domenica 26 gennaio 2020

GESU' E LE PARABOLE

"Gesù usava le parabole per far nascere l'Impero di Dio. Esso non riguardava la morale. I comandamenti, per quanto non rifiutati, non ne costituivano il nocciolo. L'Impero di Dio significa immaginare la vita in termini nuovi. Nelle sue parabole Gesù obbliga l'ascoltatore a guardare il mondo in faccia, senza illusioni, e a vederlo per quello che veramente è. E' il nostro mondo non il mondo di Dio. Funziona per alcuni e per qualche tempo, ma alla lunga non va, perché non può rispecchiare la realtà suprema, la cui essenza è l'amore. Gesù sfidava la gente attorno a sé a ri-creare il mondo, a ricostruire la vita umana e le relazioni con il prossimo in un modo che rispecchiasse e incarnasse quella realtà suprema. Così è l'Impero di Dio, o lo sarebbe se qualcuno decidesse di correrne il rischio".
Stephen Patterson, Il Dio di Gesù, Pag.194

L'ECOSISTEMA IN PERICOLO

L’Antartide presto può essere invasa
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista “Global Change Biology”, cozze, granchi e topi sono tra le specie che per prime potrebbero “invadere” l’Antartide (insieme a diverse piante da fiore, erbe infestanti e acari). Perché? Potrebbero arrivare nel prossimo decennio insieme alle forniture di cibo e materiale destinati ai ricercatori e ai turisti, oppure attaccati agli scafi delle navi. Secondo i ricercatori, per preservare l’ecosistema molto fragile dell’Antartide sarebbe “fondamentale garantire che tutti i visitatori arrivino nell’area dopo accurati controlli”.
Internazionale

QUANDO E' NUTRIENTE....

E' sera inoltrata in questa giornata troppo piena di impegni e di "attese".
Eppure ho il cuore pieno di gratitudine a Dio e alla comunità per la celebrazione eucaristica di questa mattina.
La predicazione, la lunga condivisione tra  fratelli e sorelle, lo spezzare il pane, la preghiera condivisa sono sempre di più il nutrimento dei nostri cuori e la sorgente di acqua viva nel cammino della vita, per gustarne le gioie e per affrontare anche le ore di deserto.
F.B.

MICHEL DE MONTAIGNE

"Il vero specchio dei nostri ragionamenti  è il corso della nostra vita".

PERLA DI SAGGEZZA

"Non consultarti con le tue paure, ma con le tue speranze e i tuoi sogni".
Papa Giovanni XXXIII

