sabato 23 luglio 2016

Poiché, come la terra produce i suoi germogli
e come un giardino fa germogliare i suoi semi,
così il Signore Dio farà germogliare la giustizia
e la lode davanti a tutte le genti.
Isaia 61,11.
...
(foto di Franco Godino)

 

Fiducia in Dio

Esiste uno splendido testo egiziano tratto dalla stele di Neb-Ré (Ramses II, verso il 1250 a.C.) e dall'iscrizione sullo zoccolo di una statua probabilmente del XV sec. a. C.. Ecco il testo che riprendo dal già citato volume di Ravasi:
"Tu sei Amon, il Signore del silenzio
che accorri al richiamo del povero.
Io ti invoco nella mia miseria
e tu vieni a liberarmi. Tu dai il respiro all'infelice,
tu mi liberi quando sono prigioniero...
due volte felice colui che riposa beatamente sul braccio di Amon,
di Amon che ha cura del silenzioso,
che aiuta il povero e dà il respiro a colui che lo ama
".

Anche nella mistica indù troviamo questo atteggiamento "infantile" nei confronti di Dio. Il mistico Tukaram nel Suo salmo LXIV si rivolge cosi alla dea Vithai:
"Nella freschezza dell'ombra che lei mi dona.
mia madre Vithai lascia crescere il suo latte d'amore.
Abbracciato a lei. io metterò le mie labbra sul suo seno
e lo succhierò.
Il mio corpo è nutrito dal latte di grazia
che essa fa scendere per me:
questa ambrosia mi ha ridato la vita...
davanti, dietro, lei mi circonda e mi protegge.
Io ignoro l'inquietudine, sono il piccolo bimbo amato da Vithai
".

Ho fiducia in Te, o Dio,
perché Tu sei la forza
che mi guida verso l'amore.
Giorno dopo giorno
mi rendo conto che anch'io posso amare,
che l'amore può trasformare la mia vita
e dentro le speranze, i progetti e le lotte di ogni giorno
voglio mettere al primo posto la mia conversione all'amore.
Voglio fare mia, o Dio,
la convinzione dell'apostolo Paolo:
"Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e l'amore.
Ma la più grande di esse è l'amore" (1 Corinzi 13, 13)

Franco Barbero
Mondo curioso

Mi è scaduta la carta d'identità. Devo rinnovarla. Entro nel negozietto di un fotografo della mia città. Ho piuttosto fretta e penso che sia una faccenda da cinque minuti.
Lo vedo gentile e disponibile. Trascorrono alcuni minuti e lo vedo assorto tra scartoffie ed apparecchiature varie. S'accorge del mio disappunto per l'attesa.., s'avvicina e mi rivolge una inattesa attenzione.
"Come vuole questa fotografia? Con lo sfondo? Con l'ombra o con la luce? Sa… posso fargliela per bene…". Sono un po' stupito: "Guardi, gli dico, voglio solo una fotografia per la carta d'identità, la più semplice possibile…".
Sembra convinto, mi fa mettere in posizione: scatta. Pochi minuti e la fotografia è fatta. Penso di prenderla e di andarmene. Gentile, quasi premuroso, mi si avvicina con la foto in mano: "Sa… io potrei eliminare qualche ombra, qualche ruga, qualche curva non proprio… La foto diventa subito più presentabile… Bastano 15 euro in più e la sua faccia diventa subito…". Lo interrompo: "Diventa subito un'altra cosa o la foto di un altro".
Capisce che non mi interessa cancellare le rughe e "rifarmi il volto". Simpaticamente mi sorride e si arrende. Mi prepara la foto dell'ultimo prezzo con pochi capelli e parecchie rughe. Voleva abbellirmi e io non ho voluto.
Una storiella che mi è successa e mi ha fatto molto riflettere. "Grazie – gli ho detto – Io sono così e le rughe non sono nemmeno una disgrazia".
Non so che cosa abbia pensato. Ma ormai bisogna "figurare" più che essere.
Franco Barbero
La donna icona: l'ho fatto per tutti noi

