venerdì 27 marzo 2015

Grazie, o Dio

O Dio di Gesù,

grazie per il ponte

che getti verso di noi.

Non siamo persi

come una goccia nell'oceano,

come una foglia secca

abbandonata dal vento.

Tu ci proponi il cammino

dei Tuoi "comandamenti",

il sentiero arduo della felicità.

Sei Tu che ci vieni incontro,

ti interessi alla nostra vita

e ci aiuti ad aprire una strada.

Addirittura

osi chiederci di amarTi

con tutto il cuore,

con tutta l'anima,

con tutte le forze.

O Dio, più caldo del sole,

più verde dei nostri prati,

più sorgivo delle nostre sorgenti:

voglio ringraziarTi

perché osi chiederci

non un pezzettino del nostro cuore,

non un frammento della nostra anima,

non una parte delle nostre forze,

ma "tutto".

Vorrei davvero amarTi

e amare le Tue creature così.

per il notiziario


IL RITORNO DEL DIAVOLO

Da un po' di tempo il diavolo torna in campo, portato come il vessillo dei reazionari.
Un credente adulto, che sappia leggere la Bibbia usando un briciolo di scienze bibliche, sa che da secoli il linguaggio della metafora e dei simboli non va confuso con una cronaca.
Si dice "Satana- diavoli - demoni" per designare la presenza molteplice e multiforme del male, ma non per indicare degli spiriti vaganti e tentatori.
Ma, quando nella chiesa qualcuno cerca di fare chiarezza distinguendo le immagini dal messaggio biblico, ecco che tornano in gran numero i fautori dell'arsenale superstizioso.
Anziché mirare al cuore della fede difendono  a spada tratta  tutta quella mercanzia  religiosa che conosciamo: diavolo infestanti, madonne deliranti, santoni e santini, novene, tridui, il seno di sant'Agata, un capello di Giuseppe, la pupilla di santa Brigida , un frammento della croce, le lacrime di san Fulgenzio, sindoni in quantità....fino alle piume dell'arcangelo Michele..
Ma l'accoppiata vincente è sempre quella del diavolo e delle madonne.
Così, tra turismo religioso ed esorcisti, il Vangelo scivola in periferia e molte persone  di buona volontà sono esposte al rischio di una fede magica ed infantilizzante.

