lunedì 8 febbraio 2016


​[La Repubblica 3 febbraio]

Le due feste della Chiesa

Se in paradiso i profeti della comunione hanno un balcone tutto per loro e davanti orizzonti vasti sui quali fissare il loro sguardo riposato, oggi quel balcone è in festa. Per due ragioni. Una sembra piccola e, apparentemente, tutta cattolica. L'altra enorme e, apparentemente, tutta ortodossa. Entrambe riguardano quella zona al confine fra politica internazionale e governo delle chiese, dove le grandi anime del cristianesimo si sono mosse con la leggerezza di chi ha i piedi in terra, lo sguardo al cielo e il cuore che attende fermamente ciò che tarda a venire.
La prima ragione di festa è sulla Civiltà Cattolica in edicola oggi. Ed è un articolo di un prelato cinese, Aloysius Jin Luxian. Nato nel 1916, morto nel 2013, padre Jin visse 27 anni di prigionia. Gesuita, rettore del seminario di Shanghai, nel 1985 fu consacrato vescovo senza il mandato papale, che è garanzia della comunione con l'intero episcopato. Jin diventava così un vescovo "illegittimo", esposto alle critiche di chi vedeva in Cina due chiese e non due diversi tipi di testimoni. Dopo 15 anni di ministero Jin fu "riconosciuto" da Roma e morì in comunione col papa.
La pubblicazione del suo articolo è dunque un risarcimento: ma contiene un messaggio politico e teologico. La sua firma dice infatti che, nel tempo di Francesco, il cattolicesimo non vede nella Cina un estraneo con cui "dialogare", ma una chiesa, che ha dignità e doni necessari alla chiesa universale. Inoltre la sua firma conferma che i negoziati diretti avviati fra Repubblica popolare e Santa Sede, come conferma il colloquio del papa con l'ambasciatore cinese di qualche giorno fa, non stanno andando male. Dunque - prima ancora del "viaggio del papa a Pechino" che intriga la mentalità catto-televisiva, eccitata all'idea della ripresa di una tonaca bianca sulla Grande muraglia - stiamo vedendo maturare la comunione di una chiesa dove, domani mattina, andranno a messa il doppio dei fedeli che lo faranno in Italia.
La seconda ragione di festa nel balcone dei profeti è la notizia che giovedì scorso i patriarchi ortodossi riuniti a Chambésy hanno fissato l'apertura del concilio panortodosso per il 16 giugno di quest'anno. Primo concilio di tutte le chiese oggi in comunione col patriarca ecumenico, dopo il battesimo della Russia, il concilio si tiene in Grecia a Creta; per evitare che le tensioni fra Ankara e il Cremlino danneggino un appuntamento che mezzo secolo fa il patriarca Athenagoras poté solo desiderare e che ora è vicino, grazie alla santa pazienza del patriarca ecumenico Bartholomeos I e alla capacità di Kyril, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, che ha permesso di superare tensioni teologiche che sembravano insormontabili. Al concilio di Creta ci sarà dunque tutta l'ortodossia, i patriarchi e i metropoliti delle diverse chiese ("autocefale" in greco) e per la prima volta nella conciliarità ortodossa gli "osservatori" delle altre chiese cristiane (orientali, cattolici, evangelici, riformati, anglicani, ecc.).
Vadano o meno i papi di Roma e di Alessandria, questo basterà a dare al concilio panortodosso un timbro "ecumenico", che ne amplifica le implicazioni politiche. Tutte le chiese ortodosse che abitano le terre oggi devastate dalla guerra hanno vissuto per secoli la fede come minoranze accanto o sotto vari tipi di Islam. Sono oggi chiese di perseguitati (come i due metropoliti Yazigi e Gregorios Yohanna Ibrahim rapiti nel 2013). Sono chiese di rifugiati in Nord America. Chiese di "pochi", come diceva la tracotanza cattolica. Ma sono chiese che col concilio portano nel mondo incendiato dalla guerra la propria comunione: e chi pensa sia poco, non conosce la storia.
Una doppia festa a tema; e il tema è la comunione come modo d'essere. Questione solo apparentemente distante dal tema di oggi: che è la manifestazione di tanti conservatori e conservatori cattolici che faranno pesare la loro capacità di dividere. Ma se Dio non ha tenuto nel dovuto conto il rischio che correvano le sue figlie e i suoi figli omosessuali, nati in famiglie "vere", passata questa festa e la sua numerica potenza, anche quelle famiglie con la alterità e la comunione dovranno misurarsi.
Alberto Melloni