Appena uscita dal carcere di Baton Rouge, dove è stata trattenuta per 24 ore, si guarda nella foto che ha fatto il giro del mondo e a stento si riconosce. «È stata un'opera di Dio. Io sono solo un suo strumento. Sono viva e salva e non ho visto nessun ferito. Ora voglio tornare a casa da mio figlio scrive su Twitter e poi su Facebook. Ieashia Evans, 28 anni, madre di un bambino di 5 e infermiera a New York, è "The Queen in the Sundress", la regina in prendisole, come l'hanno ribattezzata i Social network. La ragazza che, sola e disarmata, fronteggia immobile e tranquillissima due agenti in tenuta antisommossa nelle strada della Louisiana. Lo scatto di quel momento è diventato il simbolo delle proteste esplose negli Stati Uniti contro la violenza della polizia verso gli afroamericani.
«Perché l'ho fatto? Perché sono nera. È stato il mio modo di difendere me stessa, mio figlio, la mia famiglia, la mia comunità e tutti quanti dalla violenza razziale», racconta in un'intervista video al gruppo di attivisti neri Young Minds Can girata all'aeroporto prima di tornare a casa, a New York. «Vedere quell'immagine pubblicata ovunque, rilanciata da tutti i social è stata una bella sensazione. Ma non sono cambiata, sono sempre io», spiega. Capelli raccolti, jeans e canottiera fantasia, ai piedi le stesse ballerine borchiate indossate sotto l'abito lungo, Ieshia sembra in imbarazzo di tanta attenzione, allarga le braccia, continua a girare sul posto, si guarda attorno, ride. L'immobilità iconica della donna sola di fronte ai poliziotti armati sembra lontana. Eppure man mano che parla emerge di nuovo. Diventa seria, ritrova compostezza. «Che altro possiamo fare per reagire, per difenderci da qualcuno che viene e ti punta la pistola in faccia o ti colpisce solo perché sei nero? L'ho fatto per voi, per tutti. Noi afroamericani dobbiamo restare uniti».
Ieshia era andata a Baton Rouge apposta per manifestare contro le violenze, non pensando di finire dietro le sbarre. «È stato disgustoso. In carcere non c'è rispetto, non c'è comprensione». E sul futuro, sul suo impegno nelle battaglie a difesa degli afroamericani: «Se lo rifarei? Sì, ma più vicino a casa. Ora torno a New York, ci penserò là».
Cristiana Salvagni

(la Repubblica 13 luglio)

​[L'Unità 10 luglio]
L'invincibile sporcizia di Roma costa il triplo del resto d'Italia
Fallito il proclama dell'assessore Paola Muraro che aveva annunciato la pulizia della città. L'Ama ha 8.000 dipendenti, ma non riesce a garantire i servizi.

(la Repubblica 14 luglio)

