giovedì 30 ottobre 2014

COSA VEDI GEREMIA?

O Dio,
che sei primavera eterna
e sole sempre giovane
io vedo il ramo di mandorlo,
un mandorlo in fiore...
e vedo anche la caldaia bollente,
un pentolone di sciagure
che mette a rischio la vita
delle Tue creature.
Ecco, o Dio, la nostra vita
davanti a Te
in quest'ora difficile
in cui sembra, come ai tempi di Geremia,
prevalere l'arroganza dei potenti
ricchi di denaro, di parole e di bombe.
Ma io conto
su di Te, Dio della vita.
No: non c'è solo l'oppressione
che uccide o illude:
quanti mandorli Tu fai fiorire
nelle vie del mondo.
Come il profeta Geremia,
i miei occhi vedono il mandorlo in fiore,
e ne sentono il profumo.
O Dio, Ti ringrazio
per tutti i rami di mandorlo
che mi hai fatto incontrare,
per tutti i ramoscelli fioriti
che mi hai fatto vedere.
Quanti segni, quanti incontri,
quanti "miracoli" sul mio cammino,
quante persone, profumate del Tuo amore,
mi hanno regalato il loro affetto,
mi hanno sostenuto nella stanchezza,
mi hanno parlato di Te con calore,
hanno fatto strada con me,
hanno pregato, sofferto,
lottato e gioito con me.

Signore,
quanti mandorli fioriti
non ho saputo vedere nel corso degli anni.
Aiutami ad accorgermi
di ogni fiore che sboccia,
di ogni primavera che rispunta,
di ogni passo che va verso la vita
perché gli spettacoli dei potenti
non spengano la gioia del mio cuore
e non soffochino la speranza.
 ( Franco Barbero, L'ultima ruota del carro, pag 15-16

FAMIGLIA : COSA VUOLE LA CHIESA?

p. José María CASTILLO

Che cosa vuole risolvere la chiesa in riferimento ai problemi che maggiormente preoccupano la famiglia in questo momento?

Come è logico, la prima cosa che attira l'attenzione – e che risulta difficile spiegare – è che i problemi trattati al Sinodo non sono quelli che maggiormente interessano e preoccupano la grande maggioranza delle famiglie nel mondo.

L'angoscioso problema della casa, il problema di una paga giornaliera o di uno stipendio con cui arrivare degnamente alla fine del mese, il problema della salute e della sicurezza sociale, quello dell'istruzione dei figli.

O, almeno, questi argomenti così gravi e che angosciano la gente non sono stati – a quanto ci risulta – problemi centrali all'ordine del giorno di nessuna delle commissioni o sessioni del Sinodo.

Questo dà motivo di pensare o magari sospettare – almeno in linea di principio – che quelli che hanno preparato e organizzato i lavori del Sinodo sono persone che possono dare l'impressione di essere più preoccupati per i dogmi cattolici e per la morale predicata dal clero che per le sofferenze e umiliazioni che stanno sopportando molte famiglie, anche più di quante immaginiamo.

Non è necessario essere né saggi né santi per rendersi conto di questo, per farsi logicamente la domanda che ho appena posto. E che nessuno mi dica che gli argomenti che ho appena indicato sono problemi che devono essere risolti dagli economisti e dai politici.

Anche nell'ipotesi che quello che ho detto è un argomento che riguarda direttamente l'economia e la politica, ci devono pensare però solo gli economisti e i politici? Ed allora? La sofferenza, la dignità, la sicurezza e i diritti della gente, i diritti fondamentali delle famiglie, non ci devono interessare, né possiamo o dobbiamo far nulla?

Questa è la prima grande questione che, a mio modesto parere, dovrebbe interessare soprattutto, e prima di qualsiasi altra cosa, la Chiesa, e soprattutto i suoi capi. Lo dico per tempo, quando ancora abbiamo un anno davanti a noi per giungere alle conclusioni del Sinodo.

Però, arrivando ai problemi che il Sinodo ha trattato, la mia domanda è la seguente: alla gerarchia della Chiesa, che cosa maggiormente le interessa o la preoccupa? Gente che “si ama”? O gente che “si sottomette”?

Confesso che queste domande mi sono venute in mente pensando e ricordando quello che io stesso sto vivendo nel mondo ecclesiastico da più di 60 anni, vale a dire, da quando sono coinvolto in ambienti clericali.

Tanto in Spagna che fuori dalla Spagna, quello che ho percepito negli ambienti di Chiesa è che i problemi dell'economia e i temi sociali di solito non preoccupano troppo. Perché normalmente tali problemi (nelle istituzioni ecclesiastiche) sono risolti.

Mentre i temi legati all'ortodossia dogmatica (sottomissione alla gerarchia) e al sesso (osservanza della morale), non solo sono di solito molto preoccupanti, ma con frequenza risultano quasi ossessivi o sfioranti l'ossessione.

