giovedì 27 novembre 2014

INGIUSTIZIE: SISTEMA DELLE CASTE

Ogni sedici minuti un Intoccabile è vittima di un crimine. Come Surekha, uccisa perché aveva lottato per i suoi diritti. Perché, chiede la scrittrice Arundhati Roy, il mondo si mobilita contro le ingiustizie, ma non censura il sistema sociale induista?

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA


    LA CHIESA CHE DORME- LA CHIESA CHE VEGLIA
        
"State in guardia, vegliate, poiché non sapete quando sarà quel momento. È come un uomo che si è messo in viaggio, dopo aver lasciato la sua casa, dandone la responsabilità ai suoi servi, a ciascuno il proprio compito, e comandando al portinaio di vegliare.Vegliate dunque perché non sapete quando viene il padrone di casa; se a sera, o a mezzanotte, o al cantare del gallo, o la mattina; perché, venendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quel che dico a voi, lo dico a tutti: "Vegliate"»
(Marco 13, 33-37).


Esiste sempre la possibilità di un uso terroristico delle Scritture. Ricordo, rispetto al brano che ora abbiamo letto, qualche zelante predicatore che metteva tutti sotto pressione con la paura della morte improvvisa. Il padrone di casa che torna all'improvviso era allora un Dio che pone fine alla nostra vita quando meno ce l'aspettiamo. Gioca a fare scherzetti di cattivo gusto, quasi soddisfatto di prenderci in fallo. Insomma... un Dio un tantino sadico.
Ma l'autore del Vangelo di Marco non ha affatto scritto queste righe per introdurci con angoscia al pensiero della morte, ma, al contrario, per invitarci a fare tesoro della vita e degli anni della vita. Marco va interpretato in continuità con le parabole di Matteo lette in questo mese.


ATTESA

Le letture bibliche delle ultime settimane, in modo quasi martellante, ci hanno richiamato all'esigenza di non addormentarci, di tenere gli occhi ben aperti, di vegliare come sentinelle.
Il breve passo del Vangelo che la liturgia oggi ci propone ci esorta in modo ripetuto e litanico ad "essere svegli" e, come non bastasse, ci mette in guardia dal pericolo di "essere trovati addormentati".
L'Avvento, nella tradizione cristiana, è il tempo che conduce al Natale, "aspetta" il dono che Dio ha fatto all'umanità nella persona di Gesù di Nazareth.
Ricordiamo quella nascita di duemila anni fa, anche se la data è fittizia e convenzionale. Gesù nasce dall'amore di Maria e Giuseppe in una numerosa famiglia di Nazareth... I racconti dei Vangeli di Luca e Matteo nei primi due capitoli sono "leggende teologiche". Esse hanno il sapore della poesia e vogliono segnalare la missione che Dio ha assegnato a Gesù. Non intendono certo fornirci informazioni storiche che oggi possiamo attingere da molti studi. Essi ci documentano che Gesù è nato esattamente come ogni bimbo e ogni bimba di questo mondo. Occore saper distinguere la leggenda dalla storia.
Per noi Gesù, fino alla fine dei tempi (che nel linguaggio biblico viene definita come il suo glorioso ritorno) ci spinge ad andare incontro, ad aspettare attivamente il Regno di Dio, a sognare e volere ciò che è incompiuto, ciò che è promesso e non ancora realizzato.
Gli autori di "Un catechismo per la libertà" scrivono: "Il tempo dell'Avvento è il tempo del desiderio. Il desiderio sempre alimentato e mai appagato, che ci fa progredire nella gioia di andare incontro a Colui che non smettiamo di cercare. Là dove c'è un desiderio, c'è un cammino.
Non è l'attesa inquieta per un treno che non arriva. Né l'attesa angosciosa per una persona cara la cui vita è in pericolo. Né l'attesa illusoria di quelli che vivono per un passato scomparso per sempre. E' l'attesa gioiosa dei genitori che si preparano alla nascita del loro bambino. E' l'attesa delle sentinelle rispetto all'alba. Esse sanno che la notte, per lunga che sia, lascerà il posto alla luce del giorno.
E' l'attesa degli amanti della vita. Sono pronti ad accogliere. Essere vivo è essere accogliente. Accoglienza di ciò che sta per venire, di ciò che può arrivare, dell'inatteso, del nuovo. Entrano nell'avventura della vita.
Ma ci sono i delusi della vita che non attendono più niente da lei. Non attendono più niente da se stessi, né dagli altri, né da Dio, né dalla chiesa, né dalla società. Potremmo dire che la loro vita si è fermata, che sono già entrati nella morte" (pag 44) (Edizioni La Meridiana).


