venerdì 23 febbraio 2018

GRAZIE: LA PAROLA CHE USO DI PIU', IL SENTIMENTO CHE VIVO PIU' SPESSO

"C'è sempre qualcosa di cui essere grati.
Sii sempre riconoscente per gli affetti e le persone che hai già vicino a te. Un cuore grato ti rende felice".
Buddha

INCONPRENSIBILE


Che gli israeliani possano continuare a sostenere un assassino come Netanyhau è qualcosa che diventa di giorno in giorno una delle principali cause delle violenze in Medio Oriente.
Franco Barbero

FORMIGONI: IL PIU' CORROTTO

Formigoni è un “monumento” al fascismo. Una persona così disonesta e moralmente sporca, pieno di vizi e privo anche dell’ombra di una sola virtù, osa ricandidarsi e la destra fascista e razzista lo accoglie. Questo è il livello complessivo della destra.
F.B.

RASMUSSEN

L’ex segretario della NATO, questa organizzazione violenta e criminale che vive solo di armi e di progetti armati, è sempre in prima fila sulla promozione del mercato delle armi.
Oggi, la “via delle armi” è quella che prospetta una brillante carriera e sostanzialmente crede che il futuro passerà sempre di mano, dal petrolio alle armi.
F. Barbero
L'ETERNA CACCIA ALLO STRANIERO

La tolleranza è una virtù liberale della quale si nutre la democrazia. Una virtù che viene detta negativa, nel senso che non comanda di essere ricettivi verso gli altri, ma "semplicemente" di non reprimerli o umiliarli o violarli. Giro i tacchi se non amo interagire con chi non approvo o non mi piace: questa è già una prova di tolleranza. In tempi di concordia tra simili sembra una virtù scontata e poco costosa. Tra connazionali uguali nella lingua e nella religione, sembra quasi naturale essere tolleranti. Ovviamente, non è così. In Italia non è mai stato così. E in nessun Paese, anche il più piccolo e omogeneo, è così.
In effetti non è facile essere tolleranti nemmeno quando si vive tra chi parla lo stesso dialetto. Anzi, più piccolo è il nostro spazio vitale e omogenea la nostra cultura, più il rischio di sentirti soffocare per troppa identità è realistico - dove tutti conoscono tutti e sanno come interpretare tutti i segni e i gesti, c'è ben poco spazio dove celarsi, ben poca ombra nella quale ritagliarsi una zona di invisibilità dallo sguardo ispettivo dei nostri simili. La tolleranza è forse più difficile da praticare proprio dove gli identici dominano la geografia.
Nei discorsi del leader della Lega, Matteo Salvini o della leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, per limitarsi ad alcuni degli identitari che competono alle prossime elezioni, si annida un'idea opposta. Essi dicono, per esempio, che gli italiani sarebbero più liberi se potessero vivere «tra italiani soltanto, senza stranieri». Sembra di capire che, se potessimo disporre delle nostre città e delle nostre terre senza dover far la fatica di rapportarci a chi ha un'altra religione, un'altra cultura e un'altra lingua madre, allora saremmo più liberi. Liberi perché senza dover fare la fatica di tollerare chi non è come noi.
Ma proviamo ad immaginare come sarebbe la nostra vita se vivessimo nel paesello d'origine senza avere mai a che fare con chi non è come noi; siamo sicuri che saremmo più liberi, che la nostra libertà sarebbe proporzionale all'assenza del bisogno di essere tolleranti? Non dovremmo giurarci. Ricordiamo il film di Ettore Scola, Una giornata particolare, con Sophia Loren e Marcello Mastroianni? Tutta Roma come un paesello abitato da identici (in quella giornata particolare del 1938, dove tutti erano ai Fori Imperiali ad acclamare il Führer) - a parte due persone, a parte una infima minoranza: in quel caso, un omosessuale e una casalinga infelice. Quanti diversi ci sono tra gli identici è difficile da anticipare. Il fatto certo è che ci sarà sempre qualcuno che non rientra negli schemi di chi aspira a "vivere tra identici, senza gli altri"; poco importa chi sono "gli altri".
È facile pretendere di rappresentare sentimenti generali gridando all'invasione degli immigrati. Ma siamo certi che il mio accento romagnolo o quello di una siciliana o di una pugliese non sia notato in un Paese di identici per dialetto, che non sia avvertito come il segno di una estraneità che rende gli identici diffidenti?
Non fidiamoci di chi grida al nemico contro lo straniero - perché stranieri sono tutti, che per una qualche ragione non rientrano mai perfettamente nel modello dominante di vita comunitaria. Ci sarà sempre una differenza che verrà notata, giudicata e, forse, maltrattata. Allora: è davvero persuasivo l'argomento nazionalista, quasi autarchico, dei leghisti e neo-fascisti di questi giorni, per cui è comprensibile voler essere poco tolleranti verso i diversi perché sono troppi? È proprio vero che più identici siamo e meno bisogno abbiamo di essere tolleranti? Non crediamo a queste false sirene. La caccia al diverso è uno sport che gli intolleranti non dismettono mai; troverebbero sempre una ragione buona per discriminare ed essere razzisti. La passione identitaria non è mai paga proprio perché che cosa sia l'identità è qualcosa di così impossibile da stabilire con chiarezza che, alla fine, saranno quelli con la voce più grossa o con più violenza in corpo a imporre che cosa deve essere tollerato e che cosa no. Non fidiamoci dei predicatori dell'intolleranza. Mai.
Nadia Urbinati