Il martirio silenzioso della cristianità

Al consueto, affollato appuntamento dell'Angelus, qualche domenica fa, papa Francesco ha pregato per i cristiani uccisi dall'attentato talebano di Lahore in Pakistan e ha detto che il mondo cerca di nascondere la persecuzione religiosa in atto. Ora, non c'è dubbio che i cristiani sono spesso vittime di attentati. Ma è vero che si cerca di nasconderlo? Non risultano prove di una congiura mondiale, ma forse l'attenzione non è adeguata all'importanza di un fenomeno come il ritorno del martirio dei cristiani sulla scena del mondo: un mondo assai più grande e terribile di quello dell'antico Impero romano.
Restiamo ai fatti e cerchiamo di capire le percezioni che se ne hanno. In apparenza, nessun dubbio sui dati: lo mostrano le cifre del rapporto del Pew Research Center sulla discriminazione religiosa nel mondo. Oggi i cristiani sono il gruppo religioso che soffre maggiori forme di ostilità sociale e di discriminazione. Si parla di 118 paesi del mondo. Gli altri, musulmani inclusi, li seguono a distanza. Eppure ben maggiore attenzione si registra sulla stampa internazionale per le distruzioni da parte dei jihadisti dell'Is dei siti archeologici e delle antiche testimonianze di comunità cristiane o precristiane in Medio Oriente e in Africa.
Ma se è vero che i cristiani sono i più perseguitati al mondo, bisognerà fare i conti col fenomeno di una inavvertita "cristianofobia": e questo mentre ancora siamo alle prese con l'"islamofobia". Così sostiene ad esempio il giornalista cattolico americano John Allen. E tuttavia si dovrà almeno citare una versione scettica della lettura di questa contabilità. È giusto contare a parte i cristiani estrapolandone le cifre dal complesso delle moltissime vittime dei conflitti civili nel mondo? O non sarà perché il cristianesimo è la religione più diffusa che il loro numero è il più alto?
Quanto al tentativo del "mondo" di nascondere la realtà della persecuzione, va detto che la logica dei grandi numeri stempera e annebbia quella percezione delle sofferenze che solo il caso singolo è capace di dare — il volto del martire, la venerata immagine antica del suo corpo piagato. Ed è anche innegabile la diffusa assuefazione alle storie di violenza e di brutalità, ai grandi e grandissimi numeri dei massacri. La sensibilità è smussata, lo sdegno naufraga nell'indistinto grigiore di un orizzonte di ingiustizie e sofferenze. È un effetto della mondializzazione: «Ma conosciuto il mondo non cresce, anzi si scema», diceva Leopardi.
La sfera terrestre brulicante di miliardi di esseri umani resta una immagine mentale fredda, remota: formicai fatti per essere schiacciati dal feroce passo della storia. Il mondo si allarga e nello stesso tempo diventa più piccolo: nella sensibilità del nostro orizzonte quotidiano fa più rumore l'immigrato che ruba la bicicletta del vicino, della strage remota di intere comunità.
E poi, la parola stessa "martirio" ha cambiato significato. Un tempo i martiri erano per definizione quelli cristiani. La fantasia pietosa dei fedeli si è concentrata per secoli sulle immagini delle loro sofferenze. Nel trattato cinquecentesco di Antonio Gallonio le incisioni del Tempesta raffiguranti «gli instrumenti di martirio e le varie maniere di martoriare usate da' gentili contro i cristiani» segnarono un'autentica vetta nella visualizzazione dell'arte di far soffrire. Ne sopravvive un pallido, rozzo simulacro negli squallidi "musei della tortura".
Martirio, martoriare: una intera famiglia linguistica pronta a trasferirsi in altro campo. Significava in antico la "testimonianza" di chi si rifiutava di adorare la statua dell'imperatore romano e affrontava le belve al Colosseo. Oggi del Colosseo si vorrebbe fare un campo di calcio: e martire si definisce il seguace di sette terroristiche che in nome del suo Paradiso si fa saltare in aria per uccidere quanti più cristiani o sciiti gli è possibile.
E intanto è finita l'era delle potenze cristiane europee pronte a ricorrere alle armi in nome della Chiesa. Restano sussulti di antiche abitudini nelle reazioni politiche della Francia, per lunghi secoli responsabile della tutela dei Luoghi Santi. Le succedette l'Inghilterra che mise così le mani sull'area mediorientale. Come finì nel 1947 lo sappiamo e ne paghiamo ancora le conseguenze.
Oggi niente è più come prima. Mutato il mondo e mutata la Chiesa: che deve affidarsi non ai cannoni delle guerre cristiane ma alla recuperata forza morale della testimonianza disarmata, di quell'esempio di paziente sopportazione senza odio che tanti cristiani riescono a dare nei contesti più difficili. Anche nel mondo islamico si riflette seriamente sul rapporto tra religione e violenza: ne abbiamo avuto un esempio in un convegno organizzato nel maggio dell'anno scorso ad Amman per iniziativa del principe Hassan. Un punto vi fu chiaro: Islam, jihad, sono parole che oggi nella comunicazione pubblica hanno assunto un significato del tutto diverso rispetto a quello tuttora prevalente nell'antica religione di Maometto. E per noi europei si tratta intanto di prendere atto del significato nuovo che ha assunto nel frattempo l'evocazione del martirio cristiano; un tema così tante volte richiamato e in così numerose e diverse circostanze da contribuire a quella distrazione oggi lamentata.
Papa Wojtyla, testimone dei tempi duri del '900, parlò spesso del ritorno dei martiri. Li definì «militi ignoti della grande causa di Dio». Pensava alle persecuzioni nazista e stalinista, ma anche al soggettivismo, all'indifferenza religiosa delle società ricche. L'ammonimento di papa Francesco ha stile e obbiettivi diversi. Guarda con l'occhio di un Tertulliano al sangue vero, quello versato dai martiri più umili, come seme dei futuri cristiani di una Chiesa "servente e povera". Torna in memoria l'episodio celebre di Francesco d'Assisi che predica la fede al sultano d'Egitto. E, per quel tanto di profetico che affiora spesso nei messaggi dell'attuale pontefice, c'è da chiedersi se non voglia egli stesso tentare una missione simile, una predicazione disarmata in mezzo a chi odia i cristiani. La breve durata del suo pontificato misteriosamente preannunciata (cinque anni) potrebbe significare una intenzione di concluderlo con una testimonianza-martirio. C'è da chiedersi quale potrebbe essere oggi il volto moderno del tollerante e ospitale sultano d'Egitto che rimandò Francesco vivo e protetto alle tende cristiane.
Adriano Prosperi

(Repubblica, 23 marzo 2015)


