lunedì 5 ottobre 2026

da Pressenza del 04/10/2026

La gente non ne può più

di Ray Man



Il 77% degli italiani ha difficoltà economiche, secondo il rapporto Coop 2026.

Il Paese reale è stanco, esasperato, impoverito. Mentre la politica continua a recitare slogan, milioni di persone fanno i conti ogni giorno con salari insufficienti, spese insostenibili, servizi che peggiorano e un futuro che appare sempre più disperato e allarmante per la guerra e il collasso climatico e sociale.

Non si tratta di percezioni vaghe, ma di condizioni materiali concrete. Quando la classe media si impoverisce, quando il lavoro non basta più a vivere, quando il carrello della spesa pesa come un macigno, quando la sanità si indebolisce e la precarietà diventa la norma, la rabbia sociale non è un incidente di percorso, ma una conseguenza inoppugnabile e tragica.

Visto che i dati del rapporto Coop 2026 confermano un disagio così esteso, allora siamo davanti a una frattura profonda. Una società in cui una larga maggioranza dichiara difficoltà economiche e psicologiche non è una società “normalmente” governata: è una società sotto pressione, ferita, compressa, esasperata. E quando la pressione cresce troppo, prima o poi si traduce in conflitto, che può degenerare, se non è una scelta di resistenza civile nonviolenta.

Per questo le proteste di pescatori, agricoltori, lavoratori autonomi, precari e famiglie comuni non vanno minimizzate né archiviate con disprezzo. Sono il segnale di un malessere che attraversa il Paese dal basso. Chi governa dovrebbe ascoltare quel grido, non liquidarlo con formule vuote o con la solita arroganza di chi parla dall’alto di una posizione protetta.


La verità è che sempre più persone non credono più al governo Meloni e alle spiegazioni ufficiali della propaganda.

Vedono la distanza tra il racconto pubblico e la realtà quotidiana. Vedono un potere che promette sicurezza mentre cresce l’insicurezza sociale, economica e psicologica. Vedono una politica che invoca responsabilità mentre scarica costi e sacrifici su chi ha di meno. Vedono un sistema che chiede pazienza a chi non arriva alla fine del mese, e soffre davvero, e la pazienza l’ha già terminata da un pezzo.

In questo quadro, la rabbia esploderà naturalmente. E la speranza non può mai più essere intesa come attesa passiva, ma dovrebbe diventare una scelta di conflitto civile,  di organizzazione, mobilitazione e resistenza nonviolenta. Solo in questo modo si potrebbero davvero cambiare  le cose: non nei salotti, non nei talk show, non nelle frasi di circostanza, o sui social.

Le proteste cresceranno, perché le condizioni che le alimentano non sono state risolte.

La repressione preventiva potrà forse rallentare qualcosa, ma non spegnerà il disagio. Quando la gente perde potere d’acquisto, fiducia e voce, la tensione non scompare: si accumula. E non sarà un agente a fermare il dissenso.

Le dimissioni di un governo possono anche essere auspicate, ma il punto decisivo è un altro: chi avrà il coraggio di affrontare sul serio il nodo della povertà, del lavoro, dei salari, della sanità, della casa e della dignità sociale? E le necessarie forme di mitigazione e adattamento alle catastrofi del collasso climatico. E la indispensabile diplomazia italiana mentre infuria la tempesta bellica e continua inaudito il genocidio dei palestinesi.

Senza risposte vere, la distanza tra istituzioni e cittadini continuerà ad allargarsi. E una democrazia che smette di ascoltare il 77% dei cittadini in difficoltà finisce per indebolirsi da sola. Si riduce in briciole.

Dal rapporto coop 2026 esce fuori:

“La fatica di essere italiani – In questo mare in tempesta, gli italiani sono comunque costretti a orientarsi ed andare avanti. Lo fanno con un animo comunque inquieto, temono come e più degli altri europei le guerre (87% del campione), le tensioni geopolitiche (79%), sono zavorrati da una difficile situazione economica (77%). Percepiscono la società in cui vivono più violenta di anni fa (lo affermano 4 italiani su 5)”

E inoltre 6 persone su 10 denunciano problemi cognitivi. E la metà degli italiani avrebbe problemi psicologici. Sono dati incredibili, ma comprensibili. La propaganda di governo vuole fare credere a successi inesistenti nella vita reale delle persone. Esiste quindi uno scollamento fatale tra il governo Meloni e 3 italiani su 4. E questo fatto “materiale” ci rende più deboli e infelici, ma più incazzati che mai.