(la Repubblica 13 febbraio)

Pace

Pace fra le nazioni,
pace fra i vicini,
pace fra gli amanti,
nell'amore del Dio della vita.
Pace fra uomo e donna,
pace fra genitori e figli,
pace fra fratello e sorella.
La pace di Cristo al di sopra di ogni pace.
Benedici o Cristo la mia persona.
Fa' che
il mio volto benedica ogni cosa.
Benedici i miei occhi,
fa' che i miei occhi benedicano tutto quello che
vedono.

Benedizione celtica in Iona prayers.- Scozia


​[la Repubblica 14 febbraio]



giovedì 22 febbraio 2018

COMMENTO ALLA òLETTURA BIBLICA DI DOMENICA 25 FEBBRAIO

TRASFIGURAZIONE COME UN VEDERE OLTRE  L'APPARENZA

Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: "Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!". Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube: "Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltalelo!". E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi che cosa volesse dire risuscitare dai morti (Marco 9, 2-10).



Chi è assiduo alla lettura biblica dei due Testamenti spesso si trova a fare i conti con squarci di cielo, voci dall'alto, montagne delle "apparizioni", sorgenti che sgorgano dalla roccia, angeli che svolazzano, spiriti immondi che parlano, il deserto che fiorisce, la steppa che diventa un giardino, il mare che fugge o si apre, il fiume Giordano che torna indietro, monti che saltano come capre, colline che corrono come agnelli …. Questo straordinario arsenale di immagini ci sollecita a guardare oltre, ci spinge a domandarci quale significato abbiano questi linguaggi. L'invito è chiaro: bisogna andare in profondità e non fermarsi al "quadro".
La nostra cultura televisiva troppo spesso può farci dei brutti scherzi. Infatti possiamo cadere nel rischio di diventare talmente guardoni e privi di immaginazione creativa da perdere ciò che sta oltre la scena, cioè la visione interiore e profonda.
Quando ci fermiamo come sedotti dall'immagine, si profila il pericolo di perdere di penetrazione.

Davanti a questa pagina così suggestiva, piena di movimento, di luci, di voci, siamo ormai consapevoli che si tratta di un "episodio" costruito dagli evangelisti, un ritratto teologico che contiene preziosi messaggi.