Mancano i fondi: centri antiviolenza

ROMA - Si chiama "Colasanti e Lopez", come le due ragazze massacrate di botte, umiliate, stuprate dai fascisti nel 1975 al Circeo. Uccisa Rosaria, sopravvissuta fingendosi morta in quel bagagliaio Donatella. È intitolato a loro il centro antiviolenza di Roma che ora rischia di chiudere, tra problemi legati ai finanziamenti e pieghe burocratiche dei nuovi bandi. Nonostante le oltre 8mila donne assistite in dieci anni di attività, molte delle quali ancora ieri tempestavano di telefonate e richieste di aiuto le operatrici dell'associazione Befree.
Ma quel luogo simbolo a rischio è anche qualcosa di più: l'emblema di una crisi che si scarica ancora sulla pelle delle donne, tra tagli di risorse e finanziamenti mai arrivati. Sono decine i centri antiviolenza in difficoltà in un Paese dove, dall'inizio dell'anno, 67 donne sono state uccise da mariti o ex compagni incapaci di accettare un abbandono. Così, di fronte a una violenza tra le mura di casa che non accenna a diminuire, monta la protesta di chi, ogni anno, segue più di 16mila vittime di violenza domestica e i loro figli. Cercando di farsi bastare i mezzi o continuando a rispondere al centralino per non lasciarle sole, come fa Rosa, operatrice al Lopez Colasanti, senza la certezza di uno stipendio futuro.
«La realtà è che, dei 16,5 milioni previsti per il 2012-2013 dal Piano nazionale anti violenza e dati alle Regioni, poco o nulla è arrivato a chi lavora sul territorio: molte Regioni, come la Lombardia, hanno ancora i fondi bloccati", sottolinea Titti Carrano, presidente della rete dei 74 centri Dire. «Non sappiamo quanti soldi siano stati dati e a chi», fa eco Gabriella Moscatelli, presidente di Telefono Rosa che gestisce rifugi e la linea di aiuto 1522.
Il cahier de doléances è lungo, come il numero delle donne che, da Milano a Palermo, continuano a bussare ai centri in cerca di un aiuto professionale. «Perché questi luoghi non sono solo un nascondiglio per chi ha denunciato, ma uno spazio in cui gli specialisti aiutano la donna a riconquistare l'autostima, a trovare un lavoro, e quindi a rendersi autonoma dal suo aguzzino», chiarisce la professoressa Anna Costanza Baldry, docente di Psicologia e criminologa che per vent'anni ha lavorato nei centri Dire. «Ci sono - aggiunge - avvocati esperti di violenza di genere e psicologi per aiutare i figli che hanno assistito alle aggressioni a superare il trauma. Oltre ai tanti operatori che fanno da collegamento tra ospedali, magistratura, polizia. Servono cooperazione, fondi e progetti a lunga scadenza, non iniziative spot, come se la violenza sulle donne fosse un'emergenza momentanea».
Un lavoro complesso, che è cresciuto mentre le risorse diminuivano. «Abbiamo visto aumentare le richieste di aiuto e crollare del 70% i fondi pubblici», dicono da Artemisia di Firenze, dove ogni anno si fanno carico di 1.500 donne maltrattate. Stessa situazione a Pisa, meno 30% di finanziamenti. A Palermo il centro "Onde", negli anni, ha dovuto chiudere una casa famiglia e ridurre i posti letto nella seconda perché i soldi non arrivano malgrado il bando vinto un anno fa. A Catania, al centro Thamaia, rispondono al telefono e poi indirizzano altrove: non hanno mezzi. A Napoli Casa Fiorinda ha chiuso i battenti: era l'unico rifugio per donne picchiate in tutta la città.
Delle quasi duemila donne uccise da mariti ed ex compagni negli ultimi dieci anni, solo due avevano chiesto aiuto a centri antiviolenza. «Perché qui le donne trovano un'alternativa reale alla situazione di abusi prima che questa si trasformi in tragedia. Hanno ospitalità, ma anche un appoggio legale e psicologico per ricominciare». Non si sa per quanto ancora.
Caterina Pasolini

(la Repubblica 10 luglio)

venerdì 22 luglio 2016

Dove ascoltarti?



Dio è un instancabile seminatore che getta il seme della sua Parola nei diversi terreni della nostra vita anche nei tempi meno opportuni.



Signore non ti stanchi mai di noi. Continui a parlarci, a chiamarci per nome, a seminare i semi del tuo regno nelle nostre vite.

Ti muove una fiducia instancabile che dimentica i tanti fallimenti, gli appuntamenti mancati. Perché continui a cercarci? Che cosa ti spinge verso di noi? Che cosa hai visto in noi che i nostri occhi miopi non hanno colto?

Ascoltate! Ci inviti ad ascoltare. Proprio come hai invitato il tuo popolo prima di noi. Ascolta, Israele! (Deut. 6). Ascoltare.... questo semplice atto non è affatto semplice. Per ascoltare ci vuole silenzio, e le nostre vite, invece, sono troppo chiassose. Siamo sempre connessi: Internet, Whatsapp, Facebook. Quanta distrazione Signore.

Forse dovresti aggiornare le tue capacità comunicative, aprire un blog, chiederci l'amicizia in rete... Non sarebbe inopportuno rivolgerti a un consulente del settore. Una buona campagna pubblicitaria catturerebbe la nostra attenzione. Oppure che ne dici di un numero verde? Una linea gratuita per poter parlare con te, quando ne abbiamo voglia, ovviamente!