Pratiche soporifere

Questo significa, in sostanza, non addormentarci; né rimanere paralizzati sulle rovine del presente, né appostarci come gufi tra le macerie, né ritirarci nel nostro guscio, ma "sporgerci" in avanti per scorgere i segni del nuovo e entrare oggi nella vigna del Signore che è il mondo, nei suoi vari cantieri della solidarietà.
Però, se dagli enunciati scendiamo alla realtà, il "paesaggio" che le comunità cristiane offrono oggi è piuttosto sconfortante: c'è poca vitalità e scarsa creatività. Con il Natale si nota il pesante e monotono ritorno del tradizionalismo. Le stesse leggende natalizie vengono lette in chiave letteralista tra svolazzi di angeli, ossessiva "verginità" di Maria... fuori da ogni contatto con ciò che è veramente successo.
Siamo delle chiese addormentate che svolgono una missione soporifera. Il "bravo cattolico" è spesso colui che si accontenta della predica del parroco, che non si pone troppi perchè, fà qualche opera buona. Gli svolazzi evangelici ci hanno nascosto la concretezza del messaggio sovversivo di Gesù.
C'è una poesia che dà ali per la vita e ce n'è un'altra che serve ad addormentarci, a cullarci nella pace dell'incoscienza. Pensate un momento: la nostra chiesa non ci spinge a lottare contro le manipolazioni televisive, contro le cause della povertà e le radici delle discriminazioni. Questa settimana c'è stata la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ma le parrocchie non si sono mobilitate per questa iniziativa oggi urgente e necessaria. Forse perchè una chiesa patriarcale dovrebbe avere il coraggio di rimettersi radicalmente in discussione e noi maschi dovremmo partire da noi, dai nostri errori, dalla nostra cultura per operare una svolta di conversione.
Tranne pochi autori e poche voci libere, le nostre comunità non sanno ribellarsi a "premasticati vaticani", non sanno scegliere strade diverse, tentare esperienze nuove. Questa è la "crisi" profonda di un certo cristianesimo: si ripetono formule, riti, riflessioni teologiche, percorsi catechistici... e la comunità è sempre di meno un laboratorio in cui, con gioia ed audacia, si cercano vie nuove.

Faccio un esempio stridente di pigrizia pastorale: muore un fratello o una sorella. Che cosa fa il parroco? Se la cava con la consueta recita di un monotono rosario. Ma che non gli venga in mente di preparare accuratamente due o tre brani biblici con un breve commento? Ma come fa a non rendersi conto che le litanie lauretane erano sopportabili in latino, ma ora tradotte diventano divertenti pillole utili solo a conciliare il sonno?
Anche perchè chi eventualmente si azzarda a inoltrarsi fuori del già collaudato, viene richiamato sui sentieri già ben conosciuti: binari morti, ma sicuri! Dove c'è la ricerca si vede l'errore. In un mondo che evolve ad una velocità sorprendente, che pone interrogativi e problemi inediti, può essere ricorrente la tentazione di rifugiarci nel cantuccio del già noto per sfuggire al disagio dell'incertezza. Eppure questo è il cristianesimo che muore o, almeno, vive a due chilometri sopra le nostre teste e soffoca tanti cuori.


NON BASTA BRONTOLARE E PIANGERSI ADDOSSO

Con papa Francesco l'invito a scelte concrete risuona frequentemente, ma poche comunità locali si mobilitano. Una sorda e diffusa opposizione al vescovo di Roma si sta organizzando per difendere la cittadella dogmatica e tutto l'arsenale devozionalistico, tanto caro ai movimenti mariani e fondamentalisti. Le sorti di questa "battaglia" sono assai incerte perchè l'ideologia immobilistica fa presa su larga parte del popolo di Dio, desiderosa di certezze e poco propensa a porsi delle domande.
Ohè, basta con la chiesa dei gnocchi che scendono dal cielo. Se tu sei un credente, fatti idee tue, leggi, informati, non fermarti alla predica del parroco. Chiaro che se ti documenti solo su Avvenire o su La Gazzetta dello Sport, il tuo panorama ecclesiale sarà poco attento a ciò che avviene nelle minoranze ecclesiali, nella ricerca teologica, in Africa, alle lotte per i diritti, alla ricerca di un mondo eco-compatibile, a difesa della democrazia...
Stare svegli può voler dire che qualche volta la sera esco per un dibattito, che cerco qualche libro fuori dal coro, che mi metto in contatto operativo con qualche gruppo, movimento o associazione dove si lavora con l'occhio aperto al collettivo, alla solidarietà.
Anzichè rincitrullirmi davanti al televisore, decido di partecipare ad un gruppo biblico, di leggere un libro di quelli "sconsigliati" dal Vaticano: posso spaziare dalla teologia femminista a tutte le teologie del pluralismo religioso, alle teologie della liberazione. Ovviamente, per trovare bisogna cercare e cercare vuol dire impegno. Ma si assapora una gioia quasi sconfinata quando sentiamo i nostri cuori aprirsi su orizzonti nuovi e i nostri occhi vedere territori inesplorati. C'è - eccome - chi cerca.

Occorre grande fiducia in Dio per tuffarsi a cuore pieno e coinvolto  verso quella chiesa che abbandona la terra ferma delle proprie sicurezze istituzionali e si dirige verso la sponda del Vangelo e dell'impegno solidale.