Proviamo a ricostruire il contesto

 Lo stesso capitolo 8 di Marco ci mette sulle tracce, Pietro ha riconosciuto in Gesù l'inviato di Dio, ma fa resistenza al maestro che parla del futuro difficile che lo attende. Se il versetto 38 parla esplicitamente di qualcuno che si vergogna di Gesù è facile supporre che tale atteggiamento cominciasse a prendere piede nel gruppo dei discepoli, delusi dalla prospettiva poco gloriosa che si andava profilando.

Ormai il gruppo delle discepole e dei discepoli teme che ci si possa avviare verso un orizzonte fosco. Gesù si dirige decisamente verso Gerusalemme. Il gruppo, anche constatando che il maestro incontra crescente opposizione, teme che Gesù vada a cacciarsi nei guai. Del resto il nazareno non è così ingenuo da non percepire il pericolo, né è così disattento da non accorgersi dell'ansia e della paura che si fanno strada anche nel cuore dei suoi più intimi seguaci. Ovviamente Gesù non è ancora lucidamente consapevole di quanto lo attende.

Che fare? Gesù, com'era solito fare nei momenti in cui avvertiva il bisogno di attingere luce e forza da Dio, si apparta. Ma prende con sé alcuni dei discepoli che aveva visto più perplessi e tormentati da questa inquietudine. Voleva pregare, ma desiderava anche ascoltare questi seguaci della prima ora, tanto disponibili quanto fragili.
Là in disparte Gesù rimette la sua vita nelle mani di Dio, sua sorgente di luce e di coraggio. Alla preghiera aggiunge il dialogo intimo con Pietro, Giacomo e Giovanni. Ascolta le loro parole, percepisce il dolore di chi vede infrangersi un sogno (vivere a lungo con un tale maestro!), li aiuta a cambiare prospettiva, ad entrare in un'ottica diversa, ad andare il profondità, a fidarsi di Dio.

Quel dialogo, quel silenzio nutrito di preghiera nutre e ristora il cuore di Gesù e dei discepoli.

Essi riuscirono a capire che quel Gesù, che ormai si preannunciava come un perdente, uno sconfitto, in realtà era il testimone di Dio e del Suo regno. Videro Gesù in una luce diversa, oltre le apparenze di un profeta fallito: "Gesù si trasfigurò davanti a loro", cioè erano riusciti ad andare oltre la figura (trans-figura), oltre l'apparenza.

Nei loro cuori spunta una consapevolezza nuova che il Vangelo di Marco esprime con una immagine straordinariamente radiosa ed efficace: "Le sue vesti divennero fulgide, bianchissime tanto che nessun lavandaio sulla terra può renderle così bianche". Quest'uomo che non ha successo, attorno al quale sta crescendo l'opposizione, attorno al quale si organizza la congiura, in realtà non è un esaltato, un venditore di fumo, un fallito o un illuso. La sua esistenza è il cartello indicatore della vera vita. Il simbolo delle vesti bianchissime che il Vangelo riporta esprime bene la fede dei discepoli: Dio farà splendere la vita e il messaggio del nostro maestro.

Nel dialogo con Gesù Pietro, Giacomo e Giovanni capiscono che già Mosè ed Elia avevano percorso questo sentiero dell'insuccesso umano, ma la loro vita era stata feconda. Del resto già le pagine poetiche e teologiche del "servo di Javhé", che si trovano nel libro di Isaia, avevano esplicitato che la fecondità non è sinonimo di vittoria e di successo …. Nel cuore dei discepoli è avviata una rivoluzione … tutta da completare e da vivere nel quotidiano.