«Siamo pacifisti», la base degli scout contesta i vertici

Acque agi­tate in casa Age­sci, l'associazione degli scout cat­to­lici ita­liani. E visto l'oggetto del conten­dere, la meta­fora è quanto mai appro­priata.
I pre­si­denti Age­sci Mari­lina Lafor­gia e Mat­teo Spanò - quest'ultimo grande amico e in pas­sato colla­bo­ra­tore di Mat­teo Renzi, ex scout - sti­pu­lano un accordo di col­la­bo­ra­zione con la Marina militare per orga­niz­zare insieme pro­getti di edu­ca­zione ambien­tale rivolti ai gio­vani. Una parte del mondo scout con­te­sta l'iniziativa e chiede di ridi­scu­tere la deci­sione: assurdo pen­sare di edu­care alla pace - uno dei prin­cipi fon­da­men­tali dell'Agesci - insieme ad una Forza armata «impe­gnata in azioni di guerra», si legge in una let­tera ai pre­si­denti che in pochi giorni rac­co­glie circa 700 firme, metà delle quali di capi scout. Ma Lafor­gia e Spanò riven­di­cano la scelta: è sba­gliato «divi­dere il mondo fra buoni e cat­tivi» - repli­cano in un'altra let­tera dif­fusa ieri dall'agenzia di infor­ma­zioni Adi­sta - e in ogni caso la Marina mili­tare non è cat­tiva, per­ché è una Forza armata di pace, che non fa la guerra, anzi soc­corre i migranti nel Medi­ter­ra­neo. Quindi, la con­clu­sione, l'accordo non si discute, tire­remo dritto.
La firma del pro­to­collo risale allo scorso 20 feb­braio, quando i pre­si­denti Age­sci e il Capo di Stato mag­giore della Marina militare, ammi­ra­glio Giu­seppe De Giorgi, strin­gono un accordo per promuovere insieme visite gui­date alle unità navali e alle strut­ture logi­sti­che della Marina, conferenze, dibat­titi ed eventi cul­tu­rali atti­nenti al mare, mani­fe­sta­zioni a carat­tere spor­tivo, tempora­nei imbar­chi e uscite in mare, corsi di car­teg­gio, primo soc­corso, cul­tura e arte mari­na­re­sca, meteo­ro­lo­gia, astro­no­mia, nau­tica, canot­tag­gio e vela.
Evi­dente l'interesse per la Marina mili­tare (fra l'altro anche il mini­stro della Difesa Pinotti è un ex scout), che potrà avvi­ci­nare e pre­sen­tare le pro­prie atti­vità a migliaia di ado­le­scenti e gio­vani. Da parte sua l'Agesci potrà con­tare su un part­ner impor­tante, ma si farà ine­vi­ta­bil­mente copro­mo­tore delle atti­vità delle Forze armate, che con il dna paci­fi­sta degli scout hanno poco a che fare. E infatti la base pro­te­sta: come si può pen­sare di «for­mare cit­ta­dini del mondo ed ope­ra­tori di pace, in spi­rito di evan­ge­lica non­vio­lenza», come pre­vede il Patto asso­cia­tivo (la «costi­tu­zione» dell'Agesci), insieme alle Forze armate? Lo stesso Baden Powell, fon­da­tore degli scout, scri­veva sulla dif­fe­renza tra edu­ca­zione scout e mili­tare: «L'addestramento e la disci­plina mili­tare sono esat­ta­mente l'opposto di quello che inse­gniamo nel movi­mento scout. Essi ten­dono a pro­durre mac­chine invece di indi­vi­dui, a sosti­tuire una ver­nice di obbe­dienza alla forza del carattere».
L'accordo va col­lo­cato nelle recenti vicende Age­sci. A luglio la deci­sione di uscire dalla Tavola della pace - in pole­mica con la gestione di Fla­vio Lotti, giu­di­cata per­so­na­li­stica - e di non partecipare alla mar­cia per la pace Perugia-Assisi, dove gli scout sono stati sem­pre in prima fila, fin dalla prima mar­cia del 1961 pro­mossa da Aldo Capi­tini. Ad ago­sto l'invito a Renzi alla Route, il raduno nazio­nale dei gio­vani scout a San Ros­sore, con il rischio di un nuovo col­la­te­ra­li­smo con il «giglio magico» del pre­mier. Ed ora l'accordo con la Marina, che fa temere sia la per­dita di autonomia sia un affie­vo­li­mento dell'impegno sui temi della pace e del disarmo. «Pace e non violenza restano i prin­cipi car­dini dell'associazione», spie­gano i pre­si­denti, che però con­fer­mano l'accordo. Il dibatto nell'Agesci pro­se­gue, il con­senso alla let­tera dei 700 si allarga e la riu­nione del Con­si­glio gene­rale di mag­gio si pre­an­nun­cia accesa. Lu.Ko

(Il Manifesto 21 marzo)

giovedì 26 marzo 2015

DA UNA NOSTRA SORELLA MUSULMANA


Rachea ci scrive.

Carissimi amici e amiche della Comunità cristiana di Pinerolo,

voglio ringraziarvi con tutto il cuore per il vostro contributo che mi ha permesso di effettuare più serenamente il mio viaggio “verso la Libertà”, in Marocco.

Sarei felice di condividere con voi, una domenica, la preghiera e un piatto marocchino che preparerei con molto piacere.

Allah è Grande e credo ci inviti A LODARLO INSIEME, come fratelli e sorelle.
Vi abbraccio con tanto affetto.
Rachea
 
 SURA I. L'APERIENTE
 
Nel nome di Dio Clemente e Misericordioso.
Lode a Dio, Signore dei Mondi,
il Clemente, il Misericordioso,
Sovrano del Giorno del Giudizio.
Te adoriamo, Te invochiamo in soccorso,
guidaci al retto sentiero,
al sentiero di coloro a cui Tu hai largito la Tua grazia,
non di coloro che sono incorsi nella Tua ira
né di coloro che son fuorviati.