ALCUNI DATI STORICI

E’ stato decisivo il rifiuto di Bergoglio, ed anche di Kolbenbach, ad un altro intervento papale
Juan Antonio Estrada S.J.
Che il Concilio Vaticano II significasse una riforma della Chiesa e l’apertura a un nuovo approccio è stato qualcosa che le persone e le istituzioni della Chiesa più conservatrici hanno immediatamente captato, probabilmente molto più di quelle aperte ai cambiamenti. Ha segnato la fine di un’era, quella della controriforma, dell’antimodernismo e della difesa contro l’Illuminismo, epoca nella quale il cattolicesimo aveva perso la sintonia con il corso della storia e con le nuove domande e con i bisogni degli uomini.
Bisognava procedere a una riforma interna (la Costituzione Lumen Gentium) ed esterna (la Costituzione Gaudium et Spes) della Chiesa, che comportava una nuova teologia dell'episcopato, dei laici, della vita religiosa, del rapporto con le altre chiese e delle missioni, ecc. Il corso del Concilio ha rafforzato gli allarmi dei tradizionalisti. La nuova teologia e gli autori che erano stati condannati da Pio XII negli anni cinquanta trionfavano.
I gesuiti, insieme ad altre congregazioni religiose, sono stati protagonisti del Concilio e, nell’insieme, motori dei cambiamenti. L’elezione di Pedro Arrupe come Generale (dal 1965 al 1983) e le Congregazioni Generali 31 (1965-1966) e 32 (1974-1975) segnarono la nuova direzione. L’identità e la missione dei gesuiti dovevano essere riformulate in un nuovo contesto. I problemi del XVI secolo riemersero in una nuova era storica: rinnovare la Chiesa ed esserle fedele; portare avanti una diversa forma di missione e di vita religiosa, sapendo che molti vi si opponevano.
Si cercò di riformare la Compagnia internamente (equiparando professi e coadiutori; trasformando le istituzioni e le scuole in linea con la dottrina sociale e l’opzione per i poveri; dando impulso alla missione e svestendo i gesuiti della dimensione monastica, promuovendo i laici, ecc.) ed esternamente (collegamento tra fede e giustizia; promozione dell’ecumenismo; passaggio dalla società di cristianità a una chiesa in missione in una società secolare, apertura al dialogo con l'Illuminismo e con l’ateismo, ecc.).
Arrupe si trasformò in un simbolo del nuovo paradigma. La Compagnia, che era stata una fedele servitrice del papato e della gerarchia, divenne oggetto di sospetto. Fu accusata di mondanità e vicinanza al comunismo ed alla teologia della liberazione, alla quale alcuni gesuiti avevano contribuito; di disobbedienza e di consentire correnti critiche alla gerarchia ecclesiastica e al papato stesso.
Il passaggio da Paolo VI a Giovanni Paolo II, così come la nuova egemonia dei tradizionalisti che erano state minoranze nel Concilio, consolidarono la presa di distanza della Compagnia e di padre Arrupe da parte del governo della Chiesa. L’accettazione e l’obbedienza dei gesuiti nei confronti dell’intervento papale, con la nomina di padre Dezza come delegato per l’intera Compagnia, nomina che aggirava le costituzioni, calmarono gli animi.
Ma la sfiducia e il rifiuto nei confronti dei gesuiti sopravvissero in parte della gerarchia romana e in molti vescovi. L'elezione di padre Kolvenbach (1983) da parte della Congregazione 33 con l’accettazione di Giovanni Paolo II protesse la Compagnia, ma, quando presentò le sue dimissioni (2006) per la prima volta nella storia, e queste furono accettate da papa Benedetto XVI, riapparve il tentativo di controllare e riorientare i gesuiti. L’eredità del Concilio e di Arrupe non solo persisteva, ma si era imposta nonostante l’opposizione della minoranza conservatrice gesuita.
Il tentativo del cardinal Bertone rientra in questo contesto. Rafforza anche ciò che ha significato Bergoglio, un provinciale gesuita in sintonia con i tradizionalisti, che ha vissuto un processo di "conversione pastorale e teologica" quando è stato arcivescovo di Buenos Aires, come è successo a Oscar Arnulfo Romero in El Salvador. Nel conclave è stato visto da molti cardinali come un tradizionalista, sebbene aperto e dialogante. Ecco perché i conservatori penseranno a lui come nuovo delegato papale.
Il rifiuto di Bergoglio, e anche di Kolvenbach, a un altro intervento papale, è stato decisivo. E ora con papa Francesco la dinamica del Vaticano II si recupera, sebbene in un contesto diverso. E con lui l’eredità spirituale e teologica di padre Arrupe e delle congregazioni 32 e 33, che hanno segnato la Compagnia a partire dal Vaticano II. In una parte della Chiesa resiste l’anti-gesuitismo, ora rafforzato da coloro che sfidano il pontificato di papa Francesco.
Articolo pubblicato il 25.01.2020 in Religión Digital (www.religiondigital.org)
Traduzione a cura di Lorenzo TOMMASELLI