da Pressenza del 03/10/2026

ISTAT: Più lavoro retribuito per le donne, ma ancora ampio il divario di genere nel lavoro familiare

di Giovanni Caprio


Nel 2023, si riduce il tempo dedicato dalle donne al lavoro familiare non retribuito rispetto a vent’anni prima (-37 minuti al giorno; -12,4% rispetto al 2003) e tra le occupate aumenta il tempo destinato al lavoro retribuito (+1 ora e 33 minuti alla settimana rispetto al 2003).

Tuttavia, nel confronto europeo, l’Italia presenta il divario di genere più ampio sia nel tempo di lavoro familiare non retribuito sia nel tempo di lavoro retribuito. Il riequilibrio dei carichi familiari tra uomini e donne procede molto lentamente: il divario nel tempo dedicato al lavoro familiare si è ridotto da 3 ore e 22 minuti al giorno nel 2003 a 2 ore e 27 minuti nel 2023.

Tra gli occupati in coppia di 25-64 anni, le donne dedicano 2 ore e 22 minuti al giorno in più degli uomini al lavoro domestico e di cura. E il divario è particolarmente elevato in presenza di figli e nel Mezzogiorno. In vent’anni il divario di genere rispetto al lavoro familiare non retribuito giornaliero si è ridotto, ma sulle donne pesa un carico di lavoro che è ancora ben oltre il doppio di quello degli uomini (4 ore e 21 minuti contro 1 ora e 54 minuti).

La riduzione del divario di genere è avvenuta principalmente per effetto della contrazione del tempo dedicato dalle donne al lavoro familiare, associata alla maggiore partecipazione delle donne al lavoro retribuito e favorita dalla diffusione di tecnologie ed elettrodomestici (Istat, 2026). Tuttavia, la diversa partecipazione al lavoro retribuito non spiega da sola il divario di genere: anche nelle coppie in cui entrambi i partner sono occupati, le donne svolgono ancora il 68,9% del lavoro familiare complessivo.

Tra i 12 Paesi europei che negli ultimi anni hanno condotto l’Indagine uso del tempo, l’Italia si distingue per una doppia asimmetria di genere che non ha eguali. La prima riguarda il lavoro retribuito: con il tasso di occupazione femminile tra i 15 e 64 anni del 52,5%, nel 2023 l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i Paesi dell’Unione europea, con una differenza di oltre 13 punti percentuali rispetto alla media (65,7%) e con un divario di genere tra i più ampi (-17,9 punti percentuali rispetto agli uomini).

Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni (+6,3 punti percentuali rispetto al 2013), comunque più contenuti rispetto alla maggior parte degli altri Paesi, i livelli occupazionali delle donne rimangono significativamente inferiori a quelli degli uomini. Coerentemente con i ridotti tassi di occupazione femminili, le donne di 15 anni e più in un giorno medio settimanale dedicano al lavoro retribuito 1 ora e 48 minuti, il valore più basso tra i Paesi osservati.

L’Italia mostra, inoltre, il divario di genere più ampio nel lavoro retribuito: gli uomini vi dedicano 1 ora e 40 minuti in più delle donne, davanti alla Serbia (1 ora e 25 minuti). La seconda asimmetria riguarda il lavoro familiare femminile (donne di 15 anni e più, esclusi gli aiuti ai familiari non conviventi), con il valore più alto tra i Paesi osservati: 4 ore e 15 minuti al giorno. Il risultato è un divario di genere nel lavoro familiare di 2 ore e 26 minuti, quasi il triplo di quello registrato nei Paesi nordici.

Il Report dell’ISTAT dedica un capitolo ai “Genitori sotto pressione”, sottolineando però che il loro lavoro, che non finisce mai, non è uguale per tutti. “Tra gli occupati, la composizione del lavoro totale varia sensibilmente in base al ruolo ricoperto in famiglia, ma è la differenza di genere a definire il profilo più marcato.

Nel complesso, le donne occupate destinano al lavoro familiare il 41,7% del loro tempo di lavoro totale, contro il 19,7% degli uomini. La forbice si allarga ulteriormente tra i genitori: il lavoro familiare assorbe il 48,8% del tempo di lavoro delle madri e solo il 22,3% di quello dei padri.