(Repubblica 30 gennaio)

Ecco il piano anti-povertà

Non una misura assistenziale, ma un progetto integrato che permetta alle persone e alle famiglie di uscire dalla condizione di povertà ed esclusione sociale. Il disegno di legge delega appena approvato dal Consiglio dei ministri istituisce "una misura nazionale di contrasto alla povertà, individuata come livello essenziale delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale", e una cabina di regia nazionale che coordini tutti gli interventi. A chi si trova in condizioni di disagio economico non verrà offerto solo un aiuto economico momentaneo ma anche un programma su misura che gli permetta di trovare un lavoro, e l'assistenza necessaria alla propria famiglia, a cominciare dai figli. Un programma ambizioso di inclusione sociale che, spiega il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, intende superare la logica dell'assistenza passiva. E che viaggia su due binari, affiancando al sostegno al reddito la presa in carico dei servizi sociali e per il lavoro.
Una «logica integrata» che coinvolge non solo amministrazioni centrali , periferiche e locali ma, ha tenuto a precisare il ministro per il Lavoro, anche il mondo del volontariato. E che sembra finalmente voler considerare che chi è povero ha bisogno di una serie di interventi: per esempio tra le famiglie più in difficoltà in Italia ci sono, emerge dai dati Istat, quelle monogenitoriali con più di tre figli. Casi di estremo bisogno in cui spesso il genitore di riferimento non può lavorare perché non guadagna abbastanza per poter pagare qualcuno che si occupi dei suoi figli mentre è via. Infatti Poletti ha fatto riferimento anche a «percorsi per i giovani o per l'infanzia, dal punto di vista educativo».
Il ddl delega il governo anche al riordino delle prestazioni, attraverso l'introduzione di un principio di "universalismo selettivo nell'accesso", basato sulla valutazione delle condizioni economiche dei beneficiari.
Prevista inoltre l'istituzione di "un organismo nazionale di coordinamento del sistema degli interventi e dei servizi sociali", presso il ministero del Lavoro, con partecipazione degli enti locali e dell'Inps, per favorire una maggiore omogeneità delle prestazioni, che al momento dipendono esclusivamente dalla buona volontà e dalle capacità finanziarie degli enti locali. La normativa utilizza le risorse stanziate dalla legge di Stabilità (800 milioni per il 2016) e si propone di coinvolgere anche le risorse "umane, finanziarie e strumentali" delle amministrazioni competenti. «Riguarderà 280 mila famiglie e 550mila bambini, in tutto oltre un milione di persone -ha precisato Poletti-. Stiamo scrivendo il decreto sull'uso delle risorse e preciseremo la platea». E in seguito confluiranno altre risorse, grazie agli interventi di razionalizzazione previsti.
Rosaria Amato

(La Repubblica 29 gennaio)

“Per piegare i morosi bloccheremo anche le iscrizioni a scuola”

MILANO. «La collega di San Germano ha fatto bene, è una questione di senso civico. Gli enti pubblici non si possono indebitare perché alcuni non pagano». A Filippo Errante, sindaco di centrodestra di Corsico, hinterland di Milano, le mezze misure non piacciono: a dicembre ha deciso di punire le famiglie indietro con le rate della mensa. Escludendo i figli dalla refezione, a partire dallo scorso 7 gennaio.
Detto, fatto. Pentito, sindaco?
«Macché, semmai sempre più convinto. Non si può permettere a chi non paga di beneficiare di un servizio pubblico. Anzi, l'anno prossimo inaspriremo le regole».
Cosa farete?
«Non permetteremo ai morosi di iscrivere i figli nelle scuole comunali. E in quelle statali, dove la mensa fa capo al Comune, manterremo la linea: non paghi? Non mangi».
Quindi niente passi indietro?
«Ma perché dovrei fare un passo indietro, scusi? Io sono sindaco da giugno: appena mi sono insediato, ho guardato i conti. E ho scoperto che mancava un milione e 227mila euro, per la morosità sul fronte delle mense. Ma le sembra ammissibile? Per me no».
Inutile chiederle, allora, se è d'accordo con la sua collega di San Germano.
«Certo che sono d'accordo. Noi abbiamo tentato con le buone, mandato raccomandate alle 528 famiglie morose per proporre di rateizzare. In 300 sono rimaste in giacenza».
A quel punto che avete fatto?
«Abbiamo mandato i messi comunali porta a porta, proceduto con un centinaio di fermi amministrativi: ora i bimbi morosi si sono ridotti a 61. Le cui famiglie non vogliono pagare, pur avendone la possibilità: abbiamo verificato, non sono indigenti. È per questo che abbiamo scelto le maniere forti».
A Milano il buco delle mense supera i 5 milioni: suggerirebbe la stessa strategia?
«Ognuno fa quel che crede. Certo è, però, che noi sindaci ogni giorno ci ritroviamo a fare i conti con una coperta troppo corta: chi critica se ne dovrebbero ricordare».
Non teme, però, che i bimbi esclusi da mensa o parchi giochi subiscano un'umiliazione pur non avendo colpe?
«Ma il Comune che c'entra? Il bimbo escluso deve chiedere il perché ai suoi genitori: voglio proprio vedere che gli rispondono».
Alessandra Corica