Scendendo dal monte 

Ora … bisognava "scendere dal monte", cioè tradurre nella "pianura del quotidiano" questo messaggio con il quale Dio aveva toccato i loro cuori e accompagnare Gesù lungo il suo cammino di testimone e annunciatore del regno, qualunque fossero il "clima", l'accoglienza o il rifiuto.
La parola trasfigurazione, questo andare oltre, ci invita a fare i conti con la "trasformazione" che disegna un percorso lento, fatto di piccoli passi. La sequela di Gesù non è lo strappo di un momento, ma un "laboratorio" di pazienza, di nuove decisioni, di perseveranza quotidiana.

Se ripercorriamo la storia che seguì, sappiamo che i discepoli, pur nelle fragilità e nelle contraddizioni tipiche della nostra umanità, hanno seguito Gesù superando lo sconforto e lo scandalo della sua fine ingloriosa. Dopo la morte del maestro, lo predicano vivo presso Dio, cercano di proseguire nell'annuncio del suo messaggio e di seguire le sue "orme".
Per noi

La pagina delle "trasfigurazione" è per me, come cristiano, molto pregnante e ricca di significato.

La fede sembra oggi una carta perdente. Se prendi la strada della ufficialità gerarchica, allora vivi una religione potente, influente, che conta nella società…. Ma se ti affidi alla fede nuda della testimonianza biblica, allora questa fede così indimostrabile, così inevidente, così poco appariscente nello scenario della visibilità storica, è come il granello di senape vicino ai grattacieli di Shangai.
Credere che Dio opera in questo piccolo seme è la nostra trasfigurazione. Non una fede da miracoli, ma la fiducia di chi getta il seme e affida tutto alla terra e a Dio.
Non c'è bisogno di essere né grandi, né potenti, né eroi, né perfetti per gettare il seme della fiducia, di un amore che non esclude nessuno, della solidarietà.

La strada della religione del potere non è più percorribile da chi crede nel granello di senape, nella parola disarmata ed impotente del Vangelo.


UNA RIFLESSIONE URGENTE

A QUANDO LA CONVERSIONE ECOLOGICA?
22.2.18 di Alex Zanotelli (*)


Primo della politica, oggi prigioniera della lobby degli idro-carburi, poi del movimento ambientalista, oggi più che mai frammentato e indebolito, e infine delle comunità cristiane che non hanno ancora colto la sfida lanciata da Francesco con Laudato Sì: la sfida di una “conversione ecologica” (leggi Il Cantico che non c’era di Paolo Cacciari).

Il movimento ambientalista riteneva che l’Accordo di Parigi (COP 21-2015) avrebbe finalmente dato una forte spinta per forzare i governi a prendere drastiche misure per scongiurare la catastrofe ecologica. Ma purtroppo non ci eravamo accorti che Parigi era il frutto avvelenato delle lobby petrolifere Usa, perché è solamente un accordo e non un Trattato; inoltre ogni nazione ha la responsabilità di decidere i suoi impegni che non sono vincolanti. 

Ci eravamo illusi che il movimento avrebbe potuto forzare i governi ad implementare l’Accordo: ciò non è avvenuto. L’arrivo poi di Trump, con la decisione di ritirarsi dall’Accordo di Parigi, ha fatto il resto. L’Italia, invece, che ha firmato l’Accordo, ha fatto ben poco per metterlo in pratica. Con Sblocca Italia, il governo Renzi ha rilanciato con forza le trivellazioni per terra e per mare, prevedendo procedure semplificate per il rilancio dei permessi di ricerca e di estrazione. Sia il governo Renzi che il governo Gentiloni hanno poi continuato la politica degli inceneritori, delle discariche, della cementificazione selvaggia del suolo, della Tav, della Tap, delle megastrutture stradali e aeroportuali.