( Questa sura costituisce la preghiera più solenne dell'Islam. E' molto usata come invocazione inaugurale e benedizione)
 
 
 
 

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA


           MORTO PER I NOSTRI PECCATI?
33 E venuta l'ora sesta, si fecero tenebre per tutto il paese, fino all'ora nona.
34 Ed all'ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
35 E alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: Ecco, chiama Elia!
36 E uno di loro corse, e inzuppata d'aceto una spugna, e postala in cima ad una canna, gli diè da bere dicendo: Aspettate, vediamo se Elia viene a trarlo giù.
37 E Gesù, gettato un gran grido, rendé lo spirito.
38 E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo.
39 E il centurione ch'era quivi presente dirimpetto a Gesù, avendolo veduto spirare a quel modo, disse: Veramente, quest'uomo era Figliuol di Dio!
40 Or v'erano anche delle donne, che guardavan da lontano; fra le quali era Maria Maddalena e Maria madre di Giacomo il piccolo e di Iose, e Salome;
41 le quali, quand'egli era in Galilea, lo seguivano e lo servivano; e molte altre, che eran salite con lui a Gerusalemme.

La liturgia cattolica ufficiale oggi riporta per intero i capitoli 14 e 15 del Vangelo di Marco. E' il racconto della passione e morte di Gesù che dà inizio alla cosiddetta settimana santa.
La riflessione più incisiva e ricorrente che la predicazione cristiana annuncia in questi giorni si concentra su un  nucleo teologico così formulato: "Gesù è morto per i nostri peccati".
Il messale cattolico, soltanto nella lingua italiana, introduce parole che non ci sono nei vangeli. Al posto di "dato per voi", viene scritto "il mio corpo offerto in sacrificio per voi".
E' indubbio che nelle Scritture ebraico- cristiane esista una corrente del pensiero sacrificale che, nel trascorrere del tempo, si è imposta fino a diventare quasi l'unica interpretazione della morte di Gesù.


          UNA BESTEMMIA CRISTIANA


          L'idea che la morte di Gesù sia stata
voluta da Dio, da un dio da placare, costituisce prima di tutto un falso storico. Infatti Gesù è stato perseguitato e crocifisso come conseguenza delle sue scelte e del suo messaggio. Non lo ribadiamo mai abbastanza perché la vulgata cristiana che la predicazione trasmette, ci comunica continuamente frasari ed immaginari sacrificali di un dio cruento e di un Gesù desideroso di morire come vittima di espiazione per i peccati del mondo: un Gesù totalmente destoricizzato.
Nessun dio sadico è conciliabile con il Dio di cui ci dà  testimonianza Gesù. Sarebbe un dio criminale che vendica il male del mondo scatenando la sua ira sul profeta di Nazareth.
Questa teologia sacrificale, completamente contraria alla bontà di Dio, costituisce anche una delle più perfide bestemmie cristiane che, con intollerabile leggerezza e sconcertante monotonia, viene ripetuta giorno dopo giorno, domenica dopo domenica.
Gli studi biblici al riguardo hanno prodotto una messe straordinaria di liberanti riflessioni, ma teologi e predicatori molto spesso continuano la solita cantilena. Così si gioca ad un facile emozionalismo di crocifissi, di piaghe, di spine, di costato trafitto....e, in nome di una infelice traduzione e tradizione, si consolida la tragica idea di un dio che vuole l'espiazione.
Quanto è stata nefasta e falsificatrice questa visione di un Dio che, anziché accoglierci nel Suo amore perdonante e gratuito, esige che noi saldiamo il conto.....
Nel mio libro "L'ultima ruota del carro" del 2001, dedicai un ampio capitolo alla rilettura critica di taluni formulari e titolai quelle pagine: "Morto per i nostri peccati?".


          NON ESPIAZIONE, MA CONVERSIONE


           Dio non ci salva se non gratuitamente, fuori da ogni logica di ragioneria, di vendetta e di contrattualità. Solo Dio, quel Dio che ha salvato Gesù dalla morte, è l'autore della nostra salvezza.Noi facciamo fatica a cogliere questo amore così straordinario, fuori dalle logiche di questo mondo.
E' questo amore che non ci è donato in base ai nostri meriti, che suscita in noi la gioia e la responsabilità di vivere una relazione amorosa con Dio.
Se la catechesi e la predicazione cristiana non hanno il coraggio e l'intelligenza di convertire la propria mentalità e di cambiare radicalmente questo paradigma, questo linguaggio oggi irricevibile e blasfemo, diventano un ostacolo alla scoperta liberante e adulta del messaggio di Gesù.