(la Repubblica 28 gennaio)

domenica 7 febbraio 2016

LA CHIESA AVRA' FUTURO SE...

"Una Chiesa che cerca solo l'autoconservazione perirà; una Chiesa che si mette in gioco nella sequela di Gesù avrà futuro", ha detto una volta Werner Krusche, allora vescovo nella DDR.

UN SINDACO IN DELIRIO

Oliastro è un piccolo comune del Cilento in provincia di Salerno. In questi giorni il sindaco ha confermato l'intenzione di voler costruire nell'area comunale una statua di padre Pio alta 85 metri con un progetto di spesa di 150 milioni di euro.
Un vero delirio. A qualcuno padre Pio dà alla testa, ma non ai cittadini e cittadine. Tutti e tutte dicono che è una follia e che sono ben altre le necessità e le priorità della cittadinanza: viabilità, messa in sicurezza del territorio, disoccupazione...
Ma è possibile che un vescovo e un parroco non siano insorti davanti a questa follia e non abbiano dichiarato a chiare lettere che spendere milioni in una superstizione è una bestemmia, mentre dilaga la miseria e la disperazione di migranti e di residenti?
don Franco Barbero

LA RICOSTRUZIONE STORICA DELL'UOMO PADRE PIO

Davanti alla montagna di menzogne e di invenzioni su padre Pio, il nostro Autore ha il pregio di compiere con competenza straordinaria una ricostruzione storica per passare dal "personaggio" alla "persona".
E' ben noto agli storici che Padre Pio è una totale montatura ecclesiastica. Il nostro Autore documenta i passaggi esistenziali di questo frate con grossi problemi di equilibrio psichico e il gioco perverso e lo spregiudicato utilizzo che l'istituzione cattolica ufficiale sta compiendo su questa figura malata. Papa Francesco, forse per la usa ignoranza, è complice di questa manipolazione: a tutto danno della fede.
don Franco Barbero

CHI E' REALMENTE PADRE PIO?