Dove incontrarci allora per ascoltarti? Ti proporrei di vederci in un bar e di mangiare insieme un panino; ma anche lì sarebbe difficile parlare con la musica dei videoclip. Si chiama inquinamento acustico, mio caro! E' uno dei tanti frutti della nostra civiltà. E allora? Fuggire, trovare rifugio in un luogo deserto per poterti incontrare? Qualcuno di noi l'ha fatto. In quella pace, in quel silenzio, la tua parola l'ha raggiunto. E il terreno roccioso ha prodotto germogli, fragili piante che sembravano annunciare la primavera dell'anima. Ma poi, lasciate le zone protette della fede, tornati a casa, alla quotidianità, quei germogli sono stati bruciati dall'aridità spirituale dei nostri vissuti. Calpestati dalle corse frenetiche di ogni giorno. Forse non serve cercarti nei luoghi deserti, nei santuari, nelle chiese. E' più facile trovarti tra la folla. E' tra la gente comune che ci chiami, Dio quotidiano, Dio dei giorni feriali, Dio ordinario.

Ma nel quotidiano come facciamo a fare silenzio, ad ascoltarti? Come facciamo a fermarci, a renderci una pausa per noi, per te, per me, per dialogare da amici proprio come Mosè che parlava con te?

Tra le tante parole, cerchiamo di distinguere la tua Parola, quella parola significativa che ha infiammato i cuori dei discepoli; quella parola di vita per cui generazioni prima di noi si sono giocate tutto; quella parola antica, eppure così attuale quando incontra i nostri vissuti, quando si radica nei nostri terreni precari; quella parola che, quando penetra, produce frutto in abbondanza e ti fa dimenticare tutti i fallimenti precedenti.

Non è solo questione di volontà, Signore, se non riusciamo ad ascoltarti. Tu lo sai. Forse non abbiamo fatto i conti col fatto che l'ascolto non è solo frutto di buona volontà, a volte avviene in un contesto arido, come la strada, dove non c'è la condizione fisica perché il seme della parola attecchisca. E anche se ci fosse, ecco che qualcuno ce la porta via....e se ne ciba. E così quella stessa parola diventa cibo geneticamente modificato, usata per sfamare altri tipi di fame: fame di dominio, di guerra, di scontro di civiltà.

A volte abbiamo la fortuna di vedere questa parola mettere radici nelle nostre vite. La cura dei nostri genitori nel trasmettercela, l'attenzione delle nostre chiese nell'annunciarla: tutto questo non è rimasto senza frutto. Ma poi dobbiamo fare i conti con la questione spinosa delle preoccupazioni.

E qui c'è una crisi che invece di affrontare alla luce della Parola diventa alternativa alla Parola. Bella la parola da ascoltare la domenica, ma il lunedì ritornano le preoccupazioni.

Come far radicare questa parola nei terreni spinosi della vita per non ridurla a parola di consolazione a buon mercato?

Sono domande che ci accompagnano per tutta la vita. Ed è forse dietro queste domande che tu scorgi la nostra fedeltà. Ci sentiamo incoerenti, incostanti, infruttuosi.

Ma tu non ti stanchi mai di seminare, e getti il seme della tua parola non solo nei diversi terreni delle nostre vite, ma anche nei tempi meno opportuni.

La tua parola è esigente: ci inviti a portare frutti persino fuori stagione, come nell'episodio del fico (Marco 11). Ci chiami all'ascolto di continuo, in ogni stagione della nostra vita, nei tempi ordinari e in quelli festivi. Ci sostiene la tua immagine di instancabile seminatore che semina in ogni tempo, in ogni luogo. Siamo abitati dalla tua grazia. Dalla tua volontà di non lasciarci andare. E' questa grazia che ci fa confidare che la parola attecchirà nelle nostre vite.

Lidia Maggi

Ortodossi: un concilio dimezzato?