Per le madri occupate, quasi un’ora di lavoro su due è lavoro familiare non retribuito: una distribuzione che riflette una divisione dei ruoli fortemente asimmetrica, indipendentemente dalla partecipazione al mercato del lavoro.

L’asimmetria di genere nella distribuzione del lavoro non dipende però esclusivamente dalla struttura familiare. Anche tra le persone che vivono sole le donne dedicano al lavoro familiare il 32,5% del totale contro il 21,1% degli uomini. L’asimmetria riflette quindi modelli di cura domestica differenti tra i sessi a prescindere dalla formazione di una famiglia, pertanto non riducibile alla sola divisione dei ruoli nella coppia”.

E le criticità maggiori in ambito familiare si registrano tra i genitori occupati, con le madri che raggiungono il 62,6% di sovraccarico, il 26,4% di povertà di tempo e il 30,4% di stress. I padri, invece, pur con valori inferiori, mostrano anch’essi i picchi più alti rispetto agli altri ruoli maschili (58,0%, 17,1%, 23,3%). La presenza di figli è quindi un fattore di pressione per entrambi i sessi, ma con un’intensità significativamente diversa: per le madri il cumulo di lavoro retribuito e familiare si traduce in una peggiore percezione del tempo e del benessere.


domenica 4 ottobre 2026

da Pressenza del 03/10/2026

3 ottobre: nel 2013 a Lampedusa, davanti all’isola dei Conigli…

di Amnesty International


… furono ritrovati i corpi di 368 persone.

20 furono invece i dispersi, mai recuperati.

Ammassati su un peschereccio in avaria che si capovolse a pochi metri dall’isola dei Conigli c’erano circa 500 uomini, donne e bambini.

In maggioranza eritrei, avevano intrapreso la pericolosa traversata per fuggire dalla Libia.

Quando arrivarono, i soccorritori si trovarono davanti un mare di corpi.

Le immagini delle bare, molte delle quali piccole e di colore bianco, allineate nell’aeroporto di Lampedusa, scioccarono il mondo e scossero la coscienza dell’Europa.

In una c’erano una donna e suo figlio, appena nato, ancora uniti dal cordone ombelicale.

Solo otto giorni dopo, tra la Libia e Lampedusa, si rovesciò un’altra imbarcazione in quello che divenne noto come “il naufragio dei bambini”.

A bordo erano in maggior parte rifugiati siriani, molti dei quali medici in fuga dal conflitto insieme alle loro famiglie.

Delle 268 vittime del naufragio, 60 erano bambini.

Alcuni dei genitori sopravvissuti hanno continuato a cercare i loro figli per anni.

A distanza di 13 anni, i governi europei mettono in atto politiche di esclusione sempre più egoiste, inumane e razziste, responsabili delle continue stragi nel Mediterraneo.

I bambini, le donne e gli uomini morti nel tentativo di cercare protezione, meritano verità e giustizia.

Noi siamo sempre dalla parte delle persone rifugiate e migranti.

da Internazionale del 02/10/2026 

Bolsonaro è una minaccia

di Alexandra Schwartzbrod, Libération, Francia

 

Tra qualche decennio ripenseremo agli anni venti del secondo millennio e ci interrogheremo sull'ondata di leader di estrema destra maschilisti, razzisti ed egocentrici che ha travolto gli Stati Uniti e vari paesi dell'America Latina. Questi uomini giocano sulle paure di popolazioni colpite da crisi economiche e sociali e dall'insicurezza legata al narcotraffico. Donald Trump negli Stati Uniti, Javier Milei in Argentina e Jair Bolsonaro in Brasile hanno in comune i danni enormi fatti ai rispettivi paesi.

Eppure non solo trovano imitatori, ma a volte cercano di riconquistare il potere con ogni mezzo. E il caso dell'ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, condannato nel 2025 a 27 anni di carcere per aver tentato un colpo di stato alla fine del suo mandato. Dagli arresti domiciliari, vuole rimettere le mani sul paese attraverso il figlio Flávio, candidato alle elezioni del 4 ottobre contro il presidente uscente Lula da Silva. Fino a pochi mesi fa i brasiliani non prendevano affatto sul serio Flávio Bolsonaro, un avvocato di 45 anni. Ma a forza di promettere violenza per combattere la criminalità organizzata e di corteggiare la chiesa evangelica, il primogenito di Bolsonaro è riuscito a suscitare grandi entusiasmi tra la gente e al momento potrebbe anche superare Lula.