RETORICA E....IGNORANZA

Orbán nazionalizza le cliniche della fertilità:
più figli per la piccola patria

La retorica del governo ungherese di Viktor Orbán considera prioritarie le politiche di incremento demografico. Non a caso il premier ha definito nei giorni scorsi «strategiche», per il paese, le cliniche della fertilità. Un settore che ha il compito di promuovere l'agenda natalista del suo governo e fare crescere la popolazione ungherese offrendo trattamenti gratuiti di gravidanza assistita. Nel corso della conferenza stampa di inizio anno, il primo ministro ha affermato che le pratiche relative alla fecondazione in vitro saranno disponibili per tutte le donne a partire dal mese prossimo. Queste dichiarazioni seguono la nazionalizzazione, da parte dell'esecutivo, di sei cliniche private della fertilità, che sarebbe avvenuta a dicembre. «Abbiamo acquistato le aziende attive su questo fronte», ha detto Orban chiarendo che il settore in questione è diventato quasi un «monopolio di stato» e suggerendo agli investitori privati di starne alla larga in quanto «non ci saranno permessi per loro».
In particolare da quando, nel 2015, centinaia di migliaia di rifugiati siriani sono fuggiti dal loro paese dilaniato dalla guerra, Orban ha intensificato la propaganda anti-immigrazione e reso prioritario l'obiettivo di aumentare il tasso di natalità che in Ungheria, paese di 9.800.000 abitanti, risulta assai in calo. L'intento è quello di ribaltare le proiezioni che prevedono un ulteriore decremento della popolazione ungherese che, entro il 2050, potrebbe essere di 8.300.000 persone. 
Situazione per la quale, secondo la retorica governativa, il paese non può permettersi di accettare comportamenti sessuali «devianti» e non funzionali alla procreazione. Anche per questo, negli ultimi tempi, il governo ha preso a scoraggiare sempre più gli studi di genere aventi come oggetto specifico l'omosessualità.
È tutt'altro che secondario il fatto che l'Ungheria, nel giro di una decina d'anni, abbia vissuto un forte processo immigratorio nell'ambito del quale, secondo le stime dell'Ocse, circa un milione di ungheresi, ha lasciato il paese Tra il 2008 e il 2018, contribuendo al calo demografico. Pare che il fenomeno abbia riguardato soprattutto giovani provvisti di titolo di studio è in grado di parlare lingue straniere, e portato a carenze di manodopera qualificata in terra danubiana. Stando a quanto emerge dalle statistiche dell'ONU, nel 2018 le popolazioni dei 28 stati membri dell'UE sono diminuite di oltre un terzo, calo che ha interessato in modo più evidente i paesi dell'Europa centrale.
Orban, che nel corso della conferenza di inizio anno si è detto pronto a ricandidarsi alle elezioni nel 2022, sottolinea la necessità di preservare le «radici cristiane» del paese e, circa un anno fa, a un prestito speciale alle famiglie giovani ed esentato le donne madri di 4 o più figli dall'imposta sul reddito. Il premier ha aggiunto di aver anche chiesto al ministro delle finanze di verificare la possibilità di estendere questo trattamento alle madri provviste di prole meno numerosa.
Famiglia, natalità, amor patrio, valori cristiani e sovranità nazionale; la retorica di Orban abbonda di questi riferimenti per indicare un nuovo modello europeo: quello formato da stati capaci di conservare la loro identità e liberi dalle ingerenze della «teocrazia di Bruxelles». A questo proposito Orban ha affermato proprio ieri in conferenza che «il Ppe, nella sua attuale forma, non suscita l'interesse del Fidesz». Il premier avrebbe anche aggiunto di voler cambiare il Partito Popolare Europeo o di dar vita «a una nuova forza democristiana europea.» Per il primo ministro di Budapest il Ppe sta perdendo consensi e modificando la sua linea in funzione liberalsocialista. «Occorre capire se avremo la forza di cambiare la linea sbagliata del Ppe o accontentarci di trovare una nuova collocazione», ha precisato Orban.
Il Manifesto, 11 gennaio 2020