6 febbraio 2016
Una teca di vetro. Nella teca il cadavere di un monaco cappuccino, con il volto di cera. Sulla teca molti fiori. Davanti alla teca una donna scatta una foto con il cellulare: un selfie, per la precisione.
Il monaco è, naturalmente, padre Pio, anzi San Pio. Il contesto è quello del Giubileo Straordinario della Misericordia, proclamato da papa Francesco II con la bolla Misericordiae Vultus, "come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti".
La religione comprende una molteplicità di cose, spesso contraddittorie, che è possibile ordinare in uno spettro che va dal bisogno al desiderio. Il bisogno è mancanza, il desiderio è slancio. Bisogno è mangiare, bere, vestire, avere un tetto. Bisogno è avere un lavoro, riconoscimento sociale, sicurezza. Il desiderio è altro. Per dirla con il Lévinas di Totalità e Infinito: "Al di fuori della fame che può essere soddisfatta, della sete che può essere estinta e dei sensi che possono essere appagati, la metafisica desidera l'Altro al di là delle soddisfazioni, senza che il corpo possa inventarsi un gesto per diminuire la aspirazione, senza che sia possibile abbozzare una qualche carezza conosciuta o inventarne una nuova". Questo altro del desiderio può assumere forme diverse. Nella mistica, che considero il momento più alto e puro del fenomeno religioso (e che – ma il discorso sarebbe lungo – non implica alcuna fede in Dio), l'altro è l'altro dell'io: la religione è il movimento che spinge l'io oltre sé stesso, in uno slancio che è al tempo stesso terribile e gioioso. Ma l'altro può essere anche l'io dell'altro, e la religione essere amore puro, appassionato, esigente dell'altro, apertura intensa al tu, etica rigorosa. E da questa apertura, che rifiuta la riduzione dell'altro a cosa, nasce l'esigenza di un mondo altro, di una realtà liberata dalla sofferenza, dallo sfruttamento, dall'ingiustizia. Un'etica che si fa al tempo stesso politica ed escatologia.
Il cattolicesimo di Padre Pio è il cattolicesimo del bisogno. Il cattolicesimo dell'uomo e della donna che, di fronte alle difficoltà della vita, avvertono la necessità – facile, semplice – di una figura divina di riferimento, che offra una protezione pronta e sicura. Larga parte del mondo cattolico trae alimento da questo bisogno di rassicurazione. Esiste, nel cattolicesimo, una vera e propria industria della rassicurazione, fatta di polverine di Santa Rita, acque di Lourdes, coroncine benedette, eccetera. Si tratta di un fenomeno che naturalmente confina con la superstizione e con la magia, e che il padrepiismo (o sanpiismo) rappresenta alla perfezione. Il mondo nel quale nasce e si afferma la figura di Padre Pio è un mondo rurale estremamente arretrato, quel mondo contadino pugliese nel quale la figura del santone era ordinaria non meno di quella del parroco, ma al tempo stesso è una figura che sa inserirsi nel mondo e nelle sue logiche anche politiche ed economiche con straordinaria scaltrezza.
Chi era, davvero, padre Pio?
Scelgo solo tre episodi da Padre Pio. Miracoli e politica nell'Italia del Novecento di Sergio Luzzatto (Einaudi). Primo. 1911-1913. Dopo essere stato ordinato sacerdote, il giovane fra' Pio passa quasi tutto il tempo nella sua casa di Pietrelcina, perché malanni non meglio precisati gli rendono impossibile la vita in convento. E da casa sua scrive lettere ai suoi direttori spirituali, fra' Benedetto e padre Agostino, entrambi di San Marco in Lamis. Lettere nelle quali descrive con trasporto il suo travaglio spirituale, le sue estasi, il suo rapporto personale con Cristo. Ma le lettere sono copiate, per la precisione riprese parola per parola dell'epistolario di Gemma Galgani, una donna di Lucca che aveva ricevuto le stimmate nel 1899, e il cui libro era tra le letture del giovane frate. Due. 15 agosto 1920. San Giovanni Rotondo. Un'automobile esce dal convento dei cappuccini per giungere nella piazza principale del paese. A bordo padre Pio, acclamato dalla folla. Giunto in piazza, il frate benedice la bandiera dei reduci, che nella zona hanno organizzato le prime squadre fasciste. Due mesi dopo, in quella stessa piazza, undici contadini socialisti saranno massacrati dai soldati. All'indomani dell'eccidio, il frate accoglierà con grande cordialità nel suo convento Giuseppe Caradonna, figura di primo piano del nascente fascismo in Capitanata. Tre. 1921. Il Santo Uffizio manda a San Giovanni Rotondo monsignor Raffaele Carlo Rossi, per interrogare il frate. Tra le altre cose, monsignor Rossi gli chiede conto di una certa sostanza da lui ordinata in gran segreto in una farmacia locale, che poteva servire a procurare le stimmate. Il frate si difende sostenendo che intendeva usarla per fare uno scherzo ai confratelli, mischiandola al tabacco in modo da farli starnutire.
Il profilo che emerge è quello di un fascista un po' imbroglione, privo di qualsiasi spessore umano e culturale, che, a voler essere buoni e prendere per vera la sua deposizione, acquista sostanze pericolose per fare uno scherzo da prete ai suoi confratelli mentre si fa fotografare in pose mistiche con le stimmate in bella evidenza.