          LA RISPOSTA DI DIO ALLA VIOLENZA


          Come possiamo oggi porci davanti alla passione
e morte di Gesù?
Questo profeta, innamorato di Dio e della vita, ha saputo e scelto di essere fedele al regno di Dio, al progetto e al sogno di un mondo di giustizia fino al punto di non indietreggiare di fronte alla persecuzione e alla morte. La sua testimonianza non finirà mai di parlarci di giustizia e di coerenza.  Da Dio ha attinto la forza di rimanere fedele ai più deboli della terra.
In questo cammino, attraversando momenti di oscurità, di stanchezza, di solitudine si è radicalmente fidato di Dio.
Se sapessimo anche noi, facendo memoria di Gesù di Nazareth, gettare ogni giorno le nostre piccole vite nel solco della solidarietà, imparando ad "esistere  al cospetto di Dio", le nostre giornate si riempirebbero d'amore.
La risurrezione che Dio ha operato, dando una vita nuova a Gesù, costituisce la presa di posizione di Dio riguardo al crimine di chi lo ha ucciso. Per questo diciamo nella fede che Gesù è il "vivente" in quanto il Padre ha capovolto la sentenza di  morte  delle autorità politiche e religiose che hanno condannato Gesù e lo ha accolto nella pienezza della vita.
Questo è il messaggio: Dio sta dalla parte della vita, sempre, ieri come oggi. Quando facciamo complice Dio dell'oppressione o lo dipingiamo con i colori e i tratti dell'agoscia, dell'oppressione o dell'espiazione, operiamo un completo travisamento della vita e del messaggio di Gesù.

       

BROGLIATO B., MIGLIORINI D., L'AMORE OMOSESSUALE. SAGGI DI PSICOANALISI, TEOLOGIA E PASTORALE. IN DIALOGO PER UNA NUOVA SINTESI, CITTADELLA EDITRICE, ASSISI, 2014, PP. 492, 29,80€


Se è vero che il "vento nuovo" di papa Francesco ha imposto al mondo cattolico una nuova visione di Chiesa, con il principio dell'accoglienza della persona che manda in soffitta i valori non negoziabili e il primato della dottrina, è altrettanto vero che il livello culturale tarda ad assecondare questo nuovo modo di intendere.
Il volume, con prefazione di Paolo Rigliano e di Giannino Piana, intende mettere nero su bianco l stato del'arte della ricerca interdisciplinare in merito all'amore omosessuale.
Necessaria è la prospettiva della piena integralità delle persone omosessuali, che interroghi il loro amore in tutta la sua complessità, arriva in soccorso la psicoanalisi, a fornire una visione complessiva, integrale e positiva.
E la teologia, che non deve rinunciare alle sue posizioni etiche ma può liberamente aggiornarsi, al fine di proporre una visione pienamente cattolica della persona e della sua sessualità.
Visione che deve necessariamente tradursi in concrete indicazioni pastorali, in grado di aiutare una persona omosessuale a vivere in serena pienezza la propria situazione, la propria affettività e spiritualità cristiana.
(Adista 7 marzo)



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IL RITORNO DEL DIAVOLO

Da un po' di tempo il diavolo torna in campo, portato come il vessillo dei reazionari.
Un credente adulto, che sappia leggere la Bibbia usando un briciolo di scienze bibliche, sa che da secoli il linguaggio della metafora e dei simboli non va confuso con una cronaca.
Si dice "Satana- diavoli - demoni" per designare la presenza molteplice e multiforme del male, ma non per indicare degli spiriti vaganti e tentatori.
Ma, quando nella chiesa qualcuno cerca di fare chiarezza distinguendo le immagini dal messaggio biblico, ecco che tornano in gran numero i fautori dell'arsenale superstizioso.
Anziché mirare al cuore della fede difendono  a spada tratta  tutta quella mercanzia  religiosa che conosciamo: diavolo infestanti, madonne deliranti, santoni e santini, novene, tridui, il seno di sant'Agata, un capello di Giuseppe, la pupilla di santa Brigida , un frammento della croce, le lacrime di san Fulgenzio, sindoni in quantità....fino alle piume dell'arcangelo Michele..
Ma l'accoppiata vincente è sempre quella del diavolo e delle madonne.
Così, tra turismo religioso ed esorcisti, il Vangelo scivola in periferia e molte persone  di buona volontà sono esposte al rischio di una fede magica ed infantilizzante.

DUE INCONTRI ECCEZIONALI

Alla fine del Vangelo di Giovanni abbiamo deciso due incontri particolarmente impegnativi sul piano esegetico ed ermeneutico oltre che sul terreno della fede.
Il primo incontro si è svolto venerdì 20 marzo sulla formazione e il contesto storico e teologico del capitolo 21 del Vangelo di Giovanni. Abbiamo utilizzato parecchie ricerche "storiche" e recenti.
Il secondo incontro avrà luogo a Torino in Via Principe Tommaso 4 venerdì 10 aprile alle ore17,45 in memoria del teologo protestante Paul Tillich di cui in questi giorni ricorre il cinquantenario della morte.
Presenterò un suo scritto che costituisce come il testamento teologico di questo "gigante" della ricerca: "L'irrilevanza e la rilevanza del messaggio cristiano per l'umanità oggi"
(Queriniana Editrice, Brescia 1998).
Si tratta di un piccolo libro "scomodo" per i cattolici e protestanti" e sostanzialmente quasi ignorato.