ROMA MESSA IN DISPARTE

Jérôme Gautheret, Le Monde, Francia
L'Italia ha enormi interessi in Libia. E ora teme di perdere la sua influenza nel paese per colpa di Russia e Turchia
L'iniziativa era coraggiosa e, in caso di successo, sarebbe stata ricordata come una prodezza della diplomazia italiana. Purtroppo le cose sono andate male e l'effetto è stato l'opposto. L’ 8 gennaio a Roma il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ha parlato per ore con il generale Khalifa Haftar,l’ uomo forte del est della Libia. Nelle stesse ore Fayez al Sarraj, capo del governo di accordo nazionale (Gna) riconosciuto dalle Nazioni Unite, avversario di Haftar, avrebbe dovuto fermarsi nella capitale italiana per incontrare Conte mentre tornava a Tripoli da Bruxelles. Ma Al Sarraj non si è fermato. I servizi segreti italiani erano già all'aeroporto di Ciampino, quando sono stati informati della cancellazione dello scalo.
Roma sperava di presentarsi come un mediatore indispensabile per un paese, la Libia, che l'Italia considera da sempre parte della sua sfera di influenza.
L’11 gennaio è stata programmata un’altra visita di Al Sarraj, ma è sembrato solo un tentativo di salvare le apparenze: di fronte all'irruzione della Russia e della Turchia sullo scenario libico, Roma corre il rischio di essere messa in disparte.
Da ex potenza coloniale (1911-1945) L'Italia ha conservato un forte radicamento nel paese nordafricano, in particolare grazie al gruppo Eni, il primo beneficiario dello sfruttamento degli idrocarburi libici. Inoltre in Libia lavorano migliaia di italiani, civili e militari. L’interesse per il futuro dell'ex colonia è quindi una costante per la diplomazia italiana, a prescindere da chi c'è al governo.
‟La Libia è l'ultimo posto dove l'Italia esercita una politica di potenza autonoma”, sottolinea un osservatore della diplomazia italiana. ‟Nel 2011, quando Roma non riuscì a impedire l'intervento franco-britannico che ha provocato la caduta di Muammar Gheddafi, il trauma fu terribile, paragonabile a quello provato da francesi e britannici dopo il fallimento della spedizione di Suez nel 1956”. Un ex responsabile della Farnesina mi ha confidato: ‟il giorno in cui perderemo la Libia al ministero non ci resterà che fare le fotocopie”.
Priorità assoluta
Conservare la sua influenza e vederla riconosciuta da tutti i soggetti in campo è la priorità delle priorità per Roma. Inoltre, dopo aver scommesso sulla legittimità internazionale del governo di Tripoli, Roma ha avviato un progressivo riavvicinamento con le autorità dell'est della Libia, culminato con la partecipazione del generale Haftar alla conferenza sulla Libia di Palermo del novembre del 2018. Nonostante questo tentativo di riequilibrare le cose, Roma continua a essere diffidente verso Haftar e ha accolto con favore l'irruzione sulla scena libica della Turchia, giunta a rafforzare i sostenitori di Al Serraj. L’8 gennaio al Cairo il ministro degli esteri Luigi Di Maio si è rifiutato di firmare un documento presentato dai capi della diplomazia francese, egiziana, greca e cipriota perché troppo duro nei confronti di Ankara.
Costretta a mantenere legami con tutti, l'Italia per il momento cerca di raggiungere solo obiettivi immediati, come l'organizzazione della conferenza di Berlino (prevista Il 19 gennaio). A lungo termine, invece, le sue preoccupazioni si concentrano sugli interessi energetici dell'Eni e sulla questione, ancora più esplosiva, delle migrazioni. All'inizio dell'estate 2019 l'Italia aveva ottenuto che le navi della missione europea Sofia lasciassero le acque al largo della Libia. Oggi l'assenza di quelle navi si fa sentire, perché senza di loro non è possibile controllare che l'embargo sulle armi sia rispettato.
Internazionale, 17 Gennaio

ADDIO AD ITALO MORETTI

«Sarai sempre con noi, come sei sempre stato»
In rappresentanza delle madri di Plaza de Mayo e come Presidenta della Fundacion Memoria Historica ay Social Argentina, ma, soprattutto come amica e collega di Italo Moretti vorrei esprimere con tutto il mio cuore e tanti ricordi che mi vengono in mente, il mio e nostro cordoglio. 
Sei stato sempre presente e sempre sarai presente, caro Italo. Venivi qui in Argentina e ci accompagnavi negli anni più tragici della dittatura. Venivi e scrivevi, denunciavi ed eri sempre lì con noi. 
Quando venivo in Italia spesso ci siamo incontrati. Presente ai processi a Rebibbia e a Roma, presente sempre. Negli ultimi anni chiedevo di te e mi dicevano che stavi affrontando una dura lotta fisica. 
Una malattia e, sicuramente, la relativa depressione per chi, tutta la vita, si era impegnato a difendere i diritti umani, a ricordare e far ricordare. Noi ricorderemo per sempre te, caro Italo e sarai sempre con noi e per noi, compagno, amico e collega.
Un abbraccio forte ai tuoi cari e a chi, come noi, mancherai coi tuoi scritti che erano un esempio stupendo di chiarezza e solidarietà.
Vera Vigevani Jarach


Con amore, rispetto e ammirazione verso il giornalista e il compagno di tantissime lotte, che dal 1978 ci ha accompagnato nelle denunce contro l'orrore della dittatura.
 Italo è stato sempre al nostro fianco, era un compagno affettuoso e dirigente. 
Ora riposi con Anna e Silvia. Per Memoria, Verità e Giustizia. Per i 30.000 desaparecidos. Per 10.000 prigionieri politici. Salutiamo la famiglia con un fortissimo abbraccio.