Qualche anno fa sulla facciata della chiesa di San Pietro al Cep, a Foggia, comparve una macchia di umidità. Le macchie di umidità, come le nuvole e le venature del marmo o del legno, hanno questa caratteristica: con un po' di fantasia vi si può scorgere quello che si vuole. Soprattutto la figura tozza di un padre cappuccino. E dunque si gridò al miracolo, come succede. E come succede talmente spesso, anzi, che non varrebbe nemmeno la pena di citare la faccenda, se non fosse che in quel caso dopo qualche giorno partirono già i primi autobus di fedeli, primi segni di un promettente business o, se si preferisce, di una esaltante esperienza di fede. Per fortuna quelle macchie di umidità ebbero il buon senso di scomparire al cambiare del tempo.
La figura di padre Pio, anzi di San Pio, è una calamita che in modo irresistibile attira il peggio del cattolicesimo: la superstizione, il fanatismo, il miracolismo, l'esteriorità dei riti, la rinuncia al pensiero. E l'affarismo, la furbizia, l'abuso della credulità popolare. Se non vi fosse quest'ultimo aspetto – ma è mai separabile dal resto? – si potrebbe provare qualche indulgenza e vedere in una simile ridicola accozzaglia di assurdità e cattivo gusto una risposta al bisogno umanissimo di protezione. Il padrepiismo è una delle malattie del cattolicesimo. Una malattia che, se la Chiesa avesse buon senso, cercherebbe di contrastare, e che invece alimenta, incoraggia, esalta, inseguendo un facile consenso e successo presso masse sempre più distratte, sempre meno religiose. Resasi conto della difficoltà di una evangelizzazione, la Chiesa sembra perseguire l'obiettivo più abbordabile della padrepiizzazione delle masse.
"Il cattolicesimo deve alla sua antichità e alla sua avversione per ogni violenta formazione di massa, la quiete e l'estensione che esercitano una fortissima attrazione su molti", scriveva Elias Canetti in Massa e potere (1960). Queste parole, valide quando furono scritte, non sono più vere dopo il pontificato di Giovanni Paolo II, il papa dei raduni oceanici, che prima di allora si erano visti soltanto nei regimi totalitari. E non è un caso che sia stato lui a volere fortemente la santificazione di padre Pio. Il santo di Pietrelcina è la figura-chiave per il passaggio del cattolicesimo dal mondo pre-moderno della società contadina al mondo post-moderno della massa anonima. Espressione architettonica di questo passaggio è il nuovo santuario di San Giovanni Rotondo progettato da Renzo Piano: un non-luogo nel quale è impossibile qualsiasi esperienza che non sia, appunto, quella della immersione in una massa anonima.
Con il Vaticano II, la Chiesa aveva fatto un tentativo generoso di confronto con la modernità (ed è appena il caso di ricordare l'insofferenza di Giovanni XXIII verso padre Pio). Con Giovanni Paolo II, archiviato il Concilio, la Chiesa si è lanciata nella post-modernità. Tutta o quasi la cultura moderna viene rigettata come relativismo, si condanna la teologia della speranza, si instaura il culto della persona del papa e si esalta la santità di un frate che politicamente offre molte certezze: nessuno troverà mai, nei suoi scritti o nella sua biografia, il minimo appiglio per una interpretazione del cattolicesimo che minacci il buon ordine sociale.
Torniamo all'immagine da cui siamo partiti. Il selfie è l'espressione dell'attuale narcisismo di massa. In primo piano ci sono io, sullo sfondo tutto il resto: santo compreso. La società dei consumi, che è una società di massa, si regge al tempo stesso sul narcisismo più sfrenato. E' una società che dice io, ed è un dire io sempre più disperato, perché l'io è puntellato dal possesso di cose, più che dalla sostanza viva delle relazioni sociali e spirituali. Un io solo, che più dice io più si smarrisce nella massa, più acquista più perde. In questo contesto economico e culturale, anche la fede – la fede cattolica – diventa narcisismo. "Dio ti ama, ti ama talmente tanto che è morto per te": questo è il messaggio attraverso il quale le parrocchie vendono oggi il prodotto-Dio. Superate le inquietudini del passato, la fede è oggi una cosa semplice: in definitiva una questione di gratitudine. Dio ti ama ed è morto per te, e tu gli giri le spalle? Un gesto insensato, come spegnere la televisione o rifiutare l'offerta prendi tre e paghi due. Padre Pio, alter Christus, è il protagonista di questo cattolicesimo facile, consumistico, narcisistico. Di questo cattolicesimo disperato.
Lo scorso anno è scomparso, in silenzio ed umiltà come è sempre vissuto, Arturo Paoli, per tutti fratel Arturo. Nei suoi più di cento anni di vita questo uomo straordinario ha fatto la resistenza, ha salvato la vita di molti ebrei durante il fascismo (per questo è stato dichiarato Giusto delle nazioni) e poi, ordinato sacerdote, ha passato tutta la vita accanto ai poveri ed ai lavoratori, non retoricamente, ma faticando e lottando con loro: al porto di Orano, nelle miniere della Sardegna, nei boschi dell'Argentina. Non aveva le stimmate, non faceva miracoli. Metteva semplicemente in pratica il Vangelo. E' lui il rappresentante più autentico e profondo, nel cattolicesimo italiano dell'ultimo secolo, di quella che ho chiamato religione del desiderio. Il suo è un cattolicesimo purissimo, al tempo stesso semplice e raffinato, capace di dialogare con gli umili senza corromperli con il fanatismo e la superstizione, che non stringe la mano ai fascisti ma attacca il potere esigendo giustizia. Ha indicato un'altra via, la via del desiderio. Una via che è, oggi, un sentiero non segnato sulla mappa, lungo il quale è sempre più raro che qualcuno si avventuri
ANTONIO VIGILANTE