Il fatto che abbia coltivato legami con le milizie armate e si sia appropriato di fondi pubblici non ha minimamente importanza per i suoi sostenitori. In questa tragicommedia politica sembrava mancare solo la matrigna. In realtà ce n'è una: è Michelle, terza moglie di Jair e incarnazione del fondamentalismo religioso delle donne di estrema destra. Era pronta a estromettere Flavio dalla scena politica, prima che Jair fischiasse la fine dei litigi. Purtroppo non è una telenovela: questo trio minaccia il futuro di un paese di 214 milioni di abitanti.

da Internazionale del 02/10/2026 

La lotta degli spagnoli per il diritto alla casa

di Borja Andrino, El Pais, Spagna

 

La vicenda di Maricarmen Abascal, un'anziana di Madrid sfrattata dal suo appartamento, ha scatenato delle proteste e costretto il governo Sánchez ad affrontare la crisi immobiliare

 

Oggi per milioni di spagnoli l'alloggio è in cima alla lista dei problemi. I prezzi continuano a crescere e la storia di un'anziana mandata via dalla sua casa di Madrid ha innescato le proteste. Ecco come siamo arrivati a questo punto.

Costi e salari 

Dal 2015, passata la crisi del 2008, il mercato immobiliare spagnolo è tornato a crescere. Anche i salari, e soprattutto i redditi, sono saliti, spinti dal calo della disoccupazione, ma non è bastato: tra il 2015 e il 2025 il reddito medio pro capite è aumentato del 50% e i salari di circa il 30%, però il prezzo di una casa è aumentato dell'80 e gli affitti dell'87%. Una parte rilevante di questa tendenza è legata alle aree dove la domanda è maggiore. I prezzi di vendita, per esempio, si sono alzati più della media a Madrid (99%), alle Baleari (95%) e in Catalogna (88%).

A casa con i genitori 

Le vittime principali dell'impennata dei prezzi sono i giovani. In Spagna il 69% delle persone di età compresa tra 18 e 34 anni vive ancora con i genitori. Nel 2010, all'apice della crisi, erano il 52%, e da quel momento la percentuale ha continuato a crescere raggiungendo il picco nel 2025. Su questo il paese è superato in Europa solo dalla Croazia ed è a un livello paragonabile a quello di Italia e Slovacchia.

Abitanti in crescita 

Tra i fenomeni all'origine dei prezzi alle stelle c’è l’aumento della popolazione, che in diverse aree ha stimolato la richiesta di alloggi. Dal 2015 si contano oltre tre milioni di persone in più, circa il 7%. Questa crescita è stata più pronunciata a Madrid (793mila abitanti in più), Barcellona (550mila), Valencia (279mila) e Alicante (242mila), le stesse città in cui si è registrato il maggiore aumento dei prezzi. Gran parte di questi nuovi abitanti arriva dall'estero: i residenti nati in altri paesi sono passati da 5.8 milioni nel 2015 a più di dieci milioni nel 2026.

Alloggi turistici 

All'aumento della popolazione si è affiancata una crescita altissima del numero di turisti, con forti ripercussioni sul mercato immobiliare. Secondo i dati sugli alloggi brevi monitorati da Eurostar, dal 2018 la Spagna ha raddoppiato il numero di pernottamenti nelle case per turisti. Nel 2025 nella provincia di Malaga sono stati registrati 26 milioni di pernottamenti in queste strutture, più del doppio rispetto al 2018. Secondo un'altra stima dell'Istituto nazionale di statistica, a maggio le case vacanza sparse sul territorio spagnolo erano 341mila.

Acquisti da stranieri 

Con lo scoppio della bolla immobiliare, il numero di transazioni era crollato, passando da 836mila del 2007 a 300mila nel 2013, una riduzione superiore al 60%. Da allora, però, le compravendite sono riprese senza sosta, fermandosi solo nel 2020 (durante la pandemia) e nel 2023. Nel 2025 sono state 750mila.