Purtroppo dobbiamo anche riconoscere che il movimento in difesa dell’ambiente si è indebolito e annacquato. “Col passare degli anni, i movimenti si sono appiattiti sui valori e le ‘leggi’ dell’economia globalizzata - osserva il noto ambientalista Giorgio Nebbia - Molti sono diventati collaboratori dei governi nelle imprese apparentemente verdi”. In questo indebolimento hanno giocato anche fattori come visibilità, protagonismo, individualismo, ricerca di potere. Purtroppo anche quel forte movimento in Campania (contro discariche, rifiuti tossici, roghi) si è sciolto come neve al sole.
Ma altrettanto deludente per me è il fatto che dalle comunità cristiane non sia nato un forte impegno ecologico in seguito all’enciclica Laudato Sì, un testo straordinario di papa Francesco, ma che trova difficoltà a essere fatto proprio dai fedeli, forse perché anche preti e vescovi non l’hanno fatto proprio. Infatti non è ancora nato un serio movimento in seno alla chiesa in Italia. È un peccato questo perché in questo momento epocale un serio impegno da parte della comunità cristiana potrebbe rafforzare il movimento in difesa dell’ambiente. Solo insieme, credenti e laici, potremo realizzare un grosso movimento popolare per forzare i partiti e il nuovo governo a mettere al centro il problema ecologico. È un compito fondamentale per tutti noi, credenti e laici. Solo insieme ci possiamo salvare.

“L’Accordo di Parigi è totalmente insufficiente per affrontare la problematica del riscaldamento globale – affermano giustamente G. Honty e E. Gudynas di La Via Campesina. La società civile non può restare passiva e deve raddoppiare i propri sforzi per andare oltre questo tipo di accordi e realizzare misure effettive, reali, concrete, contro il cambiamento climatico. Molte saranno costose e dolorose, ma il compito è urgente”. A quando la conversione ecologica?

(*) ripreso (con le immagini) da Comune-info che segnala questi ARTICOLI CORRELATI

UN INCONTRO INDIMENTICABILE DEL 2002

ADRIANA ZARRI 2002-2003
BARBERO NON E’ PIU’ CRISTIANO

Cara Adriana, ma chi è cristiano?

Adriana Zarri, teologa di punta, nota per le sue tesi spesso in contrasto con quelle vaticane, scrivendo su “il manifesto” ha dato ragione al vescovo di Pinerolo e sostenuto che Franco Barbero “non è più cristiano”.
In questa lettera David Gabrielli pone alla teologa alcuni interrogativi.