LA PROPOSTA LOBINGER

Proprio in Brasile, dove lo studio di nuove forme di presbiterato è all'attenzione della Conferenza episcopale (v. notizia precedente), è uscito a gennaio il libro "Nuovi ministeri.
Vocazione, carisma e servizio nella comunità" (Herder Editorial, 2015, ma di prossima uscita anche in Spagna) a firma del teologo e pastoralista brasiliano Antonio José de Almeida, che il settimanale cattolico spagnolo Vida nueva, nel pubblicare una sua intervista (30/1), definisce «profondo conoscitore di numerose formule sorte negli ultimi decenni in America Latina, dove alcuni servizi evangelici sono assunti da persone che non sono sacerdoti».
Almeida, docente presso la Pontificia Università cattolica del Paraná e presso l'Istituto Teologico-pastorale per l'America Latina in Colombia, rilancia, fra le altre cose (molti e tutti da approfondire e vivificare sono i carismi ecclesiali di cui ha avuto esperienza e che tratta nel libro, al di là de ministero ordinato), la "proposta Lobinger". Perché, spiega, «quello che manca in moltissime comunità – solo in Brasile sono più di 70mila le comunità senza la possibilità di celebrare regolarmente l'eucarestia – sono, come vertice di un ampio processo, ministri eletti dalla comunità e ordinati come presbiteri per presiedere l'eucarestia nella loro comunità».

«Molto concretamente», aggiunge, Lobinger «propone che i nuovi ministri siano della loro stessa comunità, da questa direttamente eletti, e che non ce ne sia uno solo per comunità, ma una piccola équipe (due o tre), single o sposati, e che continuino ad essere inseriti nella vita civile, con la loro famiglia, il loro lavoro professionale, la loro vita normale. Dato che la comunità è piccola, la loro partecipazione in essa sarà vicina, forte, calda, ma il loro servizio come ministri ordinati sarebbe a tempo parziale. In questo modo si ottengono due cose: maggiore partecipazione, che porta a mettere in luce doni e carismi specifici (capacità di lavorare con bambini, con persone anziane, con coppie o con immigrati…) e minore sovraccarico di lavoro per una sola persona. Il modello non è la grande parrocchia, territoriale anonima, sacrale, totalmente centrata sul parroco e da lui dipendente in tutto, ma la comunità "a misura di persona", di gente che si conosce: una comunità accogliente, aperta, partecipativa, missionaria».

(Adista 7 marzo, Eletta Cucuzza)

“Meno discriminazioni, ma parità lontana"

A trent'anni di distanza dai suoi esordi, il Torino Gay & Lesbian Film Festival e il suo direttore, Giovanni Minerba sono stati appena insigniti del Premio Maguey - Trayectoria, indetto dal Festival Internazionale del Cinema di Guadalajara. Una buona posizione per giudicare su omofobia e lotta alle discriminazioni in una città come Torino.
Minerba, che cosa è cambiato nel vostro Festival?
«Posso dire quel che non è cambiato e che non saprei se attribuire a un omofobia peculiarmente italiana. Gli sponsor privati non hanno mai fatto la fila per il nostro Festival, anche se per noi quelli che abbiamo sono molto importanti. Il clima intorno al nostro Festival è comunque migliorato, non ci sono più i 'disturbatori' che a ogni edizione facevano interrogazioni nei vari enti locali ».
E nella selezione dei film?
«Abbiamo finalmente molti autori giovani, anche italiani e torinesi, il che fa capire come questi temi non spaventino più i registi. Per gli autori trattare le tematiche LGBT non significa più 'perdere la faccia'. E le estenuanti trattative con la Siae, che a inizio Festival obbligavano gli spettatori a sottoscrivere una tessera che intimoriva molto, ora non esistono più».
Al di là del festival e dei film, come giudica il livello di omofobia, e la lotta a questa discriminazione, nella nostra città?
«Quello che è successo a Stefano è una cosa terribile, ma fortunatamente sporadica. Un tempo, anche a me e al mio compagno Ottavio succedevano più spesso episodi di intimidazione pesanti. Oggi grazie anche al contributo delle istituzioni, alle manifestazioni, all'azione di sensibilizzazione nelle scuole possiamo sperare che queste cose non si ripetano. Ma ce ne sono altre, ugualmente gravi».
Per esempio?
«Per esempio le frasi di Dolce & Gabbana possono avere effetti devastanti. Non saranno pesanti come i pugni, ma contribuiscono alla confusione e alla discriminazione e ci vorrà molto tempo prima che il danno sia rimediato. C'è un'omofobia violenta e ce n'è una culturale che può essere altrettanto dannosa sulla strada per arrivare a una piena parità». (v. sch.)