Una delle novità è l'impatto degli stranieri non residenti. Tra il 2007 e il 2014 gli acquisti di una casa da parte loro erano stati 181mila, ma dal 2025 in poi hanno superato quota 500mila, arrivando a rappresentare l’8% del totale.


da Adista  del 05/09/2026

Dimissioni del vescovo di Speyer

Una voce riformista nella Chiesa tedesca

di Martin Scheuch


Il vescovo Karl-Heinz Wiesemann, 66 anni, ha inaspettatamente rassegnato le dimissioni da capo della diocesi di Speyer, nella Germania sudoccidentale. Papa Leone XIV ha accettato la sua richiesta, che ha effetto immediato. Secondo Deutsche Presse-Agentur, il prelato ha spiegato di non avere più sufficienti forze per portare a termini le profonde riforme strutturali ancora in sospeso nella sua diocesi. 

La diocesi di Speyer è di medie dimensioni e comprende la regione del Palatinato e il distretto della Saarpalz. Conta circa 1,57 milioni di abitanti, di cui circa 423.000 si dichiarono cattolici. Wiesemann ha guidato la diocesi dal marzo 2008, dopo essere stato nominato da Benedetto XVI. Nato nel 1960 a Herford, in Vestfalia, è stato ordinato prete a Roma nel 1985 ed è diventato vescovo ausiliare di Paderborn.

Una voce riformista all’interno 

dell’episcopato tedesco

Le sue dimissioni rappresentano una perdita particolarmente significativa per l’ala più aperta al cambiamento del cattolicesimo tedesco. Fin dall’inizio, Wiesemann è stato un convinto sostenitore del Cammino sinodale, il processo di riforma avviato in Germania.


da Confronti di 09/2026

Il suicidio del Protestantesimo

di Fulvio Ferrario


Il declino della partecipazione al culto, soprattutto nelle Chiese protestanti, è il segno di una profonda autosecolarizzazione. La sfida, dunque, non è soltanto parlare alla società, ma riscoprire la centralità della Parola all’interno delle Chiese stesse.

Più volte, anche in questa rubrica, si è parlato della scristianizzazione europea. All’interno del fenomeno, ne va segnalato un altro, almeno altrettanto vistoso che, per semplicità e chiarezza nell’acquisizione dei dati, descrivo in riferimento alla Germania: tra coloro che sono membri della Chiesa, e dunque pagano la relativa tassa ecclesiastica, non proprio irrilevante, la percentuale di protestanti che frequenta regolarmente il culto oscilla, nell’ultimo decennio, tra il 2,4% e il 3,5%; nel Cattolicesimo, essa è leggermente inferiore al 7%: sempre bassa, ma assai migliore rispetto alle Chiese della Riforma.
Si può dunque affermare che al cuore del processo di scristianizzazione del continente europeo (altrove, le cifre non sono migliori di quelle tedesche: in diversi casi, anzi, ancora più drammatiche) c’è l’autosecolarizzazione della Chiesa, in particolare di quella protestante: cioè, in termini più espliciti, il suo suicidio.
Da alcune parti si rileva che, storicamente, la frequenza liturgica non svolge, nella spiritualità protestante, un ruolo identico a quello che riveste in ambito cattolico: da sempre, esiste una passione protestante per la santificazione nella vita secolare; del resto, un’enfasi dell’educazione cristiana, anche cattolica, del secondo Novecento è precisamente l’esigenza di non confinare nelle mura ecclesiastiche lo spazio della qualità credente dell’esistenza. Il Protestantesimo, poi, non conosce un “precetto” relativo alla frequenza al culto.
Cominciamo da quest’ultimo aspetto. Per la sensibilità della Riforma, parlare di un “precetto” liturgico ha lo stesso senso che parlare di un precetto di mangiare o bere. L’ascolto della Parola di Dio, la preghiera e il canto comuni, appartengono, semplicemente, all’esistenza di fede. Essi vanno oltre l’orizzonte dell’imperativo, fanno parte degli indicativi che strutturano la vita. Che poi non si entri nel Regno soltanto dicendo «Signore, Signore!» non costituisce una scoperta protestante né dice alcunché contro la centralità del culto.