La conseguenza, che di solito deriva da questo stato di cose e che la gente nota molto, è davanti agli occhi di tutti: i vescovi non sono soliti parlare (o si limitano ad allusioni generiche) della corruzione politica e delle sue conseguenze, mentre quegli stessi vescovi sono soliti levare alte grida al cielo se la questione posta è il problema dei matrimoni tra persone omosessuali o, in generale, problemi legati al sesso.

Ecco, per fare un esempio, vediamo la differenza di trattamento che ricevono, in tanti confessionali, i capitalisti e i banchieri oppure i gay e le lesbiche.

Tutto questo ci porta – a mio parere - ad una domanda molto più radicale: perché le religioni affrontano in maniera tanto diversa i problemi legati alla “proprietà dei beni” e i problemi che si riferiscono alle “relazioni affettive tra le persone”?

Dal punto di vista della sociologia, uno degli specialisti più riconosciuti in questa materia, Anthony Giddens, ha scritto: “La famiglia tradizionale era soprattutto un’unità economica. L’attività agricola normalmente coinvolgeva tutto il gruppo familiare, mentre fra benestanti e l’aristocrazia la trasmissione della proprietà era la base principale del matrimonio. Nell’Europa medievale, il matrimonio non era contratto sulla base dell’attrazione amorosa, e nemmeno era considerato il luogo dove tale attrazione dovesse sbocciare (Un mundo desbocado, pp. 67-68. [trad. it., Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, Il Mulino, Bologna 2000]).

In realtà, “la proprietà dei beni” (e non “l'affetto tra le persone”), come fattore determinante della famiglia tradizionale, viene da più lontano e trae la sua origine in un'altra fonte: il diritto.

Come si sa, la famiglia era l'unità che interessava al primo diritto romano. Quel diritto non si occupava di ciò che succedeva dentro la famiglia. Le relazioni tra i suoi membri erano una questione privata, nella quale la comunità non interveniva.

La famiglia era rappresentata dal suo capo, il paterfamilias, nel quale si concentrava tutta la proprietà familiare. E tutti i suoi discendenti, in linea paterna stavano sotto il suo controllo. Nessun figlio poteva sfuggire al suo potere.

Più ancora, un figlio non smetteva di restare sotto il potere del padre fino a che non fosse diventato adulto e, fino a che non morisse il padre, non poteva neanche avere proprie proprietà. Conseguentemente, tutta la proprietà familiare si manteneva unita e le risorse della famiglia, come un tutto, si rafforzavano (Peter G. Stein, El Derecho romano en la historia de Europa, pp. 7-8 [trad. it., Il diritto romano nella storia europea, Cortina Raffaello, Milano 2001]).

L’aspetto notevole è che la Chiesa ha fatto pienamente suo questo diritto. In maniera tale che, per esempio, il concilio di Siviglia, dell’anno 619, definisce il diritto romano come lex mundialis, cioè la legge per antonomasia alla quale dovrebbero sottomettersi tutti i popoli (cf. E. Cortese, Le Grandi Linee della Storia Giuridica Medievale, Il Cigno GG Edizioni, Roma 2000, p. 48).

Ebbene, in questo contesto di idee e di leggi risulta comprensibile e logico che la Chiesa, man mano che si andava adattando alla cultura e al diritto ereditato dall'Impero romano, ugualmente assumeva e integrava nella sua vita e nel suo sistema organizzativo quello che era comune alle altre religioni.

Mi riferisco a quello che, con ragione, ha detto uno dei più riconosciuti specialisti in materia: “La religione è generalmente accettata come un sistema di ranghi, che implica dipendenza, sottomissione e subordinazione a superiori invisibili” (Walter Burkert, La creación de lo sagrado, p. 146 [trad. it., La creazione del sacro. Orme biologiche nell'esperienza religiosa, Adelphi, Milano 2003]).

Ecco perché le teologie e i rituali delle religioni, se in qualcosa insistono e in qualcosa sono simili le une alle altre, è proprio per quanto riguarda la “sottomissione”. E risulta che, per quanto riguarda concretamente questa sottomissione, i rituali che la creano, la fomentano e la mantengono, “non sono limitati da una religione particolare, ma si trovano in tutto il pianeta, e si può dimostrare che alcuni sono preumani” (op. cit., p. 156).

La sottomissione, a partire dalle società preumane, si esprime creando l'impressione che uno produce inchinandosi, inginocchiandosi, stendendosi a terra, strisciando, insomma tutto quello che “non ingrandisce”. Ed è dimostrato che i rituali religiosi coincidono tutti in questo (K. Lorenz, On Aggression, Nueva York, 1963, pg. 259-264 [trad. it., L’aggressività, Il Saggiatore, Milano 2008]; I. Eibl-Eibesfeldt, Liebe und Hass: Zur Naturgeschichte elementarer Verhaltensweisen, Munich, 1970, pp. 199 ss [trad. it., Amore e odio. Per una storia naturale dei comportamenti elementari, Adelphi, Milano 1996]).