(Repubblica 21 marzo)

Noa assalita all’aeroporto di Tel Aviv

GERUSALEMME. La cantante Noa è stata assalita verbalmente all'aeroporto di Tel Aviv al suo ritorno da un breve viaggio in Italia. «Nemica d'Israele», le è stato urlato, «ti tratteremo come Yehonatan Gefen», uno scrittore di sinistra aggredito sull'uscio di casa pochi giorni fa. E' stata la stessa cantante, da anni impegnata sul fronte del dialogo e della trattativa con i palestinesi, a denunciarlo su Facebook. «All'aeroporto mi aspettava proprio una bella accoglienza», scrive ancora con sarcasmo Noa, «benvenuti nell'incubo in cui ci siamo risvegliati». In successive dichiarazioni al sito Walla, Noa imputa questo ed altri episodi analoghi al clima di radicalizzazione politica impresso a suo avviso dal premier Netanyahu e al clima di scontro che regna dopo il risultato delle elezioni di martedì scorso: «Ho l'impressione di trovarmi in un luogo pericoloso. Sta a lui esprimere una dura condanna». La cantante collega gli insulti contro di lei all'aeroporto all'attacco contro lo scrittore di sinistra Yehonatan Gefen. Gefen, padre della rockstar Avis, è stato aggredito venerdì a casa sua vicino Netanya. Un uomo ha bussato alla sua porta e tirandogli delle uova gli ha urlato contro «traditore di sinistra». Il figlio Avis, giovedì della scorsa settimana, prima dei risultati elettorali, aveva a sua volta mandato al diavolo Netanyahu durante un concerto. Anche il famoso cantante Assaf Avidan è stato apertamente minacciato da un noto estremista di destra. «Tutti i diavoli - avverte Noa - sono adesso usciti dalla bottiglia».

(Repubblica 23 marzo)

Nell’inchiesta le parole del prelato

Effetto Lupi in Veneto. Ncd e Lega sem­pre più distanti. Mat­teo Sal­vini l'altra sera al Caffè Pedrocchi di Padova ha scan­dito: «Tosi è il pas­sato, pur­troppo. Ma se qual­cuno lascia la Lega per lui, vuol dire che pre­fe­ri­sce la triade Lupi-Alfano-Quagliariello. Auguri». Insomma, per il ras del Car­roc­cio lo sce­na­rio poli­tico è inap­pel­la­bile: Luca Zaia non si discute come gover­na­tore e Ncd può dia­lo­gare con il sin­daco sus­si­dia­rio di Verona.
Il vero pro­blema della Lega, se mai, sono le Comu­nali di Vene­zia. Con­tro Felice Cas­son, sta­mat­tina al Cen­tro Santa Maria delle Gra­zie di Mestre, varo della can­di­da­tura di Luigi Bru­gnaro, ex presidente Con­fin­du­stria. In alter­na­tiva, c'è l'ex pre­si­dente della Pro­vin­cia Fran­ce­sca Zac­ca­riotto che ha strap­pato la tes­sera della Lega con largo anti­cipo.
Il «caso Lupi» scom­pa­gina l'area dei ber­lu­sco­nes ex Dc come i «popo­lari» illusi da Monti, Udc e finiani. Il nuovo pro­getto ruo­tava intorno a Tosi, anche gra­zie ai buoni uffici di Cor­rado Pas­sera che è il link con Cl. Il «sistema nel sistema» a Nord Est è la galas­sia di Com­pa­gnia delle Opere, con­sorzi sta­bili che spa­ziano dalla for­ma­zione alla logi­stica, dalla sanità all'edilizia, dalle Università al car­cere. Lupi era di casa fra il quar­tier gene­rale di San Mar­tino Buo­nal­bergo (che dal 16 feb­braio ha tra­slo­cato in via Tor­ri­celli a Verona), ma anche nella fra­ter­nità pado­vana abi­tuata ad ospi­tare Pier­luigi Ber­sani. È la sto­rica suc­cur­sale della hol­ding ciel­lina in Lom­bar­dia: da 40 anni i «ragazzi di don Giuss» hanno sca­lato la pira­mide del potere e messo radici fra finanza bianca, appalti dorati e ser­vizi paralleli.
Cl veneta era di fede andreot­tiana, ma si è sem­pre ricon­ver­tita soprat­tutto sul fronte eco­no­mico grazie al «com­pro­messo sto­rico» con Lega coop. Nelle urne, geo­me­tria varia­bile: fede­lis­simi di Galan e pronti a soste­nere sin­daci come Fla­vio Zano­nato a Padova o Achille Variati a Vicenza; ex berusco­niani con For­mi­goni & Lupi, ma attenti alla Lega di Maroni & Tosi e adesso per­fino renziani gra­zie a Del­rio & Giannini.
Il «caso Lupi» fa discu­tere den­tro e fuori le «scuole di comu­nità», anche per­ché c'è un'anima ciellina che ha preso le distanze dai «pec­cati» dei lea­der lom­bardi. Tut­ta­via, nella suc­cur­sale veneta non sono stati da meno: la cas­sa­forte in Lus­sem­burgo che diventa trust in Nuova Zelanda; dal clamo­roso crac delle ope­ra­zioni in Etio­pia (dalla mega-ferrovia con Gibuti all'università ora accollata alla Cei…) fino allo sman­tel­la­mento delle imprese di costru­zioni in parte rias­sor­bite dalla famiglia Chia­rotto, pro­prie­ta­ria della Man­to­vani Spa (quella del Mose e di Expo).
A Padova, poi, l'inchiesta costata il mini­stero a Lupi ha coin­volto mon­si­gnor Fran­ce­sco Gioia. Dal 2001 fino al 22 luglio 2013 dele­gato pon­ti­fi­cio per la Basi­lica di Sant'Antonio, il cupo­lone di Padova. Goia com­pare nel fal­done della Pro­cura di Firenze, che inter­cetta testual­mente la «voca­zione» dell'alto pre­lato. Il 2 mag­gio 2014 mon­si­gnore è al tele­fono con Fran­ce­sco Cavallo (tra gli arre­stati): gli chiede istru­zioni in vista delle ele­zioni euro­pee. La mis­sion di Gioia è chiara: raccogliere le pre­fe­renze pro­prio per il ciel­lino Lupi. Il pro­blema uno solo: la man­canza di diret­tive per avviare la mac­china del con­senso. «Mi dovete far sapere chi porta il capo per le euro­pee, per­ché io non so nulla ancora. No, ma è urgente che ce lo diciate per­ché se devo poi avviarmi per alcuni istituti reli­giosi del mio entou­rage no? Per segna­lare» con­fessa Gioia.
Ma non basta, la stessa voce spunta anche nei tabu­lati delle con­ver­sa­zioni tran­si­tate sul tele­fono di Ste­fano Perotti. Con lui Gioia si attiva per motivi fami­liari: un posto fisso per suo nipote. Le intercet­ta­zioni resti­tui­scono la richie­sta di un «con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato in un pre­ciso set­tore avan­zata insi­sten­te­mente», a Cavallo, Perotti e Incalza.
Ma mon­si­gnor Gioia risulta tutt'altro che imma­co­lato. Risale al 9 otto­bre 2012 l'esposto depo­si­tato al Tri­bu­nale di Padova che segnala la palese vio­la­zione dell'articolo 44 del testo unico sulle costruzioni. Tra­dotto signi­fica un abuso edi­li­zio sulla rea­liz­za­zione di 5 mini-appartamenti a due passi dall'Orto Bota­nico e dalla Basi­lica del Santo. Fuo­ri­legge è la metra­tura di 4 locali che non rag­giun­gono la super­fi­cie di 45 metri qua­dri, il minimo in base alla nuova nor­ma­tiva. Tutto affiora quasi per caso, quando l'ex dele­gato pon­ti­fi­cio avanza la richie­sta di con­dono per gli immo­bili ricavati dall'ex casa del custode della Basilica.
Sebastiano Canetta