La verità è che la stragrande maggioranza delle persone cristiane, e in particolare di quelle protestanti, ritiene normale trovarsi, la domenica, in un luogo diverso rispetto a quello nel quale il Signore le ha convocate. L’osservazione secondo la quale Iddio si può incontrare anche altrove è, in questo contesto, squallidamente strumentale e non merita replica.
Non dovrebbe stupire che una Chiesa irrilevante per i propri membri (cioè per sé stessa) lo sia anche per la società. Il Cattolicesimo romano può contare sul proprio apparato propagandistico e sulla centralità politica e mediatica del papato: se ciò favorisca la testimonianza del nome di Gesù è questione che qui non affronto, ma certo aiuta non poco la cosiddetta “visibilità”.
La Chiesa evangelica è stata rilevante nella società solo quando ha saputo vivere la propria fede cristiana con consapevolezza. Per molte ragioni, alcune anche assai buone, la forma della “propaganda” non è congeniale al Protestantesimo. E la testimonianza, che invece lo è, è faccenda del tutto diversa.
Le conseguenze pastorali sono ovvie: il compito prioritario è evangelizzare la Chiesa stessa. Ricordo con dispiacere l’espressione di sufficienza di una figura dirigente della mia Chiesa nei confronti di questa diagnosi: «Ma che visione ristretta! La nostra parrocchia è il mondo!». Dubito che John Wesley, al quale risale il motto, avrebbe apprezzato l’uso ideologico del suo messaggio. Il mondo, (non solo nel senso critico-negativo che la parola tende ad assumere, ad esempio, nel IV Evangelo) inizia nella Chiesa stessa.
Che la predicazione cristiana non si limiti al proprio orticello è affermazione talmente evidente da renderne banale l’enfatica ripetizione: guai, però, quando essa copre la cecità di fronte all’indifferenza della Chiesa stessa nei confronti della celebrazione della Parola. Tale indifferenza (è anche sociologicamente dimostrato: ma non c’è bisogno di statistiche, basta il buon senso) è l’anticamera dell’abbandono.
Sinodi, teologi e teologhe dicono di essere alla ricerca di una parola da dire alla società. Forse potrebbero cominciare col dire a sé stessi, alle Chiese, la Parola che li ha già trovati.


sabato 3 ottobre 2026

da Adista del 05/09/2026

Riflessioni sul suicidio di un presbitero di 75 anni

di Virginia Isingrini


Non siamo tutti uguali. Un'affermazione ovvia eppure sovente smentita sia nei fatti che nei giudizi. Non solo c'è qualcuno che è più uguale degli altri, come affermava la famosa massima con cui si chiude La fattoria degli animali di Orwell. C'è anche chi è meno uguale degli altri. Se l'essere più uguali vuole ironicamente giustificare in nome della legge i privilegi che alcuni si attribuiscono, l'essere meno uguali ha risvolti certamente più nascosti e dannosi. Non è un gioco di parole se leggiamo questi paradossi avendo nel cuore lo sconcerto per la morte di un presbitero settantacinquenne della diocesi di Trento, di cui si sono occupati i giornali quest’estate. In un primo momento, forse comprensibilmente, la parola suicidio non è stata pronunciata, ora invece pare una certezza. 

È impossibile non farsi domande di fronte a un fatto così tragico. Le parole che seguono non hanno nessuna pretesa di spiegare qualcosa che solo chi è giunto a una simile decisione avrebbe il diritto di fare. A quest'uomo, da parte nostra, soltanto affetto, forse tardivo, occorre dirlo con rammarico. Quello che si scrive è “per noi vivi”, perché ne traiamo un qualche insegnamento. Don Lino Zatelli non ne ha più bisogno.

La realtà, l’ideale e la condanna

Certamente colpiscono l’età e le circostanze: settantacinque anni, in procinto di cambiare parrocchia, dopo 25 passati, da quello che si legge, in una comunità ecclesiale di cui è stato l'anima amata e stimata. Ed è qui che la massima <<siamo tutti uguali>> è pronta a scattare. Qual è il presbitero o la suora a cui prima o poi non viene cambiata destinazione? Non era questo ciò che si era promesso il giorno in cui si è abbracciato il sacramento dell'ordine presbiterale o la professione religiosa? Chi non soffre quando deve lasciare una comunità, soprattutto se è stata un’esperienza felice?

Nessun vescovo, superiore/a o autorità che sia avrebbe il coraggio di contraddire una sola parola di queste domande retoriche. Eppure… la realtà di ciascuna persona è spesso lontana anni luce da un ideale che, se non contestualizzato, rischia di divenire una condanna.