Dal 19 al 26 giugno si è svolto a Creta il «Santo e grande Concilio della Chiesa ortodossa», il primo Concilio pan-ortodosso dopo un millennio. Di questo importante incontro si è parlato poco, soprattutto da quando, alla vigilia del Concilio, è apparso chiaro che 4 delle 14 chiese ortodosse «autocefale» non vi avrebbero preso parte. Per diversi motivi, infatti, tre patriarcati – quelli di Antiochia, di Bulgaria e di Georgia – avevano deciso di non partecipare, e la più grande chiesa ortodossa del mondo, quella russa, all’ultimo momento ha deciso di disertare l’assemblea, chiedendo a Bartolomeo, patriarca ecumenico di Constantinopoli e «primus inter pares» tra i capi delle chiese ortodosse, di convocare un vertice dei primati delle 14 chiese per rinviare il Concilio.
La proposta era chiaramente impraticabile, e il Concilio si è tenuto ugualmente, con la partecipazione di 164 vescovi (più una sessantina di «consiglieri», tra cui 5 donne) in rappresentanza di 10 chiese su 14, ma che rappresentano, in termini numerici, solo il 30% dei circa 200 milioni di fedeli ortodossi nel mondo.
Un fiasco, dunque? Un concilio dimezzato? Sì e no. Tra i commenti pubblicati sulla stampa italiana, ho trovato particolarmente illuminante quello sul numero di luglio del mensile ecumenico e interreligioso «Confronti», a firma di Luigi Sandri, profondo conoscitore dell’ortodossia. Per chiarire le ragioni eminentemente politiche del niet di Mosca, Sandri cita un esponente di un patriarcato mediorientale: a determinare il no dei russi sarebbe stato «Putin, perché il capo del Cremlino era deciso a impedire a Bartolomeo, il “turco”, la gloria di celebrare un Concilio panortodosso. Dunque l’ipotesi andava demolita facendo mancare, a Creta, la Chiesa russa».
Eppure, conclude Sandri, «il Concilio di Creta, pur dimezzato e perciò ferito al cuore nella sua autorevolezza, è stato comunque importante per l’evento in sé. Le Chiese ortodosse che, nei secoli passati, soprattutto per contrasti politici tra gli Imperi e poi gli stati, quali l’Unione sovietica, in cui si trovavano, non riuscirono a fare un’Assemblea da tutte partecipata, ora hanno iniziato a ri-prendere gusto per i Concili e per una sinodalità condivisa. A Creta, infatti, hanno deciso di riunirsi a Concilio ogni sette/dieci anni».
Vi è, insomma, una «voglia di conciliarità», il desiderio di esprimere una voce comune delle chiese ortodosse nel mondo, in dialogo con le altre chiese cristiane. È la stessa «voglia» che le chiese evangeliche nel mondo hanno riscoperto da oltre un secolo, attraverso il movimento ecumenico. Non possiamo che rallegrarci di questo primo passo, perché il «coro ecumenico», per essere completo e armonioso, non può fare a meno della voce dell’ortodossia. 
 
da Riforma del 15/07/16, Luca Maria Negro.

Amare la ricerca storica

"La maggior parte di coloro che descrivono la vita di Gesù tralasciano di indicare che in ognuno dei suoi tratti Gesù è in tutto e per tutto un autentico carattere ebraico, che un uomo come lui è potuto crescere soltanto sul terreno dell'ebraismo, soltanto là e da nessun'altra parte. Gesù è una personalità autenticamente ebraica: tutto il suo cercare e fare, il suo soffrire e sentire, il suo parlare e tacere, reca il timbro della natura ebraica, l'impronta dell'idealismo ebraico, di quanto di meglio c'è stato e c'è nell'ebraismo, ma che allora c'era soltanto nell'ebraismo. Egli fu un ebreo tra ebrei: da nessun altro popolo sarebbe potuto venire un uomo come lui e in nessun altro popolo avrebbe potuto operare un uomo come lui" (Leo Baeck, studioso ebreo di 28 anni).
Baeck scrisse queste righe nel 1901 in polemica con Von Harnack. La citazione è presa dal libro di Hans Kung, Ebraismo, Rizzoli 1991 pp. 347-348.
Quando si conosce la ricerca storica, i dogmi cristologici saltano come burattini e volano via come foglie secche nel vento.
Franco Barbero

"Signore, insegnaci a pregare" (Luca 11, 1-13)

Questa volta, anziché commentare il Padre nostro, mi soffermerò sul quadro iniziale: Gesù si era ritirato in un luogo a pregare. Questo momento solitario della vita del maestro, che Luca registra più e più volte, non era sfuggito ad uno dei suoi discepoli.
Quando vide Gesù rientrare nel gruppo, gli rivolse una richiesta precisa: "Signore, insegnaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli".
Gesù acconsentì...