Cara Adriana, su “il manifesto” del 3 marzo tu scrivi: “Don Barbero non crede alla Trinità, né all’Incarnazione, né nella divinità di Cristo; e allora che cristiano è? Potrebbe egualmente essere una persona onesta e rispettabile come rispettabili sono tanti che non credono; ma non fanno i preti, non predicano il Vangelo… Don Barbero forse (spero) praticherà lui pure il Vangelo ma ha il torto di predicarlo senza crederlo, senza aderire alla verità che il Vangelo proclama.
E allora che cosa può fare un vescovo, se non dire che il cristianesimo è altra cosa? E che il suo prete ne è fuori? A questo vescovo va tutta la mia solidarietà: a don Barbero il mio dissenso”.
Il tuo tagliente giudizio: Barbero sarà pure onesto, ma “non è cristiano” mi ha dolorosamente colpito. Rispondendo alle tesi del vescovo che fai tue, Franco ha detto: “La tradizione dogmatica ha rappresentato un significativo modello di mediazione culturale dell’annuncio cristiano, per quanto parziale e provvisorio. Ho più volte sottolineato che Nicea e Calcedonia, pur con tutte le loro ambiguità, hanno il grande merito di aver tentato di tenere insieme Dio e Gesù, nel senso che, per noi cristiani, Gesù è la via che conduce a Dio e la strada e la causa di Gesù sono la strada e la causa di Dio. Nell’esistenza storica del profeta di Nazareth noi incontriamo davvero il testimone di Dio, colui che ci manifesta la volontà, le scelte e l’amore con cui Dio ama. Ma è del tutto evidente che, fermarci a tali formulazioni, significa imbalsamarle, mentre siamo chiamati a ridire la fede riscrivendola nei linguaggi del nostro tempo. Da queste constatazioni nascono la libertà e l’impulso verso nuovi sentieri”.
Il Concilio ecumenico di Calcedonia (del 451; quello di Nicea fu nel 325), partendo da una certa filosofia greca, definì che in Cristo vi sono due nature (divina e umana) ed una persona. Per armeni, siri e copti che partivano da un’altra filosofia, in Cristo vi sono invece una natura e una persona: così per quindici secoli sono stati considerati “eretici” sia da Roma che da Costantinopoli. Un contrasto dogmatico corredato da guerre sanguinose in difesa della “vera fede”. Ebbene, il 13 dicembre 1996 Giovanni Paolo II ed il catholicos (patriarca) di tutti gli armeni, Karekin I, hanno dichiarato: “Fattori linguistici, culturali e politici hanno in sommo grado contribuito all’insorgere di quelle differenze teologiche che hanno trovato espressione nella loro terminologia di formulazione delle loro dottrine”. Perciò, “in virtù della comune e fondamentale fede in Dio e in Gesù Cristo, le controversie e le deplorevoli divisioni a volte derivate dai modi divergenti di esprimere tale fede, non dovrebbero più continuare a influire negativamente sulla vita e la testimonianza della Chiesa oggi”.
Dopo quindici secoli si ammette che le Chiese si sono divise su un “equivoco”: dicevano la stessa fede, ma con parole diverse; hanno confuso la fede con la sua espressione.
Replicando a quanti ti hanno criticata, su il manifesto del 10 marzo tu, ovviamente ammettendo la distinzione tra “il dogma e la sua formulazione”, noti: “Senonché mi sembra che Barbero vada al di là (o al di qua)”. Certo, chi cerca vie nuove può incrociare sentieri impervi; non è sempre facile distinguere tra “fede” e sua “formulazione” (saldando appunto le due, i latini hanno lanciato l’anatema contro gli armeni). Ove sarebbe però lo scandalo, se, parlando del mistero di Dio, ci si dividesse su inconciliabili “formulazioni” per balbettare sull’Ineffabile? Sono da considerarsi forse “autoscomunicate” le teologhe femministe cattoliche che per ridire il mistero del Dio di Gesù, chiedono un radicale ripensamento delle formule di Nicea e di Calcedonia, pensate da maschi? Ma l’unità tra i/le credenti si basa (dovrebbe basarsi) sul credere in Lui, malgrado le differenti contrastanti e sempre provvisorie parole (ombre di ombre) per descriverLo?
Quando la cananea chiede a Gesù di guarirle la figlia, infine egli acconsente, dicendole: “Grande è la tua fede”. Eppure questa donna nessuna idea aveva delle due “nature” e dell’unica “persona” che, secondo Calcedonia, costituiscono il Cristo. E, dunque, come si può dare del “non cristiano” a chi, oggi, tenti di fare quello che fece Gesù (stare dalla parte degli oppressi), e osi credere nel Dio in cui Gesù credeva?
David Gabrielli (da: Confronti, 4/2002)

UNA STORIA INTERESSANTE

Tutto questo scrissi quando Adriana era viva nel mio libro "Olio per la lampada" ( 2004) ma Adriana non volle più riprendere il dialogo.
Si presentò due volte nella sede della comunità cristiana di base chiedendomi di ritrattare le mie posizioni. Mi disse che era mandata dalla conferenza episcopale italiana.
Era il 2002…. La sua richiesta di totale  allineamento alle formulazioni dottrinali, provenendomi da una amica teologa, totalmente digiuna delle ricerche del metodo storico e delle esegesi …. sui temi delle cristologie, non mi parve opportuna. Tanto meno la sua richiesta di obbedienza al magistero. Soprattutto si accaniva sul fatto che negavo la trinità ontologica parlando di simbolica trinitaria, biblicamente comune tra molti esegeti donne e uomini.
Fu pesante nella richiesta e nelle parole in cui mi dichiarava eretico, “non più cristiano”.
Disobbedii e mi opposi ad una persona che ho sempre stimato.
Per dono di Dio, non mi sono arreso e nel 2003, come mi preannunciò, arrivò il vaticano a "festeggiarmi". 
Resto grato ad Adriana Zarri per le tante cose belle che ha fatto e scritto. Non ho avuto nessun bisogno del suo "patentino" per continuare il mio cammino cristiano. Spesso ho dovuto dissentire dai consigli degli amici, ma non ne ricordo nessuno, nemmeno in vaticano, che mi abbia detto: "Tu non sei più cristiano".
Franco Barbero