Non è vero che la fede è un antidoto alla sofferenza. Può darvi un senso, ma non è fatta per eliminarla. Esortare alla fede come se fosse un rimedio o il mezzo che permette di andare bellamente oltre il dolore è quantomeno mistificante. Chi è oggetto di tali esortazioni spesso affonda ancora di più nel proprio dramma perché, appunto, viene letto come mancanza di fede e come resistenza all'obbedienza evangelica. Oltre al danno, la beffa. 

Non è vero che siamo tutti uguali. Qualcuno è meno uguale degli altri, tanto per continuare nei paradossi. Qualcuno o qualcuna ha difficoltà strutturali ad affrontare i cambiamenti. La depressione, caratterizzata da questa resistenza, non se la cerca nessuno. Non è né una colpa né un reato. E’ un cancro che rode l’anima, un peso per alcuni insopportabile tanto da non volerci più vivere. Un cancro meno compatito di una malattia fisica, ritenuto problema <<mentale>> o <<psichico>>, detto in parole povere: risolvibile se la persona lo volesse o se avesse più fiducia in Dio.

Si è invocato spesso negli articoli sul suicidio di padre Lino, e di altri come lui, il bisogno di stare più vicini ai presbiteri, di fare loro sentire comprensione e affetto in tempi in cui fare il prete è divenuto un compito molto arduo, in cui la solitudine sembra essere la difficoltà maggiore. Tutto ciò è certamente necessario e lodevole, ma non basta.

Non basta nel momento in cui la debolezza, il <<non posso, non ci riesco>> è vista come un'anomalia, una contraddizione della fede, un qualcosa di cui avere <<comprensione e pietà>>, ma che, se si potesse, si eliminerebbe dalla radice. E questo avviene spesso anche da parte di chi ne è vittima, convinto alla stessa stregua degli altri, di essere <<sbagliato/a>>, di non dover sentire ciò che sente perché contraddice il modello ideale disincarnato e disumanizzato propugnato dall’istituzione ecclesiastica.

Oltre il limite

Per tutti c’è un <<troppo>>, una soglia oltre la quale non si può andare e ciascuno ha la propria soglia, diversa da tutti gli altri. Spingere o spingersi oltre quel limite in nome di un voto, di un sacramento, di uno standard ingessato o di una configurazione a Cristo crocifisso, può portare i più deboli al suicidio o quantomeno a una morte interiore benché ancora vivi fisicamente. La grazia non può aggiungere o togliere nulla all'umano, può solo portarlo a pienezza. Detto in altri termini: Dio non va contro le leggi dell’umano - il limite fa parte di esso - che lui stesso ha creato e che ha assunto nell’incarnazione.

Non bastano quindi amore e vicinanza nei confronti dei presbiteri oberati di lavoro e sempre più soli. Occorrono oculatezza e discernimento per cogliere i segni del malessere, che in genere viene da lontano, e offrire aiuti puntuali e adeguati. Occorre ripensare radicalmente il ruolo del presbitero dentro la comunità cristiana e, di conseguenza, il ruolo dell'autorità ecclesiastica. Occorre soprattutto una conversione teologica e antropologica in grado di ricollocare la debolezza, il limite, il dubbio, la rivolta, il dissenso, come parte della stessa fede. Questa conversione è necessaria alla catechesi, all’omiletica, alla formazione presbiterale e alla vita religiosa, all'esercizio dell'autorità; è necessaria ai presbiteri come ai laici; a chi è chiamato a prendere decisioni come a chi deve eseguirle.

Del resto, non è questa la via segnata dall’evangelo?


La Stampa, 28 settembre 2026 

IL DOSSIER, DANILO CECCARELLI, PARIGI

Oltralpe 330 mila vittime dal 1950, negli Usa coinvolto il 4% del clero

Dalla Francia all'Australia l'orrore nascosto nel silenzio

 Gli attivisti di Ending Clergy Abuse in Vaticano al termine di un pellegrinaggio

Lo scoppio dell’affaire di Bétharram nel 2023 in Francia è stato l'ennesimo scossone subito dalla Chiesa cattolica, agitata ormai da decenni da una interminabile serie di scandali per violenze a sfondo sessuale emersi in tutto il mondo. Ma quello partito dal collegio cattolico privato di un piccolo paesino del Sud-ovest della Francia è forse il terremoto più violento degli ultimi anni, per intensità e durata.