SIMONETTA FIORI intervista DE RITA

ROMA. «Finora a Roma non c'erano mai stati conflitti etnici nelle microaree: questo è l'aspetto nuovo e preoccupante. Oggi rischiamo di vedere nella capitale quel che era accaduto tempo fa nelle banlieu di Parigi. Per alcuni questo è 1'obiettivo». Giuseppe De Rita analizza le tensioni sociali a Roma e nel paese.
E' la prima volta che succede?
«Nella cultura italiana la prossimità vince sulla differenza. E noi con bangladeshini ed egiziani, cinesi o rumeni abbiamo una consuetudine senza tensioni. Se esco di casa per andare a comprare i mandarini non mi pongo il problema che a venderli sia un egiziano o un tunisino. Questa relazione che io definisco ″di prossimità″ è saltata. Ed è la prima volta che succede nella microarea: da luogo della prossimità è diventata arena del conflitto».
Qui dovrebbe intervenire la politica che è mancata totalmente.
«Se al disagio sociale cresciuto nei casermoni aggiungo altro disagio estremo non faccio che buttare benzina sul fuoco. Il problema è che Roma - non solo Roma, per la verità - è amministrata dall'alto, con una cultura di vertice. E ci si è concentrati di più sulla pedonalizzazione del centro storico - via del Babuino o i Fori - che sulle periferie. Per carità, agli intellettuali e al romano medio la cosa è piaciuta molto, ma Roma non è solo grande bellezza. E questo ha allontanato la politica dalle periferie. E invece è necessario un governo accurato delle microaree, proprio per evitare che la situazione degeneri. Ed esploda nella maniera che abbiamo visto in questi giorni: non era mai accaduto che le periferie del disagio aggredissero la polizia. Succede perché c'è una doppia esclusione su cui si innesta un'altra componente non trascurabile».
Quale?
«Un universo di violenza che sta tra la politica di estrema destra e il tifo calcistico ultrà. Questa componente e stata lasciata libera in questi anni. E' cresciuta, si esibisce nelle periferie, sfida le forze dell'ordine. Mette insieme cose diverse, la voglia di fare a botte e l'idea di creare una base politica, coltivata da varie case, casette, centri e associazioni. Una sorta di nuova destra antagonista».
La politica o manca completamente oppure cerca di cavalcare la rabbia.
«Sono gruppi che tentano di soffiare sul fuoco. Poi arriva Salvini da Milano per annusare l'aria che tira tra rancore e disagio».
La politica è mancata anche nel permettere che la città crescesse male.
«Sì, Roma è costruita male. Nelle sue periferie finisce per incubare disagio, violenza e un'antropologia di ″esagitazione″. Ogni tanto mi capita di farci un salto - nel quartiere Caltagirone, a Tor Bella Monaca, all'Acqua Bullicante - ed è una desolazione totale. Parlo con i parroci, che non sanno niente degli abitanti. Si ritrovano tra loro solo in rosticceria o - i delinquenti - a spacciare per strada. Roma è anche una città completamente ferma: non mi era mai capitato di vedere così tante serrande abbassate, e quelli erano i negozi che davano lavoro agli immigrati. Inoltre la città non è governata e il disagio si percepisce ovunque, non solo a Tor Sapienza. M'incavolo anche se devo aspettare l'autobus un'ora e mezza a San Giovanni, non solo in periferia.

(Repubblica 15 novembre)

JEAN VANIER

L'incontro tra forza e debolezza può permettere un'interazione in cui chi è più debole trova una certa sicurezza per vivere e per crescere, mentre chi è più forte impara ad accogliere la propria vulnerabilità.

DANILO DOLCI

C'è chi insegna guidando gli altri come cavalli, passo per passo: forse c'è chi si sente soddisfatto così guidato.

mercoledì 26 novembre 2014

PAPA BERGOGLIO ALL'UNIONE EUROPEA

Non demonizza nessuno. "Non chiudo la porta al dialogo con l'is". Parla delle condizioni umane, delle persone in palazzi istituzionali in cui si né perso il senso della esistenza quotidiana delle persone.
Parla della solitudine e di vuoto esistenziale.
La politica deve riconnettersi con la vita di tutti i giorni delle persone. Il papa ha i piedi per terra . I Parlamenti svolazzano tra progetti, enunciazioni, proclami che non contattano la realtà. Il papa ha ricordato che ormai sono due mondi sconnessi

CON LA TESTA VOLTATA DAVANTI ALLA VIOLENZA: REPUBBLICA.IT

Con la testa voltata davanti alla violenza

di MICHELA MARZANO

Ormai lo sappiamo bene che, quando si parla delle violenze contro le donne, le leggi, per quanto efficaci, non sono sufficienti. Ormai siamo consapevoli che la violenza non può essere del tutto eliminata, e che sarebbe illusorio pensare di debellare del tutto la pulsione dell'aggressività. Come ogni pulsione però, anche l'aggressività può essere contenuta. Insegnando a tutti, fin dalla più tenera età, quelle che Freud chiamava le dighe psichiche, in particolare la compassione.

