza civile nonviolenta.
Per questo le proteste di pescatori, agricoltori, lavoratori autonomi, precari e famiglie comuni non vanno minimizzate né archiviate con disprezzo. Sono il segnale di un malessere che attraversa il Paese dal basso. Chi governa dovrebbe ascoltare quel grido, non liquidarlo con formule vuote o con la solita arroganza di chi parla dall’alto di una posizione protetta.
La verità è che sempre più persone non credono più al governo Meloni e alle spiegazioni ufficiali della propaganda.
Vedono la distanza tra il racconto pubblico e la realtà quotidiana. Vedono un potere che promette sicurezza mentre cresce l’insicurezza sociale, economica e psicologica. Vedono una politica che invoca responsabilità mentre scarica costi e sacrifici su chi ha di meno. Vedono un sistema che chiede pazienza a chi non arriva alla fine del mese, e soffre davvero, e la pazienza l’ha già terminata da un pezzo.
In questo quadro, la rabbia esploderà naturalmente. E la speranza non può mai più essere intesa come attesa passiva, ma dovrebbe diventare una scelta di conflitto civile, di organizzazione, mobilitazione e resistenza nonviolenta. Solo in questo modo si potrebbero davvero cambiare le cose: non nei salotti, non nei talk show, non nelle frasi di circostanza, o sui social.
Le proteste cresceranno, perché le condizioni che le alimentano non sono state risolte.
La repressione preventiva potrà forse rallentare qualcosa, ma non spegnerà il disagio. Quando la gente perde potere d’acquisto, fiducia e voce, la tensione non scompare: si accumula. E non sarà un agente a fermare il dissenso.
Le dimissioni di un governo possono anche essere auspicate, ma il punto decisivo è un altro: chi avrà il coraggio di affrontare sul serio il nodo della povertà, del lavoro, dei salari, della sanità, della casa e della dignità sociale? E le necessarie forme di mitigazione e adattamento alle catastrofi del collasso climatico. E la indispensabile diplomazia italiana mentre infuria la tempesta bellica e continua inaudito il genocidio dei palestinesi.
Senza risposte vere, la distanza tra istituzioni e cittadini continuerà ad allargarsi. E una democrazia che smette di ascoltare il 77% dei cittadini in difficoltà finisce per indebolirsi da sola. Si riduce in briciole.
Dal rapporto coop 2026 esce fuori:
“La fatica di essere italiani – In questo mare in tempesta, gli italiani sono comunque costretti a orientarsi ed andare avanti. Lo fanno con un animo comunque inquieto, temono come e più degli altri europei le guerre (87% del campione), le tensioni geopolitiche (79%), sono zavorrati da una difficile situazione economica (77%). Percepiscono la società in cui vivono più violenta di anni fa (lo affermano 4 italiani su 5)”
E inoltre 6 persone su 10 denunciano problemi cognitivi. E la metà degli italiani avrebbe problemi psicologici. Sono dati incredibili, ma comprensibili. La propaganda di governo vuole fare credere a successi inesistenti nella vita reale delle persone. Esiste quindi uno scollamento fatale tra il governo Meloni e 3 italiani su 4. E questo fatto “materiale” ci rende più deboli e infelici, ma più incazzati che mai.