COMUNICATO STAMPA SULLE UNIONI CIVILI



COMUNITA’ CRISTIANE DI BASESegreteria Tecnica Nazionale
Bologna, 16 gennaio 2016


Una trentina di parlamentari PD hanno recentemente espresso il loro dissenso nei confronti della maggioranza del loro partito a proposito della proposta di legge sulle unioni civili motivando il loro orientamento in quanto "cattolici". Nessuno mette in discussione il loro diritto politico di intervenire nel dibattito pubblico, come è conforme a qualunque democrazia che sia autenticamente tale.
Quello che ci sconcerta e ci sorprende, e a dir il vero anche ci irrita, è l'aver motivato come "cattolici" la loro presa di posizione. Perché questo parte dal presupposto (infondato e illegittimo) che il mondo cattolico sia un'entità compatta e omogenea, ignara del pluralismo, come invece è ormai evidente da quando è scomparso il collateralismo fede-politica (DC poi UDC come rappresentanti del cattolicesimo italiano).
Avremmo preferito che quei parlamentari si definissero come liberi e responsabili cittadini tout court ", o semmai come "alcuni cattolici", senza alcuna pretesa di ergersi a titolari di un diritto di rappresentanza universale dei credenti italiani, dimenticando in questo modo che ci sono moltissimi cattolici che, anche in fatto di unioni civili, la pensano in modo radicalmente diverso da loro.
Dietro questa pretesa se ne cela anche un'altra, quella di poter e dover veicolare nel mondo politico le posizioni espresse dalla maggioranza della gerarchia cattolica.
Quello che come Comunità di Base abbiamo sempre affermato è invece che la sfera della politica (guidata dalla responsabilità e dalla coscienza personale) è assolutamente autonoma e non può in alcun modo essere vincolata a direttive dell'autorità ecclesiastica che, in materie delicatissime come la legislazione statale, non hanno alcun titolo per esercitare interferenze sullo Stato presentando come vincolanti per i legislatori "cattolici" i proprio giudizi e i propri orientamenti.
Sarebbe bene piuttosto che la Cei promuovesse su queste tematiche un libero confronto e una discussione sincera fra tutti i cattolici, senza pretendere di riservare al clero il monopolio del retto giudizio evangelico.

CAPRIOLO ZOPPO

" Qualunque cosa capita sulla terra, capita anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi".

TORINO :VENERDì 12 FEBBRAIO

Venerdì 12 febbraio dalle ore 17,45 alle 19,15 proseguiamo la lettura del libro di Siracide. L'incontro si svolge in Via Principe Tommaso 4.

QUESTA SETTIMANA A PINEROLO

Lunedì 8 febbraio alle pre 15,30 e martedì 9 febbraio alle ore 21 proseguiamo la lettura del Vangelo di Luca in Via città di Gap 13.
C'è ancora posto, se vuoi partecipare!