Ebbene, la cosa più sorprendente, in tutta questa problematica, è paragonare questi supposti elementi base della famiglia e della religione con quanto raccontano i vangeli che diverse volte fanno riferimento tanto alla famiglia quanto alla religione.

Sappiamo, infatti, che Gesù, sia per quanto si riferisce alla famiglia sia per quanto riguarda la religione, ha assunto pubblicamente e senza ambiguità un atteggiamento sommamente critico. Mi spiego.

Per quanto riguarda la religione, i vangeli ci informano degli scontri e dei conflitti costanti e crescenti avuti da Gesù con i dirigenti religiosi e i loro rituali. A questo si riferiscono gli scontri con gli scribi e i farisei, con i sommi sacerdoti e gli anziani, persino con lo stesso tempio di Gerusalemme.

Fino a giungere all’arresto da parte delle autorità religiose, al processo, alla condanna e all'esecuzione violenta nel tormento dei crocifissi, i lestái (Mc 15,27: Mt 27,38), vale a dire, non semplici ladroni, ma i ribelli politici, come spiega Flavio Giuseppe (H. W. Kuhn: TRE vol. 19,717).

Gesù è stato l'uomo più profondamente religioso che possiamo immaginare. Ma la religione di Gesù è stata spostata dal modello stabilito: la sua religione (come il Dio che rappresentava) non è stata centrata nel “sacro”, ma nell' “umano”.

Questo è centrale per comprendere il vangelo e tuttavia non è centrale per comprendere la teologia cristiana. E non è neanche al centro della vita della Chiesa.

Per quello che si riferisce alla famiglia, è certo che le relazioni di Gesù con la sua famiglia furono tese e complicate: i suoi parenti lo presero per pazzo (Mc 3,21) e non credevano in lui, lo disprezzavano perfino (Mc 6, 1-6; cf Gv 7,5).

D'altra parte, la prima cosa che Gesù chiedeva a coloro che volevano seguirlo, era di abbandonare la propria famiglia (Mt 8,18-22; Lc 9, 57-62). E quando un giorno gli dissero che lo cercavano sua madre e i suoi fratelli, la risposta di Gesù fu di dire che sua madre e i suoi fratelli sono quelli che ascoltano e mettono in pratica ciò che vuole Dio (Mc 3,31-35; Mt 12, 46-50; Lc 8, 19-21).

Ma Gesù, per quanto si riferisce alle relazioni con la famiglia, andò oltre. Perché osò dire che non era venuto a portare la pace, ma la spada, divisione e conflitto, in particolare tra i membri della propria famiglia (Mt 10, 34-42; Lc 12, 51-53; 14, 26-27).

Anzi, Gesù arrivò a toccare l'intoccabile di quel modello di famiglia: “Non chiamate 'padre' nessuno sulla terra” (Mt 23,9). Una proibizione così forte, in quella cultura, che arrivò a smontare l'asse stesso di quel modello di relazioni familiari. I grandi, gli importanti, non sono i “padri” ed i “gerarchi”, ma i “bambini”, i “piccoli”: il regno di Dio è di quelli che si fanno come loro (Mt 19,14).

Cosa vuol dire tutto questo? Dove sta il cuore del problema?

Le relazioni di parentela non sono libere, dato che sono date e imposte ad ogni essere umano che viene al mondo.

Al contrario, le relazioni comunitarie ed amicali, dato che nascono da convinzioni libere e da sentimenti che chiunque accetta liberamente, sono sempre relazioni che si basano sulla libertà umana e si mantengono con la forza della decisione libera.

La cosa più bella, più gratificante e più motivante della relazione di fede e fiducia nell'altro e in Dio, è che è sempre possibile perché è una relazione libera.

Quindi, l’aspetto determinante in questo modello di famiglia e di gruppo non è la sottomissione, né al “potere repressivo”, né al “potere che seduce” (Byung-chul Han), ma quello decisivo è la fede e fiducia nell'incontro (con l'Altro, con gli altri, con qualcuno in concreto) mediante la “relazione pura” (A. Giddens), che si basa sulla comunicazione emotiva. Cioè una forma di comunicazione nella quale le ricompense ricavate dalla stessa sono la base primordiale affinché tale comunicazione possa mantenersi e perdurare.

Per questo proprio l'esperienza ci dice che dove c'è affetto vero, c'è libertà, mentre dove c'è religione (centrata sui riti e sul sacro) c'è sottomissione.