Che dire però quando ci si rende conto che è proprio la compassione, oggi, a essere rara? È proprio questo che mostra un "esperimento sociale" condotto recentemente in Svezia. Con una telecamera nascosta, gli attivisti  Sthlm Panda hanno osservato le reazioni di 53 persone che, in ascensore, assistevano al litigio furioso di una giovane coppia. Mentre lui urla, prende per il collo la compagna e la scuote violentemente, lei subisce silenziosamente, incapace anche solo di chiedere aiuto. Ovviamente si tratta di due attori, ma nessuno degli spettatori lo sa e, almeno in teoria, potrebbe intervenire, intromettersi, dire o fare qualcosa per aiutare la giovane donna.

Invece che succede? Niente, purtroppo. Assolutamente nulla. A parte una donna che alza la voce minacciando di chiamare la polizia, gli altri 52 passeggeri restano silenziosi, giocano imbarazzati con il proprio cellulare, aspettano che l'ascensore si fermi ed escono non appena si aprono le porte. Qualcuno potrebbe obiettare che è per paura o per mancanza di coraggio che nessuno osa intervenire. Ma visto che, una volta usciti dall'ascensore, i testimoni se ne vanno via senza nemmeno porsi la questione di lanciare l'allarme o chiamare qualcuno, più che di viltà si dovrebbe parlare di mancanza di compassione e di indifferenza. Perché continuare a indignarsi quando si legge sui giornali che l'ennesima donna è vittima di violenze quando poi, avendone l'occasione, non si interviene? Perché riempirsi la bocca di buoni propositi quando poi, di fronte alla violenza, ci si volta dall'altra parte e si fa finta di niente?

Il male, diceva Hannah Arendt, è talvolta banale. Non di per sé, certo. Ma perché lo si commette banalmente. Talvolta per opportunità. Talvolta per negligenza. Talvolta anche solo per assenza di compassione e per indifferenza. Come si fa a dire di voler combattere veramente la violenza contro le donne quando poi, di fronte all'evidenza, si fa finta di nulla?
Twitter: @MichelaMarzano



La Bibbia si attualizza?

Presento qui un capitolo ancora attuale del testo "Gli anni dell'impotenza: mistica e politica", 1982 (Bra : Comunicazione), pp. 64-69. Lo scrissi per un incontro del 1981 per alcune comunità che stavano iniziando un percorso di lettura biblica. Lo ripropongo oggi tale e quale in un momento in cui nella mia comunità si verifica una vera e gioiosa riscoperta della Bibbia.


     Questa riflessione ruota attorno a una questione di fondo: è corretto parlare di attualizzazione della Bibbia? Si può attualizzare la Bibbia?
     Una osservazione 'diacronica' della nostra esperienza di lettura della Bibbia (diacronìa è il carattere dei fatti osservati dal punto di vista della loro evoluzione nel tempo) può facilmente evidenziare che il metodo della lettura stessa è sottoposto ad una continua evoluzione: una vera e propria costruzione a tappe. Attorno ad un nucleo centrale (lettura di fede, lettura comunitaria, storico-critica e politica) si verificano continue oscillazioni (dimensioni ora più sottolineate, ora quasi dimenticate e poi riprese) e continue acquisizioni. Si tratta non tanto di una affermazione generale, ma di una constatazione che ritengo rilevabile dall'analisi del cammino della maggior parte delle comunità.

1)   Persistenti «disturbi di comunicazione»
     Nonostante il buon lavoro svolto in questi anni a livello di riappropriazione di strumenti per la lettura della Bibbia, andrei cauto nel dare per acquisito il metodo storico-critico all'interno dei nostri gruppi e delle comunità di base.
     Troppo spesso lo spessore delle mediazioni culturali, della distanza storica e della irriducibile diversità di culture del mondo biblico e del nostro viene sottovalutato nel nostro lavoro ermeneutico, nella nostra lettura comunitaria. In questo passaggio da fede a fede non è sempre così facile fare i conti con la fede biblica e i suoi interpretamenti culturali, senza cadere in facili deduzioni, più o meno immediate e dirette. La continuità nella stessa fede si coniuga con la discontinuità nelle culture. Occorre dunque confrontarci con la fede di Abramo, Mosè, dei profeti, di Maria, di Gesù… lasciando però cadere la loro cultura. E' il continuo processo di deculturizzazione e di inculturazione.
     Sembra dunque non essere eccessiva la sottolineatura precedente nel senso che, anche nella pratica del metodo storico-critico, sovente ci si è fermati ad una lucida intuizione, ma anche alle soglie di una reale riappropriazione.