(Il Manifesto 21 marzo)

mercoledì 25 marzo 2015

SABATO 28 A RIVALTA AL" FILO D'ERBA"

Ciao a tutti, come sapete, questo Sabato al Filo faremo:
- sia l'incontro con don Franco (ritrovo ore 16,30 puntuali, terminerà verso le 18,30/19) su Levitico e Numeri (se potete, leggeteli prima);
- sia la Cena di Pasqua a seguire, con ritrovo per chi non viene da Franco alle ore 18,30 per iniziare a preparare il tavolo. Prepareremo noi animatori una versione più veloce della cena Pasquale, con relative benedizioni del cibo tipico, che prepareremo secondo le istruzioni che trovate di seguito. 
Per favore, dateci una conferma della vostra presenza (quanti sarete) che ci serve in particolare per l'agnello.

Un caro saluto a tutti voi e non dimenticate di dirci se ci sarete e quanti sarete. ciao. Gli animatori




EPPUR SUCCEDE...


di Alessandra Vivoli – Il Tirreno - 23 marzo 2015

CARRARA. "Tuo figlio è gay, gioca con le bambine". È bastata questa frase, pronunciata davanti a scivoli e altalene a far passare dalle parole ai fatti, o meglio, alle mani, due mamme carraresi che erano al parco giochi insieme ai loro bambini di quattro anni. La vicenda è finita nell'aula del giudice di pace con due querele incrociate: le mamme, in sostanza, si sono querelate a vicenda per lesioni e ingiurie. Uno dei procedimenti si è aperto davanti al giudice, un altro è stato rinviato. Sono stati sentiti alcuni testimoni, o meglio le mamme che hanno raccontato della lite esplosa davanti ai giochini.

La vicenda risale a qualche mese fa: le due signore si erano trovate, come ogni pomeriggio, al parco giochi, in pineta a Marina di Carrara. Tra le due è nata una discussione, anche a seguito di discorsi riportati, sempre insinuazioni sul bambino di quattro anni figlio di una delle mamme finite alle mani, fra i parenti e vicini di casa: le famiglie infatti vivono nello stesso quartiere.

Le due mamme sono passate dalle parole ai fatti: e si sono prese per i capelli, dandosele di santa ragione. Una è dovuta ricorrere anche alle cure del pronto soccorso perché ha avuto un mancamento. La vicenda è finita con due querele incrociate.