Ebbene, tenuto conto di quello che ho detto in questa (già troppo lunga) riflessione, ritorna la domanda iniziale: che cosa vuole la Chiesa con tutto quello che ha rimosso a proposito della famiglia?

Ovviamente, papa Francesco, convocando e programmando il sinodo sulla famiglia, ha voluto rispondere a problemi urgenti che riguardano migliaia di famiglie nel mondo. Bisogna supporre che papa Francesco, convocando questo sinodo, esigendo libertà di parola sui problemi e trasparenza nell'informare di ciò che si è detto nelle sessioni sinodali, quello che ha fatto è stato di mettere in moto, senza possibilità di marcia indietro, un processo di apertura della Chiesa ai problemi reali e concreti che, in questo momento storico, si pongono a tutti noi.

Ma quello che è accaduto è che, non solo si è messo in moto questo processo, ma, oltre a questo, il mondo si è accorto che nella Chiesa persiste molto vivo un settore importante di clero (a tutti i livelli) e di laici che identificano le credenze cristiane con posizioni immobiliste e intolleranti che, per di più, dal punto di vista della più documentata, sana e ortodossa teologia, sono posizioni indimostrabili.

E, pertanto, posizioni che nascondono pretese inconfessabili di potere e autorità che si orientano di più a mantenere intatta la “sottomissione” dei fedeli che a fomentare la “libertà” che nasce dall'affetto tra gli esseri umani.

La situazione è delicata. Bisogna evitare, a tutti i costi, un nuovo scisma nella Chiesa.

Però non possiamo stare in modo incondizionato con coloro che identificano il cristianesimo con una religione centrata sull'osservanza di riti sacri, che produce ossessivamente sottomissione a gerarchie ancorate ad un passato e ad una cultura che non sono più né il nostro tempo, né la cultura in cui viviamo.

Un cristianesimo così, produce persone molto religiose e un clero fedele a gerarchie ecclesiastiche che si identificano di più con i privilegi che offre loro il potere politico che con la libertà indispensabile per ottenere una società più giusta nella quale tutti noi cittadini possiamo vivere in giustizia e uguaglianza di diritti.

Se il nostro progetto di vita vuole essere fedele a Gesù e al suo vangelo non abbiamo altro cammino da fare se non l'apertura al futuro che insieme dobbiamo costruire.

Anzi, se amiamo veramente la Chiesa e vogliamo essere fedeli alla “memoria pericolosa” di Gesù, noi cristiani, nel cammino che ci sta aprendo e tracciando papa Francesco, abbiamo l'itinerario certo che ci porta alla meta a cui aneliamo.

Pubblicato sul sito Religión Digital il 21.10.2014 e tradotto dal sito www.finesettimana.org (con correzioni ed integrazioni da me apportate a questa traduzione)



Torre Pellice, l’addio del priore

Forte era la commozione di don Armando Girardi, domenica scorsa nella Messa vespertina a Torre Pellice, nell'annunciare ai presenti di aver rassegnato le dimissioni da parroco del Priorato di S. Martino. L'età - 73 anni - e soprattutto le precarie condizioni di salute l'hanno spinto a richiedere al vescovo di sollevarlo da questa impegnativa incombenza. Parroco dal 1992, a Torre Pellice era giunto già sul finire degli Anni '70. Per questa comunità ha pressoché speso tutte le sue energie di pastore. Sobrio nella liturgia, tuttavia efficace ed apprezzato da molti fedeli, la sua eccellenza si è espressa soprattutto nelle opere sociali. «Tantissime le iniziative a servizio delle famiglie, a partire dai bimbi, ai giovani, agli anziani - testimonia Gian Luca Apolloni, braccio operativo e tecnico in molte delle imprese intraprese -. Ha salvato la Scuola mauriziana; per i giovani ha inventato "Colors", una sorta di discoteca per trascorrervi il sabato sera evitando gli eccessi dello sballo. Ha trasformato la residenza per gli anziani S Giuseppe in una struttura di eccellenza, con un reparto specializzato per la sclerosi multipla. Ha realizzato la Casa vacanze, ha dato vita a diverse cooperative perché tutto venisse gestito con trasparenza e con una ricaduta occupazionale sul territorio. In ogni caso, nonostante le difficoltà degli ultimi tempi, lascia in eredità un patrimonio non indifferente alla parrocchia ed all'intera comunità torrese».
Il vescovo Debernardi negli ultimi anni, resi complessi dai problemi di salute che lo distoglievano dal seguire con puntiglio tutte le attività, gli aveva affiancato due giovani presbiteri, don Fabiano Corsato e don Manuel Capa de Toca, che ora proseguono nel servizio pastorale; mentre don Alfredo Chiara è stato aggiunto quale amministratore parrocchiale. Mons. Debernardi, lunedì 20, ha poi voluto incontrare i catechisti e i più diretti collaboratori della parrocchia per far conoscere loro il nuovo amministratore parrocchiale ed incoraggiarli nel proseguire il cammino pastorale. (r. a.)