Voglio compiere tre annotazioni.

Gesù, da ebreo credente, pregava Dio. La preghiera è il riconoscimento e la messa in atto della propria creaturalità. Significa mettersi nell'atteggiamento corretto davanti a Dio. Significa ancora confidare, cercare in Dio il senso e la forza per compiere la propria parte, la missione di chi sa di non essere nato per caso. Gesù cerca di capire, mentre si dirige verso Gerusalemme come dovrà svolgere la sua missione...
Spesso la dogmatica e la catechesi hanno cancellato del tutto i tratti della creaturalità di Gesù tanto da farne un essere uguale a Dio.
Il Gesù ebreo, creatura, maestro e profeta, è ancora per molti cristiani uno sconosciuto. Basta recitare il Credo della messa domenicale per percepire l'infinita distanza dietro quei giochi di parole delle "due nature" che oggi risultano del tutto incomprensibili.

La testimonianza di Gesù.

La domanda del discepolo non nasce dal nulla, come a caso. Egli ha visto, ha notato più volte, ha colto spesso Gesù in preghiera. Ne è stato colpito.
La testimonianza concreta del maestro, così dedito e coinvolto nel suo rivolgersi a Dio anche nei momenti più diversi e spesso difficili, il suo vederlo uscire rinfrancato e pronto a rimettersi in relazione con le persone e a riprendere il viaggio, lo aveva toccato in profondità.
Anche lui, il discepolo anonimo, vuole imparare a pregare, farlo sull'esempio di Gesù.
Beato chi nella vita ha incontrato, come lui, qualche maestro di preghiera nel senso sopra accennato.
Ho avuto tra i miei riferimenti giovanili degli autentici maestri di preghiera, teologi, confratelli. Non gente che ti raccomandava di pregare, ma testimoni nella cui esistenza quotidiana s'intrecciavano l'impegno, la coerenza e spazi di silenzio, di riflessione e di preghiera: spazi spesso ricavati anche con disciplina, con sacrificio dentro una vita ricca di impegni.
Andando forse un po' troppo sul personale, conservo nel mio cuore un ricordo. Un testimone particolare di preghiera fu per me mio padre, morto 40 anni fa. La sera spesso convocava la combriccola dei suoi figli e figlie (ben otto!) attorno al tavolo per pregare. Ma era così stanco che, gomiti sul tavolo e testa tra le mani, spesso la sua fronte batteva sul tavolo e noi, i più piccoli, giù a ridere... Solo più tardi compresi il valore del suo sguardo che quasi a scusarsi, riprendeva a pregare con noi.
Non era un teologo, un dotto, ma un lavoratore che dopo 12 ore di fatica quotidiana, riteneva importante trovare un po' di tempo da dedicare a Dio insieme a noi.

Insegnaci a pregare

Sento di far mia la richiesta dell'anonimo discepolo. Ne ho ancora tanto bisogno.
Ma, come animatore di gruppi e comunità cristiane, ho sempre sofferto del fatto che, abbandonate certe formule oggi improponibili, sono pochi i maestri della preghiera, di quella preghiera che vive la relazione con Dio come fonte di vita, di gioia, di fiducia verso il futuro. Forse sono troppo pochi, a mio avviso, quei cristiani che sono per i loro figli e figlie e amici testimoni ed educatori di una fede appassionata, fatta di amore solidale e di preghiera perseverante: questo vitale intreccio.
Che sarebbe dell'alberello della mia vita, se non fosse piantato lungo il ruscello dell'acqua viva? Che sarebbe di queste nostre vite, così piene da mattino a sera di cose e di preoccupazioni, se non scegliessimo con determinazione dei momenti di silenzio al cospetto di Dio?
Come possiamo continuare il nostro cammino di fede, se non ci sentiamo parte di una comunità che prega, si confronta e cammina con noi?
Come possiamo mantenere viva la fiamma dell'amore solidale se non invochiamo Dio come faceva Gesù?
Sento un grande dolore quando non riesco a comunicare, a testimoniare questa passione, come ripeto da sempre nei miei scritti.
Auguro a te che leggi queste righe di essere ogni giorno alla ricerca di Dio:
"Come la cerva anela
ai corsi d'acqua
così l'anima mia anela
a te, o Dio.
L'anima mia ha sete di Dio,
del Dio vivente.." (Salmo 42)