2)   E' corretto parlare di «attualizzazione»?
     Non sembra una domanda cavillosa, inutile o bizantina? Si tratta piuttosto di una questione che va oltre i discorsi di metodo. Certo, l'istanza che sta sotto il concetto di attualizzazione è positiva e rilevante: si tratta di una Parola viva che opera oggi, nel mondo e nella nostra vita; essa è capace di interpellarci sempre e non ha perso senso e vigore nel nostro tempo. Non potrebbe sostenere la nostra fede, se non fosse una Parola valida per oggi.
     Più che di attualizzazione della Parola di Dio io parlerei di «convivenza» della Parola di Dio nella nostra vita: il nostro convivere con la Parola e il convivere della Parola con noi. Più che di attualizzare la Parola si tratta, a mio avviso, di ascoltare oggi questa Parola per assumere, davanti a Dio e nella forza dello Spirito di Gesù, le decisioni che dobbiamo responsabilmente assumere.
     A mio avviso si tratta di 'castigare' e di frenare le nostre frette attualizzanti; anzi, è forse utile domandarci se la stessa parola «attualizzazione» sia idonea a rendere il concetto che vogliamo intendere con questo collegamento sorgivo alle fonti profetiche ed apostoliche della nostra fede.

Espongo qui alcuni rischi dell'attualizzazione:

A) Il primo è quello già accennato. Può infatti succedere che si saltino completamente o si percorrano a gran trotto delle mediazioni culturali invalicabili con deduzioni travisanti che suonano come vere e proprie manomissioni del testo. Il pericolo allora diventa quello di giustapporre semplicemente o di trasferire incautamente dei dati culturali a tutto scapito del confronto con il dato di fede. I due piani possono facilmente venire confusi ed
allora non avviene alcun vero confronto di fede oppure esso è oggettivamente sfasato.

B) Chi e più preso dall'istanza 'attualizzante' rischia di cadere in un «presentismo» miope e soffocante. Quando si esalta l'attualità si rischia di diventare prigionieri del presente e di perdere sia la distanza critica da esso sia un respiro più ampio, «cattolico», cioè capace di guardare al di là del contingente per situarlo in un orizzonte storico. Il rischio del presentismo e appunto quello di far perdere la memoria, di farla cadere, oppure di ridurla ad una pura sequela di fatti, semplicemente come vagoni ferroviari messi uno di seguito all'altro, uno accanto all'altro... senza organizzare il convoglio.
     Il rischio è anche quello di ridursi a registrare gli umori, il flusso e riflusso delle varie stagioni culturali, dei problemi del momento, siano essi sociali, politici oppure esistenziali; di ridursi ad una mera copia, una reduplicazione o ripetizione delle maree esistenziali nel tentativo di dare risposte cristiane valide per noi.
     Chi è più inserito in una 'pratica di memoria' sarà meno tentato di lasciarsi circoscrivere e avviluppare, fasciare dal presente e catturare dall'attualità, nella sua forza 'assorbente' in modo totalizzante.
     Qualche volta l'ascolto della Parola di Dio deve accettare l'inattualità, rimettere in luce
le «verità dimenticate», far risuonare delle voci non immediatamente o non per nulla avvertite come utili.
     Per contro va anche detto che chi è più attento alla memoria può correre il rischio di non cogliere le emergenze dell'oggi, di interpretare tutto in chiave di semplice continuità eliminando la rottura... Il presente non è solo l'imprescindibile orizzonte di comprensione entro il quale noi osserviamo, ma è ancor più una fonte originaria di nuove esperienze, di nuove idee, di nuove chiamate e di nuove decisioni e tale sua pregnanza non può essere trascurata.
     Forse si tratta di non separare artificialmente passato e presente, ma di lavorare ad un futuro nuovo con una radicazione creativa nel passato; in sostanza di non disgiungere
l'istanza dell'oggi da quella della «memoria». La memoria sta alla fede cristiana come le radici all'albero. Essa conferisce nuove capacita 'visive' agli occhi della nostra fede, proprio in vista del discernere oggi la volontà di Dio.

C) Altro rischio della attualizzazione è costituito, a mio avviso, dal tentativo frequente che noi siamo indotti a compiere di « scaricare» su Dio le decisioni che dobbiamo assumere noi, su nostra totale responsabilità. La Bibbia non è un testo «suggeritore» delle nostre decisioni, ma è piuttosto la testimonianza di come uomini e donne, nella loro vita di fede, hanno maturato le loro decisioni al cospetto di Dio. Il messaggio biblico non viene dunque incontro a noi con un prontuario di risposte. Il Dio di Gesù Cristo non ci permette di deresponsabilizzarci, ma spinge al massimo la nostra responsabilità.