(L'eco del Chisone 24 ottobre)

Autista sospeso, la gente sul web lo difende

PIACENZA. Una lite su un autobus della linea Piacenza-Vernasca tra l'autista e un ragazzino di colore. Il primo lo insulta dicendo «quella voce da gay valla a fare a tua sorella». L'adolescente risponde per le rime e, dopo una serie di insulti da una parte e dall'altra, il conducente gli tira qualche pugno. Una scena registrata dagli altri viaggiatori, tutti giovanissimi, che in poche ore ha fatto il giro del web con 80mila visualizzazioni e quasi duemila condivisioni. I ragazzi, tutti schierati con l'amico, hanno denunciato l'accaduto ai carabinieri. Ma la storia divide la città: molti quelli, anche tra le istituzioni, che invece solidarizzano con l'autista. Tanto che sul web è partita "Io sto con l'autista", una raccolta di firme per chiedere l'immediato reintegro del conducente, sospeso in via cautelare da Seta, l'azienda dei trasporti locali. Ieri l'uomo ha chiesto di poter incontrare l'adolescente e la famiglia per scusarsi. Il tutto mentre i sindacati di categoria minacciano lo sciopero e chiedono un vertice in prefettura per porre rimedio ai continui atti di bullismo che hanno come vittime gli autisti, ormai «esasperati».

(Repubblica 25 ottobre)

mercoledì 29 ottobre 2014

DAVIDE M. TUROLDO

Senza il dolore non c'è la misura delle cose: avremmo un mondo senza pietà. Attraverso il dolore, anche combattendolo, si arriva alla felicità. Dopo il buio del venerdì santo c'è lo splendore della Pasqua.

ETTY HILLESUM

“L’ora prima della colazione è qualcosa come un balcone, una terrazza, dalla quale guardare la mia giornata”

                 



"È LA NOSTRA BATTAGLIA PER L'UGUAGLIANZA"

ROMA - Una legge sulle unioni civili per le coppie omosessuali, senza intervenire - almeno per adesso - sulle coppie di fatto. È su questo schema che il Pd e l'opinione pubblica si dividono. "Ma che ragionamenti sono! - si infuria il sottosegretario alle Riforme Ivan Scalfarotto - Così si oscura il superamento della discriminazione delle coppie omosessuali, che è una grande conquista di civiltà, inquinandola con il tema della coppia di fatto".

Non negherà però che sia un tema altrettanto sentito.

"Sono due cose distinte e separate. Ma i media raccontano che è stato garantito un privilegio ai gay. Questo è segno di omofobia culturale".

Anche nel Pd ci sono sensibilità differenti. Giachetti è stato molto duro. Al Senato la sua collega Cirinnà - un'altra renziana - ha presentato un testo che tiene assieme entrambe le esigenze. Il governo ne terrà conto?

"Renzi si è impegnato sulle unioni civili alla tedesca, che in Germania sono per i gay. Il tema delle coppie di fatto è un altro. Si potrà affrontare o meno. Io nei programmi del Pd non li ho letti. Sono due bisogni distinti e separati".

Ma non potevate procedere comunque in parallelo?

"La confusione "coppie gay coppie di fatto" è metodologica. Perché alla coppia gay è impedito di sposarsi, a quella etero no...".

Ma ci sono alcune esigenze che invece sono simili.

"Se un etero vuole i diritti dell'unione civile, si sposa!".

E come la mettiamo per alcuni diritti minimi?

"Ma a me gay quei diritti non bastano! Io faccio una battaglia per l'uguaglianza, come quella dei neri americani. L'unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik. Altra cosa sono i provvedimenti per la semplificazione delle norme di famiglia: la negoziazione assistita, la legge sul divorzio breve, il cognome dei figli"

Insisto: cosa farete per i diritti light degli eterosessuali? Non potete procedere contestualmente?
"Me lo auguro anch'io, ma voglio tenere le due iniziative concettualmente separate. Poi festeggiamole assieme. Ma sapete quanta discriminazione c'è verso le persone omosessuali? Prima di entrare al governo qualcuno disse - nel silenzio generale, tranne Renzi - che non potevo fare parte dell'esecutivo perché gay. La verità è che abbiamo il problema del benaltrismo, in questo Paese".

Insomma, recepirete o meno i contenuti del ddl Cirinnà?

"Quel testo va benissimo, per me è solo una questione di vittoria politica. Dopodiché mettiamoli assieme o meno. Il governo non ha presentato ancora un testo. Non è che si dimenticano le coppie etero, ma il tema era la discriminazione Lgbt. Il nostro è un movimento di liberazione, tutti i Paesi si sono dati una legge per superare questa situazione vergognosa. Poi bisogna intervenire anche per le coppie etero, ma vivaddio celebriamo questa roba".