Ciao Italo



Angela Boitano, Presidente di Familiares desaparecidos e prigionieri politici



Il Manifesto 11 gennaio


QUALCOSA DI POSITIVO

Torino paladina dei diritti umani
Per fermare la spirale dell’odio che sembra pervadere il nostro tempo occorre investire in educazione ai diritti umani. La sfida è stata lanciata in Italia dalla città di Torino, che da diversi anni grazie all’Assessorato ai Diritti si impegna per creare sinergie con la società civile. Open 011, la Casa della Mobilità giovanile e dell’Intercultura del Comune di Torino, sarà la sede operativa di Jhrep, il Programma internazionale di Educazione ai Diritti Umani che Amnesty International Italia, Cifa Onlus e la rete internazionale Hreyn intendono promuovere organizzando percorsi formativi interculturali; la struttura diventerà un Training Centre di livello internazionale. Torino diventa anche una “Shelter City”, la prima città in Italia che darà rifugio temporaneo dai 3 ai 12 mesi ad attivisti ed attiviste dei diritti umani, in pericolo a causa del loro impegno.
F.C. Rocca 1/2020

IN GRECIA

In Grecia i pesci sono maltrattati
L’associazione “Essere Animali” ha condotto un’indagine – e diffuso un video – per denunciare le problematiche del settore dell’acquacoltura in Grecia. Sono state documentate trasmissioni di malattie, densità molto elevate e metodi di uccisione dolorosi per branzini e orate. La cosa ci riguarda perché in Italia più della metà delle importazioni di branzino o orata proviene dalla Grecia: nel 2016 ne sono state importate 64 mila tonnellate di cui quasi 40 mila dalla Grecia. Secondo l’ultimo rapporto Fao la produzione mondiale di pesce ha raggiunto il picco di 171 milioni di tonnellate di cui 80 milioni di acquacoltura. “Tuttavia – scrive in una nota Essere Animali – la realtà dei pesci allevati a scopo alimentare è ancora ampiamente ignorata”.
Il Manifesto 16 gennaio
Le parole per dirlo
"Informati ed insipidi"

Spesso mi sento dire: "Parli troppo semplice". Alcune persone si stupiscono, a volte si scandalizzano perché in questi articoli o nelle prediche parlo "troppo semplice". Non trovano "termini tecnici", ragionamenti teologici, citazioni scientifiche. Al contrario trovano esempi tratti dalla vita quotidiana, riferimenti a fatti accaduti. E, di conseguenza, ritengono i miei discorsi inutili, non all'altezza, poco culturali. Mi scuso con loro per questa mia scelta. So che molti cercano di meglio da leggere per nutrire la loro ricerca. Io stesso, proprio oggi, ho letto un libro sul rapporto  tra la teologia e il post-cristianesimo (C. Dotolo), scritto con un linguaggio davvero complesso, altamente scientifico. Eppure vorrei provare a spiegare perché continuerò ad usare il mio solito linguaggio "troppo semplice".
Ecco alcuni motivi:
1. Per non ridurre tutto a concetto. Noi occidentali riduciamo tutto ad idea e, così facendo, perdiamo lo spessore della realtà. Abbiamo idee, ragionamenti, teorie, ma la vita quotidiana resta fuori. Così il pensiero va da una parte e la vita quotidiana dall'altra. La vita sembra poca cosa, non degna di essere considerata. Eppure è tutto ciò che abbiamo: ci alziamo al mattino, ci laviamo, facciamo colazione, andiamo al lavoro, incontriamo gente, facciamo la spesa, prepariamo tavola, ci arrabbiamo, ci divertiamo, piangiamo, amiamo. Questa è la nostra vita. Usare il linguaggio della quotidianità e fare esempi concreti ci può aiutare a prendere in mano la vita reale, non solo la nostra "idea" di vita.
2. Per tirar dentro ciascuno di noi. Troppo spesso siamo spettatori dei discorsi altrui, siamo spettatori di teorie. Il linguaggio quotidiano e gli esempi ti tirano dentro e ti fanno sentire interpellato, protagonista. Non ti lasciano indifferente. I racconti, i simboli, gli esempi aprono una strada su cui puoi camminare, dentro cui puoi pensare la tua vita. La questione di fondo non è capire ma vivere. Il pensiero è importante, saper argomentare è necessario, usare la propria testa è basilare. Non mi stancherò mai di invitare a leggere, studiare, confrontarsi. Ma sono convinto che sia necessario  un pensiero col quale guardare la vita quotidiana, un pensiero che cerchi faticosamente il senso nella concretezza. Altrimenti la vita si svuota, diventa muta, insignificante. Aumentiamo le informazioni e perdiamo la sapienza, cioè la capacità di trovare il "sapore" delle cose. Rischiamo di essere informati ed insipidi. Abbiamo bisogno di un pensiero che coinvolga la nostra costante sete di trovare un significato al lavoro, agli affetti, ai dolori. Un pensiero in grado di far emergere la speranza. In termini alti si dice: un pensiero che metta in conto la libertà.
3.Per mettere la vita in relazione con Dio. Gli studiosi dicono che il cristianesimo sta vivendo un'epoca di "esculturazione", cioè è fuori dalla cultura, dal modo concreto degli umani di stare al mondo, di mangiare, di lavorare, di amare. In parole semplici oggi Dio è fuori dalla vita concreta. Il mio sogno è lavorare per ritrovare Dio nelle vicende quotidiane: quando metti su l'acqua per la pasta e quando ti siedi a tavola. Dio non è un concetto, ma una Presenza costante. Anche dentro il linguaggio quotidiano.
Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo

(L'Eco del Chisone, 15 gennaio)
[5 gennaio 2020 L'Espresso]

Il primo treno notturno in 16 anni
L'effetto Greta arriva a Bruxelles

Le tappe
Dopo 16 anni
I treni notturni tornano in Belgio per la prima volta dopo 16 anni. Nel 2003 la compagnia ferroviaria belga Sncb annunciò la fine del servizio a causa delle compagnie aeree low cost
Emissioni
Un viaggio in aereo sulla rotta Vienna-Bruxelles genera 410 kg di gas serra; uno in treno notturno  solo 40 kg: dieci volte meno
II viaggio
Partito da Vienna, ieri il "Nightjet" della compagnia austriaca Obb in collaborazione con la Sncb è arrivato a Bruxelles dopo  14 ore di viaggio e 15 fermate tra le quali Liegi Linz, Norimberga  e Francoforte

BRUXELLES - L'effetto Greta riattiva i treni notturni intorno alla capitale europea. Ieri mattina ha fatto il suo ingresso nella stazione di Bruxelles-Midi il primo convoglio serale degli ultimi 16 anni. È stato accolto da una marea di telecamere, giornalisti, manifestanti e da un tappeto rosso. Dimostrazione reale dell'impegno europeo a correre verso il Green deal. E infatti il treno era partito da Vienna, capitale che ha deciso di azzerare entro il 2040 le emissioni del suo Paese, verso Bruxelles, dove i capi di Stato e di governo a dicembre hanno scelto di trasformare l'Europa nel primo continente a impatto zero sul clima entro il 2050 e dove la Commissione, guidata da Ursula von der Leyen, ha fatto dell'ambiente la sua priorità politica per i prossimi cinque anni.
L'iniziativa del treno notturno - già ribattezzato il "treno di Greta" poiché l'attivista svedese non viaggia mai in auto o in aereo - è merito delle ferrovie austriache (Obb), pronte a scommettere sulla transizione verso un'economia a basse emissioni. «È così che iniziano le amicizie», ha twittato la Obb quando il convoglio è entrato a Bruxelles, dove ha offerto a passeggeri, manifestanti e curiosi una fetta di Sacher. Il "Nightjet" era partito dalla stazione di Vienna domenica sera sulle note dell'Inno alla gioia, l'inno dell'Unione europea, con a bordo una decina di deputati europei e l'ex segretario generale della Commissione Ue, Martin Selmayr, oggi rappresentante dell'istituzione a Vienna che ha tappezzato la   propria cuccetta di bandiere a dodici stelle. Sulla fiancata del treno un messaggio molto politico: #Loveyourplanet.  
Il treno emette tra un decimo e un ventesimo del CO2 degli aerei. Non a caso con il Green deal europeo, von der Leyen intende investire molto sulle rotaie. «Rispetto a Vienna non c'è altra città nell'Ue che ha così tanti treni di notte in partenza e la rete si può ancora estendere», ha spiegato la ministra austriaca dell'Ambiente, Leonore  Gewessler. I manifestanti alla stazione di Bruxelles-Midi hanno accolto il "Nightjet" con uno striscione per chiedere «più treni notturni per il Belgio» e per l'Europa. Anche la Germania, ad esempio, ha mandato in pensione le cuccette nel 2014 perché poco redditizie. Ora, per recuperare terreno nei confronti dell'aereo la strada è ancora lunga, perché se è vero che il treno costa meno, i tempi di percorrenza sono decisamente più lunghi. Ma comunque gli austriaci ci puntano: il treno tra Vienna e Bruxelles non resterà un evento mediatico e simbolico ma viaggerà regolarmente due volte alla settimana.
Alberto D'Argenio