Un orrore cominciato negli Anni50 e continuato fino agli anni Duemila, fatto di aggressioni fisiche, stupri e abusi psicoologici perpetrati dai docenti religiosi e laici della scuola ai danni di centinaia di allievi, che spesso si picchiavano anche tra di loro, nella più totale omertà della comunità locale e nell’apparente disinteresse delle istituzioni. Tra le 700 e le 1.500 vittime, secondo una stima dell’Institut Louis Joinet, un'ong che ha indagato sui tanti casi emersi dopo che un ex studente, Alain Esquerre, nell’ottobre del 2023 ha deciso di cominciare a raccogliere le testimonianze su un gruppo Facebook facendo esplodere il caso di quello che é stato ribattezzato come “Il gulag dei Pirenei”.

Il caso ha poi assunto una sfumatura politica quando è stato coinvolto anche Francois Bayrou, leader del partito centrista MoDem ed ex premier del presidente Emmanuel Macron, accusato di essere stato a conoscenza dei fatti che avvenivano nel collegio,

frequentato anche dai figli, ma di non aver agito nonostante negli Anni 90 fosse ministro dell’Istruzione e presidente del Consiglio dipartimentale.

La vicenda di Bétharram ha funzionato come un detonatore, che ha liberato le parole scoprendo molti altri casi simili in altre scuole cattoliche d’oltralpe. Dal collegio di Saint-Pierre du Relecq-Kerhuon in Bretagna, all’istituto Saint-Dominique di Neuilly-sur-Seine, passando per la scuola Saint-François-Xavier d’Ustaritz nei Paesi Baschi. Un’ondata di rivelazioni e denunce che ha travolto anche la figura dell’Abbé Pierre, fondatore dell’organizzazione caritatevole Emmaüs e protagonista della resistenza cattolica francese morto nel 2007. Una figura di spicco inscalfibile fino al 2024, quando la sua stessa associazione benefica ha diffuso un rapporto dal quale dono emersi decine di casi di aggressioni sessuali.

I conti con l’incubo della pedofilia nelle istituzioni cattoliche, però, la Francia ha cominciato a farli già nel 2021, con lo studio pubblicato dalla Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase), dal quale sono emersi dati da pelle d'oca: 216 mila vittime dal 1950 ad oggi, che salgono a 330 mila se si prendono in considerazione anche quelle del personale laico negli istituti cattolici. Un fenomeno definito «massiccio» e «sistematico», che è «in calo con il passare del tempo ma sempre presente».

Difficile fare stime precise sulla piaga della pedofilia nella Chiesa dal dopoguerra a oggi. I dati sono spesso incompleti, non tutti gli episodi sono stati denunciati, molti sono troppo vecchi e il numero di inchieste è ancora esiguo per poter fare un bilancio su scala mondiale. In alcuni Paesi, però, sono stati pubblicati dei rapporti che delineano un quadro della situazione dalle tinte più che fosche. Uno dei più importanti è stato quello sugli Stati Uniti, condotto dal John Jay College of Criminal Justice su domanda della Conferenza Episcopale americana. Lo studio nel 2004 ha rilevato che il 4% del clero era responsabile di abusi commessi su minori tra il 1950 e il 2002.

In Australia nel 2017 è stato diffuso un maxi-rapporto sugli abusi nei confronti di minori registrati in diversi ambiti tra cui quello acclesiastico, dove tra il 1959 e il 2010 sono state mosse accuse nei confronti del 7% dei sacerdoti.

In Europa, invece, il fenomeno è stato affrontato in diversi Paesi oltre la Francia. In Irlanda, dove Papa Francesco nel 2018 ha chiesto scusa per i tanti scandali di pedofilia, ci sono state una serie di inchieste negli anni Duemila che hanno portato alla luce un vero e proprio inferno vissuto da migliaia di bambini. In Germania, invece, tra il 1946 e il 2014 ci sono stati almeno 3677 ragazzini violentati da sacerdoti, stando ad una ricerca delle università di Mannheim, Heidelberg e Giessen uscita nel 2018. Esempi di un problema su scala mondiale che la Chiesa cattolica sta cercando di arginare dopo un silenzio durato per troppo tempo.

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Articolo molto preciso e veritiero (f. b.)