Quanto alle adozioni, si procederà solo per i figli biologici di uno dei due partner omosessuali. Troppo poco?

"L'urgenza è l'adozione del figlio del partner. È una fattispecie più frequente. La prima scelta di una coppia omosessuale è di farselo, il figlio. Mentre l'adozione è molto complessa: questa non è una battaglia che valga la pena di combattere in questo momento, anche se in linea teorica penso sia giusta. Fra una legge subito "senza" e una legge "con" - ma tra cinque o dieci anni - meglio la prima opzione".

(Repubblica 16 ottobre)


COPPIE GAY, NON PIÙ TABÙ

Qualche spiraglio sulla questione dei divorziati risposati, chiusura netta sulla contraccezione, alcune aperture di credito sulle relazioni di amore che legano le coppie conviventi o sposate solo civilmente e le coppie omosessuali, pur ribadendo in maniera ferma la dottrina sul matrimonio.

A metà dell’assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi sulla famiglia – cominciata in Vaticano lo scorso 5 ottobre – ieri l’intervento (Relatio post disceptationem) del cardinal Péter Erdo, relatore generale dell’assise, ha fatto la sintesi dei lavori della prima settimana e ha dato il via al confronto di questa seconda settimana, che si svolgerà non più in assemblea ma nei circoli minori per gruppi linguistici.

Sul tema che ha caratterizzato il dibattito pre-sinodale – soprattutto sui media –, quello dell’accesso ai sacramenti da parte dei divorziati risposati (al momento sono esclusi), sembra prevalere la linea riformista di cauta apertura del cardinal Kasper, attaccata duramente dalla minoranza conservatrice. Si parla della possibilità di «rendere più accessibili ed agili le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità» dei matrimoni, anche incrementando le responsabilità del vescovo diocesano – soluzione gradita ai settori tradizionalisti –, ma anche, come suggeriva Kasper, di prevedere la possibilità dell’accesso ai sacramenti, «preceduto da un cammino penitenziale», valutando caso per caso. Bocciata senza appello, invece, la proposta del cardinal Scola di limitarsi alla «comunione di desiderio». «Se è possibile la comunione spirituale – spiega Erdo, riportando l’opinione di molti padri sinodali –, perché non poter accedere a quella sacramentale?».

Confermata la chiusura sulla questione della contraccezione, come del resto risultava chiaro già dall’Instrumentum laboris (la traccia di lavoro del Sinodo), nonostante ai vescovi sia chiaro che i fedeli non seguono da tempo le indicazioni del magistero. È vero che spesso non si fanno figli perché le coppie sono senza lavoro e senza casa («i fattori di ordine economico esercitano un peso talvolta determinante contribuendo al forte calo della natalità»), tuttavia si ribadisce che «l’apertura alla vita è esigenza intrinseca dell’amore coniugale». Vanno bene i metodi naturali di controllo delle nascite, non quelli artificiali. Il punto di riferimento resta la Humanae Vitae di Paolo VI, che su questo argomento ha messo una pietra tombale.

Le aperture di credito più sorprendenti arrivano sul fronte dei matrimoni civili, delle convivenze e delle coppie omosessuali. Queste unioni ovviamente non vengono approvate – il matrimonio canonico resta l’unica forma pienamente accettata –, ma viene riconosciuto loro un certo valore. Bisogna cogliere «la realtà positiva dei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, delle convivenze», all’interno delle quali vi sono «elementi costruttivi», spiega Erdo. La convivenza «è spesso scelta a causa della mentalità generale, contraria alle istituzioni ed agli impegni definitivi, ma anche per l’attesa di una sicurezza esistenziale (lavoro e salario fisso)». «Anche in tali unioni – proseguono i vescovi – è possibile cogliere autentici valori familiari o almeno il desiderio di essi». E delle coppie omosessuali – dopo aver duramente attaccato l’«ideologia del gender» – si ricorda che «non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna», ma «si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partner» e dei bambini. Poca cosa, in termini assoluti, ma un significativo cambio di marcia rispetto alla durezza espressa durante i pontificati di Wojtyla e di Ratzinger e tutt’ora contenuta nel Catechismo della Chiesa cattolica.

All’ordine del giorno non ci sono rivoluzioni copernicane, anche perché viene ribadito il metodo della «gradualità» e la necessità di unire «dottrina» e «misericordia». Ma ad oggi la linea intransigente pare ridimensionata. Sabato arriverà la relazione finale.