(la Repubblica 21 gennaio)

sabato 25 gennaio 2020

Leggere i segni dei tempi

di don Paolo Zambaldi

La manifestazione a Monaco di Baviera, di (pochi) tradizionalisti contro il Sinodo di Germania

Dio non ha bisogno di essere difeso. L'uomo, sì!



Uno degli intenti più conclamati dai fondamentalisti cattolici, è quello di "difendere" Dio. 


Difendere la sua immagine di onnipotenza, il suo ruolo di "giustiziere", la sua "incarnazione" occidentale e bianca, il suo essere la pietra fondante della "civiltà cristiano/cattolica", che è vista come unica degna di considerazione.


Ovviamente "difendono" anche la Chiesa trionfante, i suoi poteri, la sua pervasività politica e sociale, il suo "essere del mondo".


Appoggiano apertamente governi corrotti, fascisti e violenti. 

Essi garantiscono infatti di salvaguardare identità etniche e religiose. E tanto basta!

Pretendono crocifissi appesi ovunque come manifesti pubblicitari della propria "atea devozione", stravolgendone così volgarmente il più profondo dei significati.  


Difendono Dio (e la Chiesa), dalle libertà conquistate dagli uomini, dai diritti finalmente accolti, dal cambiamento antropologico del mondo…

Organizzano preghiere di "riparazione" per placare la divinità offesa dal peccato omosessuale, evocano a ogni piè sospinto le fiamme dell'inferno per i peccati (sessuali) degli altri, alzano lamenti per il contagio islamico, inorridiscono difronte al multiculturalismo, letto come inquinamento della razza.

Votano Salvini, il "piccolo padre", salvatore della "razza padrona".


Di che Dio stanno parlando?

Di quel Dio padre che ci ha resi tutti fratelli? Di Gesù Cristo che, del superamento di tutte le barriere etnico-religiose, ha fatto la propria profezia? Di Colui che ha più volte ribadito che saremo giudicati sull'"amore" per il fratello, anzi più piccolo tra i fratelli, il più crocifisso? Di Colui che si fatto uccidere per non tradire le sue scelte radicali ?


Dio non ha bisogno di essere difeso, né placato. 

Nemmeno di essere amato. 

Ha bisogno di essere ascoltato!


La Sua Parola tuona alta a difesa dell'uomo, di tutti gli uomini, specialmente di quelli che non hanno voce. Egli chiede giustizia, carità/amore e fede. Fede, che non è bigotta adesione a regole e catechismi, a devozionismi ridicoli, ma apertura, riconoscimento, fecondazione del mondo: è portare la parola di Dio, suo sacramento/ segno, all'interno di ogni rapporto, di ogni opera umana, perché la trasformi. La trasformi rendendola simile il più possibile alla sua idea, quella che permeò la creazione del mondo: un'idea di armonia e di pace, di fratellanza e di giustizia: una comunità della quale egli voleva essere Dio/Padre/Fratello/Madre punto fermo di riferimento, garante contro le derive umane distruttive, portatore di liberazione integrale. 


A quest'opera ha dedicato il Tempo. Ha donato la Sua Parola, ha indicato la via.

Bisogna dunque con Lui e in Lui difendere l'uomo da se stesso, dal male che lo avvince, dall'abominevole tentazione dell'autodistruzione.


Dio è un mistero, una ricchezza, una strada, un amore…


don Paolo Zambaldi



(http://www.donpaolozambaldi.it, 25 Gennaio 2020)