Una serata sul Talmud Babilonese

Mi sono letto con passione tutto il "Trattato Rash hashanà" e il volume di Boringhieri sulla "Storia del Talmud" per poter vivere, con i partecipanti alla serata teologica, un momento intenso e documentato come quello di giovedì 21 luglio.
E' stato impegnativo ripercorrere le questioni essenziali sulla Torà Scritta e Torà Orale, poi la struttura della Mishnà e la Toseftà.
Conclusa la redazione della Mishnà, l'attività di studio non si fermò e così, durante un lavoro di secoli, nasce il Talmud (= studio-insegnamento).
Anche familiarizzare con il vocabolario Ghemarà Aggadà, il Talmud Babilonese e quello di Gerusalemme, con i maestri tannaim, amoraim, savoraim, rabbi e rav non è del tutto semplice.
Ma ci siamo affascinati a leggere dalla bellissima edizione dell'Editore Giuntina almeno alcune pagine.
Cercare Dio attraverso il Talmud è cercare in un "libro del mistero" nel senso che il mistero di Dio è così profondo che "ad esso ci si può solo connettere, ma non si può mai arrivare a comprenderlo appieno".
I maestri discutono, sollevano domande incessanti. A volte il Talmud sembra lontano ma in esso trovi la vita e lo spirito profondo dell'ebraismo credente: "ogni studio sull'ebraismo non può prescindere dal Talmud" (pag. 33).
La nostra lettura biblica è arricchita e rinfrescata da una buona conoscenza talmudica.
L'ultima parte dell'incontro è stata dedicata a coloro che hanno salvato, nascosto, difeso e preservato il Talmud dai roghi delle chiese cristiane e loro alleati.
La storia della tentata distruzione del Talmud sembra incredibile al lettore alla lettrice moderna.
Dunque queste piccole note possono costituire un caldo invito alla lettura nella convinzione che la vita e la fede sono un incessante cercare...
Franco Barbero

I cambiamenti in corso

Repubblica di oggi scrive: "Nel giro di pochi giorni sindaci e parlamentari cinque stelle hanno corretto la rotta su molti temi, considerati prima totem da abbattere, compresi gruppi di pressione e Tav. Banche, rifiuti e olimpiadi: i dietro front dei cinque stelle dalle barricate al governo".

Unioni civili: finalmente una realtà

Le unioni civili in Italia sono ormai una realtà e le prime coppie gay potranno dire il loro sì entro agosto. Si è trattato di un percorso difficile ed accidentato, ma ora rimane soltanto la tappa ulteriore del matrimonio paritario. In ogni caso è un giorno di festa per coloro che useranno lo strumento legale delle unioni civili.
Ti benediciamo

Ti benediciamo, Dio perché siamo diversi e diverse
perché insieme ci sentiamo più vicini e vicine a Te.
Tu sei l'unica fonte, l'unica linfa della nostra vita.
Che la diversità non ci spaventi, ma ci affascini,
ci porti alla ricerca e all'incontro con l'altro, con l'altra.

Tutto quello che ci hai donato coopera
perché la nostra vita sia un canto di lode a Te, o Dio.
In Te troviamo la nostra identità,
nel Tuo amore il perché della vita.

Sei Tu che ci insegni a vedere il miracolo di ogni giorno.
Nonostante la brutalità e la raffinatezza del potere,
sempre nuovi uomini e nuove donne danno la loro vita
per costruire una convivialità reale, non solo a parole.
F. B.