(Il Manifesto 14 ottobre, Luca Cocci)

IL RAZZISTA NETANYAHU: MILLE CASE

Nessuno muove un dito. L'ONU guarda altrove, l'Europa è distratta, Obama finge di dissentire. Intanto il governo fascista di Israele decide di insediare mille case a Gerusalemme Est.
Ormai si tratta di una prevaricazione che significa ebraicizzare tutta la città di Gerusalemme: un piano  a tappe che costituisce un insulto alle dichiarazioni di "trattative in corso".
Di fatto non esiste trattativa alcuna: esiste una progressiva occupazione segretamente favorita dagli USA.
franco Barbero

GUAI A VOI ...!

Le suore statunitensi insorgono: "guai a voi, uomini della curia vaticana, ipocriti"
(Dichiarazione dell'Unione Nazionale delle Suore Americane sulla proibizione al ministero di suor Gramick)
L'Unione Nazionale delle Suore Americane (NCAN) è offesa dall'ingiustizia fatta alla nostra sorella Jeannine Gramick, (SSND), per mano della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF). Questa rabbia sta esplodendo in tutto il nostro Paese e anche in altre parti del mondo.
Invece di proibire il suo ministero pastorale rivolto alle lesbiche, ai gay e alle loro famiglie, sollecitiamo il Vaticano a onorare suor Gramick per aver mostrato a persone oppresse il volto compassionevole e amorevole della Chiesa. Il suo lavoro di più di 25 anni nel costruire ponti tra gli omosessuali e la Chiesa ha contribuito alla credibilità della Chiesa istituzionale.
Il popolo di Dio si sta sollevando. Diciamo: "BASTA, BASTA! Non più) misure repressive da uomini che mettono pesanti fardelli sulle spalle di altri e non alzano un dito in segno di compassione o gratitudine".

Guai a voi, uomini della Curia Vaticana, ipocriti!
1. Perché chiudete la porta in faccia alle relazioni d'amore di lesbiche e gay e mettete a riparo i preti e i vescovi omosessuali nei vostri ripostigli.
Guai a voi, uomini della Curia Vaticana, ipocriti!
2. Perché insegnate le vostre parole e quelle dei vostri predecessori, invece di insegnare il messaggio di salvezza di Gesù e il Vangelo.
Guai a voi, uomini della Curia Vaticana, ipocriti!
3. Perché voi "divorate" i diritti umani dei ministri della Chiesa usando procedure d'investigazione segrete e autoritarie.
Guai a voi, uomini della Curia Vaticana, ipocriti!
4. Perché vi rifiutate di ascoltare le voci di dissenso alle vostre misure repressive.
Guai a voi, uomini della Curia Vaticana, ipocriti!
5. A motivo della vostra ossessione per le questioni sessuali, piuttosto che dell'attenzione alla dignità della persona umana. Perché che cosa è davvero intrinsecamente male? Le debolezze sessuali degli individui? O il pregiudizio, la discriminazione, la violenza contro quanti sono giudicati diversi? Guide cieche! Scolate il moscerino e inghiottite il cammello!
Guai a voi, uomini della Curia Vaticana, ipocriti!
6. Perché interferite nella gestione interna delle Congregazioni religiose e ignorate l'autonomia della leadership profetica.
Guai a voi, uomini della Curia Vaticana, ipocriti!
7. Perché abusate della vostra autorità resuscitando l'inquisizione e indagando la coscienza degli altri.
Guai a voi, uomini della Curia Vaticana, ipocriti!
8. Perché schiacciate un ministero amorevole per le persone omosessuali e le loro famiglie e spingete i religiosi a mettere in questione il valore dello statuto canonico delle congregazioni religiose nel momento in cui intendono rivolgere il loro ministero agli emarginati.
Come possono le vostre azioni scandalose sfuggire al giudizio del popolo di Dio? Badate, Dio manda messaggeri e voi li mettete a morte. Il vostro ingiusto legalismo, giustamente sfidato dalla disobbedienza ecclesiastica, sta soffocando il popolo di Dio. NCAN dice: "BASTA, BASTA!".

(Adista n° 74 - 18 ottobre 1999)

martedì 28 ottobre 2014

UN VOTO DI VERITA'


Reggio Calabria è una città complessa che si dimena tra una maggioranza operosa e una risicata minoranza malavitosa, tant’è che l’'Amministrazione Comunale è stata sciolta per evidenti relazioni con l'andrangheta.

La città è stata chiamata al voto per rinnovare il Consiglio Comunale, con la segreta speranza di vedere eletta una pattuglia di onesti, in grado di neutralizzare gli inquinamenti mafiosi.  E’  stata la maggioranza, non più silenziosa, che ha determinato il successo del giovanissimo Giuseppe Falcomatà, assegnandogli la vittoria al primo turno, con il 61% di voti, una vittoria definita dal neo-sindaco: “una vittoria nuova, dal sapore antico”, con il ritorno al centro-sinistra che a Reggio Calabria ricordano come esempio di buon governo.  Il “sapore antico” è dato dalla memoria di Italo Falcomatà, padre del neo-sindaco, anch’egli sindaco della città per il centro-sinistra, che aveva lasciato una eredità di quel buon governo, che adesso eredita il figlio. Così il “nuovo” si è coniugato con l’'antico, la speranza con l’'esperienza, l’'energia pulita con la capacità di saper mediare.