3)   Una lettura di fede che comunichi con la vita d'ogni giorno
     Dicendo che non dobbiamo aspettarci dalla lettura della Bibbia delle immediate attualizzazioni, non si vuole certamente incentivare un approccio cerebrale, 'devitalizzato', cioè privato di collegamento con la vita. Tutt'altro! Si vuole solo vigilare sulla qualità di questo rapporto Bibbia-Vita quotidiana. Quello che io suggerisco è dunque un modo più «convivente e contemplativo» che miri a costruire in noi un modo di «stare con la Parola di Dio» più che la preoccupazione di estrarre delle risposte. Come direbbe Giovanni, l'importante è che la parola resti, dimori in noi. Questa «contemplazione» stimola e conduce ai vertici della maturità cristiana e ci abitua a vivere al cospetto di Dio come persone responsabili. La lettura della Bibbia diventa allora la mia-nostra aggregazione alla lunga e grande carovana dei cercatori di Dio e della sua volontà. Le loro decisioni di fede non sono da ricopiare, ma mi stanno davanti come provocazioni a dare ed arrischiare
oggi la mia-nostra risposta, sapendo che Dio è sempre inesauribile nelle sue presenze e nelle sue chiamate.
     Ma come promuovere una più estesa «convivenza» della Parola di Dio con la nostra vita, se poi si mette in dubbio la legittimità della attualizzazione?
     La cosa può sembrare una contraddizione, ma non è cosi. Per chi cerca profondamente di mettersi in sintonia con la lunga carovana dei ricercatori di Dio, per chi entra nell'animus profondo di Gesù di Nazareth, l'uomo completamente aperto e disponibile ai segni di Dio, nasce non più l'esigenza di dedurre dalla Parola una precisa ispirazione operativa, ma una maniera di colloquiare con la Scrittura che è molto simile al rapporto che esiste con una sorgente di vita.
     Si tratta di un rapporto che fruisce di una grande libertà e di un profondo istinto di fede. Infatti non si tratta di una parola utile ad ogni uso ed abuso, ma inesauribile nelle sue possibilità: «Le sacre Scritture possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Gesù Cristo. Tutta la scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2 Tm. 3, 14-16). Essa è parola che istruisce (Rom. 15,4) non meno che parola di esortazione (I Cor. 14, 3), di conforto, di speranza, di conferma nella fede
.
     Il cristiano che legge non potrà mai dimenticare che «la Parola è vicina». «Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te né troppo lontano da te. Non è nel cielo perché tu dica: chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare perché tu dica: chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Anzi, questa parola è molto vicina a te, e nella tua bocca, e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» (Deut. 30, 11-14). Perciò bisogna farne il centro delle proprie brame (Salmo 119 vv. 1-2-3), ma è anche vero che «il diavolo porta via la Parola dal cuore» (Lc. 8, 12).
     Essa è «Parola di salvezza» (Atti 13, 26), ma anche «Parola della croce» (I Cor. 1, 18), «Parola di riconciliazione» (II Cor. 5, 19); «Parola di verità» (II Cor. 6, 7), «Parola della vita» (Fil. 2, 15) da tenere alta, «Parola della giustizia» (Ebr. 5,13), «Parola profetica» (II Pt. 1, 19). Essa è Parola che mette in piedi anche i morti e dà speranza (Ezechiele 37). Si tratta di una Parola che cerca ancora e sempre di farsi carne (Gv. 1, 1-18).
     Alcuni testi conciliari ricordano la fecondità propria e diffusa della Parola di Dio quando si familiarizza con essa: «Nella Parola di Dio è insita tanta efficacia e potenza da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell'anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale» (DV 21). «L'alimento delle Scritture illumina la mente, corrobora le volontà, accende i cuori degli uomini all'amore di Dio» (DV 23).

     Nella nostra vita di fede il contatto continuo e l'assiduità all'ascolto della Parola di Dio ci danno quel sostegno, quel vigore di cui abbiamo bisogno. Noi infatti abbiamo veramente bisogno di sostegno, di vigore, di cibo, di sorgente che rigeneri le nostre forze, di menti illuminate, di volontà corroborate, di cuori accesi. Questo linguaggio poetico della Bibbia, della Patristica e del Concilio ci suona vero per la nostra vita di ogni giorno in cui sovente ci manca la luce per discernere e la forza per agire. La lettura della Parola diventa la sorgente che fornisce di acque il povero torrentello della nostra fede. Non è la sorgente che dispensa il torrente dall'aprirsi la strada, ma è la sorgente che gli garantisce l'acqua!
     In questo continuo attivare le fonti, in questo continuo riandare alle sorgenti, c'è posto per il singolo come per la comunità. Ma è proprio nel cammino comunitario che, nell'incontro delle esperienze diverse e molteplici, non abbiamo mai finito di scoprire tutte le inesauribili possibilità di questa parola. Non si tratta di opporre le due dimensioni, ma neppure di farle coincidere o di eliminarne una a vantaggio dell'altra.