UNA TRILOGIA PREZIOSA

Vigil -Tomita - Barros, Per i  molti cammini di Dio, Pazzini Editore, 3 volumi, pgg. 930, euro 45.00.
Ho letto con estremo interesse questi tre volumi che costituiscono una efficace documentazione del cammino verso una
teologia del pluralismo planetaria e interreligiosa. I tre curatori hanno dato voce ad autori ed autrici che in questi ultimi decenni hanno "sfondato" i muri imprigionanti delle teologie esclusiviste o inclusiviste. Nessuna tradizione possiede la verità perché ogni religione è chiamata ad interpretare la verità, a cercarla senza farsene detentrice. Si tratta di un cammino ancora largamente incompiuto perché la tentazione dogmatica è spesso in agguato: cacciata dalla porta una volta, tenta di rientrare dalla finestra.
Ne raccomando vivamente la lettura. Le 930 pagine sono "spezzettabili" in tre accessibilissimi volumi.
Franco Barbero

Il patto delle moschee aperte a tutti

Porte aperte nelle moschee torinesi per un'intera giornata. Almeno una volta l'anno. È una delle iniziative del patto di cittadinanza che il sindaco Piero Fassino firmerà l'8 febbraio con i rappresentanti dei centri islamici di Torino in una cerimonia a Palazzo Civico. Il sindaco lo ha annunciato a Firenze durante un convegno dedicato alle città metropolitane. «Stiamo lavorando più che a un giuramento sulla Costituzione, che non viene richiesto a nessuno e dunque è difficile richiederlo a una categoria di cittadini, a un patto che sia sottoscritto dalle autorità e dai rappresentanti del mondo islamico», ha spiegato Fassino. Quello di Torino sarà uno dei primi accordi. Oltre alle aperture delle moschee, l'intesa prevede la nascita di un coordinamento dei centri islamici, superando così una frammentazione che rende difficile il confronto. E poi l'affissione di una bacheca in ogni centro di preghiera cittadino, in tutto sono 15, per creare un canale di comunicazione. Ogni centro ha indicato due giovani che faranno parte della redazione e organizzeranno le informazioni, i messaggi e i comunicati.
La Lega Nord con il capogruppo Ricca è pronta a dare battaglia. E chiede al sindaco di spiegare subito in Sala Rossa di che cosa si tratti.
Diego Longhin

(La Repubblica 29 gennaio)

“Mattarella non la approvi. Però i vescovi dovevano esserci”

Roma. «Una giornata bellissima, un clima mite e propositivo e senza contrapposizioni. Eravamo in piazza in tantissimi per dire a tutti, politici in primis, che la famiglia è costituita da una madre e un padre e che l'adozione per le coppie omosessuali non può in nessun modo essere ammessa».
Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso, è uno dei pochi vescovi italiani ad essere salito coi propri fedeli su un pullman per recarsi al Circo Massimo.
Monsignore, il governo Renzi dovrà tener conto di questa piazza?
«Me lo auguro vivamente. Già da martedì, alla discussione al Senato, i termini del ddl Cirinnà dovranno cambiare. Anche perché credo che se il ddl rimarrà così com'è toccherà al presidente della Repubblica Mattarella intervenire. Sarà inevitabile un suo intervento».
La piazza è stata un monito soltanto per la politica italiana?

«Certamente no. Credo anche per l'Europa che deve sempre ricordare che non ci sono diritti se non all'interno dei valori. E deve riconoscere che questi valori non hanno ideologia, sono valori riconoscibili da tutti. Non c'è diritto senza verità».
Perché secondo lei altri vescovi non erano in piazza?
«No lo so. Certo mi dispiace. Se fossero venuti in tanti avrebbero posto il sigillo a una manifestazione laicale di grande splendore. Il popolo italiano era qui in piazza e sarebbe stato bello se accanto ad esso ci fossero stati tutti i vescovi. Questa piazza rappresenta la maggioranza del Paese».
Cosa direbbe alle persone che hanno manifestato civilmente una settimana fa in tante piazze italiane?
«Che non siamo scesi in piazza con volontà di contrapposizione. Ma il futuro è delle famiglie, di questi bambini. Superare questa evidenza è troppo per tutti». (p. r.)

(La Repubblica 31 gennaio)