Se questo è il segnale del “futuro pulito che avanza e che sta arrivando”, come ha detto Renzi alla Leopoloda, allora il lumicino della speranza torna a brillare.

Ma il risultato più importante, per fare delle analisi politiche proiettate nel futuro, è quello di FI, relegato ad un misero 8,4%, come da un anno a questa parte vado scrivendo a commento di sondaggi taroccati  a comando; da oltre un anno anticipo che la reale consistenza di FI non arriverà più alla percentuale a due cifre, identificando una forchetta tra l’8  e  il 9 %. Così è stato.

Ma è molto più significativo il dato che ciò sia avvenuto a Reggio Calabria, dove possiamo ipotizzare un pesante intervento delle cosche della mafia reggina. Così è la mafia che risulta sconfitta, proprio nella città che ha dominato per un decenni, fino allo scioglimento per collusioni mafiose.

Renzi deve imparare molto da questa severa lezione e capire, finalmente, che l'’associazionismo con un pregiudicato come Berlusconi, non  potrà mai essere foriero di sviluppi e di ripresa per la nazione.

Si scontrano due interessi opposti, quelli della nazione che necessita di riforme  strutturali e non personalistiche, e quelli dei soliti noti dell’'ultimo ventennio, che, passati in minoranza, hanno tutto l’interesse a boicottare ogni iniziativa per evitare che vengano assunte decisioni  sul welfare e sullo Stato Sociale, che dilaterebbero i limiti della speranza e dei consensi.

Una alleanza di fatto, com’è adesso, con chi rappresenta l’'8 %  degli elettori, riduce ai minimi termini lo spazio di ogni trattativa, perché quell’'8% pretende di decidere come se ancora si fosse nel tragico ventennio berlusconiano.

Apprendiamo così che solo ’8% degli elettori di FI ha simpatie mafiose, mentre la stragrande maggioranza vuole isolare le mele marce e riporle  definitivamente in pattumiera.

 

Rosario Amico Roxas

 



IL "MIRACOLO" DELLA FIDUCIA


“Io credo al sole,

anche quando non risplende.

Io credo all’amore,

anche quando non lo avverto.

Io credo in Dio,

anche quando non lo vedo”.

    (dal ghetto di Varsavia)



ETTY HILLESUM

Dobbiamo creare dentro di noi una grande, vasta pianura, priva di quelle insidiose sterpaglie che offuscano la vista. A questo dovrebbe servire la meditazione.

TONINO BELLO, VESCOVO

Le nostre comunità cristiane portano pacchi, ma non cingono di tenerezza gli infelici. Promuovono assistenza ma non una nuova cultura di vita. Celebrano belle liturgie, ma faticano a scorgere il volto di Cristo nella vita di ogni uomo.

Don Ciotti: non archiviamo le stragi, più coraggio dai politici contro i clan

ROMA. «La mafia uccide di meno, anche se dal 1992 ad oggi ci sono state oltre 3.500 vittime. Ma per i morti ammazzati che diminuiscono, aumentano i morti vivi. Chi è ricattato, chi subisce ritorsioni, minacce, usura, i testimoni di giustizia… dei morti "vivi" ne parlano in pochi». Con queste parole Don Luigi Ciotti è intervenuto a Contromafie, la terza edizione degli Stati generali dell'antimafia che si tiene a Roma all'Auditorium della Conciliazione fino a domani.
«Dobbiamo riconoscere senza timori le colpe e le omissioni del passato e del presente. Non possiamo archiviare le stragi, non può essere tutto solo Toto Riina in questo passe. E se questa è la verità cui si è arrivati, non possiamo accontentarci», ha detto ancora il fondatore di Libera alla platea, nella quale c'erano, tra centinaia di giovani, il presidente del Senato Pietro Grasso («Urgente trovare soluzioni per falso in bilancio e autoriciclaggio») e il ministro della Giustizia Orlando. E proprio alla politica don Ciotti ha rivolto quest'appello: «Vi chiediamo più coraggio. La politica non può essere sempre mediazione, sempre compromesso. Come diceva Papa Paolo VI, è la forma più alta della carità». Ad aprire la giornata di ieri è stato Roberto Saviano, che ha puntato il dito contro la situazione delle prigioni: «Non è possibile combattere le organizzazioni mafiose – ha detto – se le carceri italiane sono in uno stato come quello di oggi. Un carcere disorganizzato e disumano diventa una palestra di affiliazione».

(Repubblica 25 ottobre)