Franco Barbero

NOTE

(1) G. GUTIERREZ, La forza storica dei poveri, Queriniana, Brescia 1981.
(2) Idem.
(3) A. HELLER, Per cambiare la vita, Editori Riuniti, Roma 1980.
(4) J.M. POHIER, Ricerche di teologia e psicanalisi, Cittadella, Assisi 1973.
(5) Idem.
(6) CH. LASCH, La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano 1981.
(7) Idem.
(8) Idem.
(9) P. SOLIGNAC, La nevrosi cristiana, Borla, Roma 1977.
(10) Idem.
(11) Idem.
(12) J.M. TILLARD, in La fede nel pluralismo della cultura, Cittadella, Assisi 1979.
(13) I. B. METZ, Al di la della religione borghese, Queriniana, Brescia 1981.
(14) Idem.
(15) F. BARBERO, in Fede e Resistenza, Tempi di Fraternità, Torino 1981.
(16 J.B. METZ, opera citata.
(17) G. PIANA, in La necessità dell'inutile, Marietti, Torino 1981.
(18) G. GUTIERREZ, La forza storica dei poveri, Queriniana, Brescia 1891.

Robot e posti di lavoro

Non sono gli immigrati che ci rubano il lavoro, ma i robot e tutta l'innovazione tecnologica dell'universo digitale. Questo storico contrasto fra posti di lavoro e rivoluzioni meccaniche, elettriche, informatiche sembra dimenticato quando si discute sulla disoccupazione, sul precariato, sulla chiusura di tante imprese. Nel mercato globale, senza dogane e protezioni, è necessario che i tuoi prodotti siano competitivi, cioè costino di meno e siano all'avanguardia. Per questo ci vogliono investimenti pubblici e privati nella ricerca e nell'innovazione tecnologica (non c'è governo, sindacato, industriale che non li dichiari prioritari!). Ma se l'innovazione migliora i processi produttivi, e anche perché il nostro robot fa da solo il mestiere di tre o quattro dipendenti. Le macchine intelligenti modificano radicalmente interi settori lavorativi. Quando si dice che soltanto con la crescita si potrà diminuire l'attuale drammatica disoccupazione bisognerebbe dire in quale direzione occorre andare perché insieme alla crescita ci siano più posti di lavoro (e non meno).
Secondo una ricerca dell'Università di Oxford, nei prossimi dieci anni in Gran Bretagna si perderanno 10 milioni (non migliaia) di posti di lavoro sostituiti dalle macchine intelligenti, a cominciare dai lavori più ripetitivi e meno pagati: nei trasporti, nelle costruzioni, vendite, amministrazioni, energia… Le capacità più richieste per essere assunti sono la padronanza del mondo digitale, la creatività, lo spirito imprenditoriale, la capacità di risolvere i problemi… Prepararsi a questo futuro inevitabile per i giovani, ma anche per i cinquantenni dovrebbe essere il vero compito dello Stato, dell'Università, delle imprese, dei sindacati. Senza dimenticare che vi è uno spazio enorme di occupazione, dove i robot non servono: quello dei lavori di cura delle persone, del territorio, dell'ambiente, del nostro patrimonio storico e artistico. Dovrebbero essere queste le grandi opere pubbliche, con migliaia di nuovi posti di lavoro.
Marco Rostan

(Riforma 21 novembre)

don Luigi Ciotti

Coraggioso è chi guarda in faccia le proprie fragilità e le affronta ("il coraggio di avere paura"): chi lotta per sconfiggere una dipendenza, per uscire da una situazione di violenza, per riparare a un errore commesso.

Coraggioso è chi, in ogni situazione della vita, alle scorciatoie della furbizia, dell'inganno e della prepotenza preferisce la fatica della responsabilità. In questo senso, il coraggio è qualcosa di profondamente legato alla nostra capacità di essere pienamente e consapevolmente liberi e di essere in grado di salvaguardare la nostra dignità.

“Medaglia miracolosa”: festa a Luserna Alta

Giovedì 27, nella chiesa dell'Immacolata a Luserna Alta, si celebra la festa della Vergine Maria della Medaglia miracolosa. Alle 20,15 la recita del Rosario seguita dalla concelebrazione dell'Eucarestia, presieduta dal vescovo di Pinerolo mons. Debernardi.

Per il vescovo di Pinerolo, "gran madonnaro", non c'è festa, medaglia, reliquia che possa essere tralasciata. Siamo proprio al devozionalismo. Finché tiriamo fuori delle medaglie miracolose la Bibbia resta nel cassetto. Bisogna scegliere tra le medaglie e le reliquie e la Parola di Dio.

Franco Barbero

SIRIO POLITI

È il mettere le radici che rovina. Il circondare di siepi il campo, e di mura le città e di confini la terra. E di egoismo il cuore e di interessi personali io proprio dovere di vita.

Eco: perché non possiamo non difendere il liceo classico

TORINO. Come fare senza liceo classico, senza quei cinque anni passati tra greco e latino, italiano e storia, che continuano a sfornare la classe dirigente italiana? Pare impossibile, e infatti il classico è stato assolto "perché il fatto non sussiste" ieri al suo processo torinese. Hanno prevalso le ragioni di Umberto Eco, che reggeva la difesa, contro quelle di Andrea Ichino per l'accusa. «Cancellare la cultura umanistica significa cancellare la memoria. Non è una buona idea, se già oggi di fronte alla domanda su quando Mussolini e Hitler firmarono il loro primo accordo la maggior parte dei giovani non è in grado di rispondere: 1936», ha spiegato Eco. E ha condotto la sua perorazione anche attraverso l'informatica: «Chi scrive i software non è un semplice risolutore di equazioni, come già ha spiegato Steve Jobs. Sarebbe interessante sapere quanti hanno una cultura umanistica tra i giovani che fondano start up». Per l'economista Ichino, invece, «il liceo classico si basa sull'inganno». Eco ha sostenuto che solo una nuova passione per latino e greco, «da parlare in modo elementare e senza smettere di indagare sulle loro civiltà», può consentire al classico di restare liceo per antonomasia.
Vera Schiavazzi

(Repubblica 15 novembre)

martedì 25 novembre 2014

UNA RIFLESSIONE PREZIOSA


Qualche riflessione dopo la nota amara di Umberto Veronesi
Gentile don Franco Barbero, qualche riflessione, chetatasi la piccola tempesta seguita alla nota amara di Umberto Veronesi: "Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio", e alla risposta dello scienziato Zichichi: "Dio esiste e la prova è l'universo".

Umberto Veronesi non ha detto niente di nuovo, lui ha visto nel cancro la prova della non esistenza di Dio, cento anni fa un medico avrebbe potuto vedere nella tubercolosi la prova della non esistenza di Dio. Niente di nuovo, perché in realtà Umberto Veronesi ha visto la prova dell'inesistenza di Dio nella presenza del male nel mondo. E' questa non è una novità. Così come non è una novità considerare l'universo una prova dell'esistenza di Dio. I filosofi hanno esposto diverse prove dell'esistenza di Dio, ma queste non sono mai servite a trasformare un ateo in un credente. Gli atei non hanno bisogno si diano prove dell'esistenza di Dio. Neppure i credenti hanno bisogno di prove dell'esistenza di Dio. I credenti, o perlomeno molti credenti, hanno bisogno della inesistenza di prove della inesistenza di Dio. Perché sono queste che tormentano un credente: le prove del silenzio di Dio, dell'assenza di Dio.  Sono queste che vorrebbero non esistessero. Sono le mancate risposte alla domanda che un credente come Benedetto XVI fu indotto a porsi nel 2006 ad Auschwitz: «Perché Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto quest'eccesso di distruzione e questo trionfo del male?». Benedetto XVI ha continuato a credere anche se il Signore non ha risposto, non tutti però sono disposti a continuare a credere. C'è chi continua a credere di avere un padre, anche se questi non aiuta i figli nel momento del dolore, non interviene per lenirlo, e c'è chi comincia a dubitare d'avere un padre.

Miriam Della Croce

 

IN DIALOGO

Gentile Miriam Della Croce,

non ho certo la pretesa di aggiungere pensieri inediti alla questione del "dolore assurdo". Non posso chiamarlo diversamente perchè, se esso colpisce gli/le innocenti, ha cause concrete che la scienza, a mio avviso, scoprirà. Per me il cancro e Dio non stanno in rapporto. L'autonomia del biologico e le cause ambientali mi permettono di darmi una spiegazione della malattia, non del dolore connesso, con tutti gli interrogativi che rispetto e che trovo nella Bibbia in lungo e in largo, in Giobbe, in Qohelet e nei Salmi.

Lo straripamento del male sulla terra porrà sempre domande "al cielo". Io vivo la fede come invio nel mondo e per questo non posso scaricare su Dio le responsabilità.

Rispetto l'interrogativo "infinito", ma le responsabilità sono umane, nostre, storiche e persino precise. Dio non è interventista: cerco e adoro la Sua presenza come vento che ci spinge al bene e alla responsabilità. Lì incontro la Sua presenza attiva, come forza che non mi lascia solo e mi accomapagna.

A Benedetto XVI vorrei rispettosamente chiedere: perchè noi cristiani abbiamo taciuto davanti allo sterminio? Non dovevamo noi dare voce a Dio, al Dio degli oppressi di cui ci riempiamo la bocca? Né mi affascinano le riflessioni troppo geometriche di Jonas. Io non mi rifugio nel mistero per acquetare le domande - tutte e sempre rispettabili - ma non colloco Dio nel perimetro filosofico o nella teologia, oggi tanto di moda, del Dio impotente. Dio non sta nel quadro dei miei pensieri e accetto un'alterità senza cornice, una presenza che spesso non convince. Mi basta sapere che mi ascolta e che, per fortuna, non mi esaudisce. Ma questo Dio, lo so , dà tanto spazio ai dubbi e all'ateismo. Non sarà che, paradossalmente, ci vuole liberi anche da Dio? Cioè dal "dovere" di accettarLo?

Grazie delle sue riflessioni e gradisca un cordiale saluto.

don Franco Barbero