Mentre apro il Vangelo

Signore,
vengo a cercare
la Tua parola
per scoprire
la Tua volontà.
Attorno a me tutto è parola,
immagine, suono e colore.
La televisione
è parola «nazionale»,
onnipotente,
ossessionante, seducente.
Tu non reggi
alla concorrenza,
o Signore!
Eppure,
solo la Tua
è parola che fa vivere,
che dà senso alla vita.
La pubblicità si impone
con violenza
e ci aggredisce.
Tu, invece, continui
a farTi proposta,
a farci proposte.
Tutti vogliono
farci comprare
un prodotto, un giornale,
un oggetto, qualcosa:
quasi che la vita
fosse un mercato.
Tu non ci vendi nulla;
ci regali questa parola
che ci apre davanti agli occhi
la possibilità
di diventare persone
libere e liberatrici.
Signore,
voglio ascoltarTi
più spesso
con cuore aperto.

Franco Barbero, 1981

Tra catacombe e tesori, sulle tracce di San Gennaro

Gli itinerari fuori mostra proposti dal Museo e dalla Regione Campania tocca no anche tre luoghi di Napoli legati alla figura di san Gennaro. Che c'entra, viene da dire, il santo della famosa ampolla, con i Longobardi? Presto spiegato. Gennaro fu decapitato a Pozzuoli il 19 settembre del 305. Intorno al 431, il vescovo Giovanni II decise di traslarne le spoglie nelle catacombe di Capodimonte, ponendole in un cubicolo al livello inferiore del complesso sepolcrale. Che da allora prese il nome del santo. Nell'83l, Sicone I, principe di Benevento, durante l'assedio alla città partenopea, trafugò le reliquie e le portò nella propria sede episcopale. Rimasero lì fino al XII secolo, quando furono trasportate nell'abbazia di Montevergine, a Mercogliano, provincia di Avellino. Tornarono a Napoli tre secoli dopo. Dunque è dalle catacombe che si deve cominciare, varcando l'ingresso di via Capodimonte 13, 0817443714.
Se oggi sono accessibili, lo si deve alla Cooperativa La Paranza, fondata nel 2006, che, nel 2008, vincendo il bando storico-artistico di Fondazione con il Sud, ha avviato il recupero e ha preso in gestione il sito. Nata nel Rione Sanità, dove termina l'itinerario ipogeo, La Paranza ha tessuto qui una rete di piccole cooperative e artigiani, confluita il 16 dicembre del 2014 nella Fondazione San Gennaro. Sono i ragazzi della Sanità, molto preparati e motivati, a guidare dentro un universo sotterraneo di sei chilometri quadrati, articolato su due livelli. Il vestibolo inferiore, II secolo, era in origine un'area funeraria pagana divenuta cimitero cristiano nel III, la stessa epoca del vestibolo superiore. Le luci disposte con efficace resa scenografica illuminano la pietra lavorata, gli affreschi, i frammenti di mosaici, le colonne della basilica, i corridoi che sembrano comporre le navate di una chiesa. Le ombre in cui si perde il labirinto di loculi di san Gennaro conferiscono all'insieme un'impronta di misticismo e mistero. Davvero magnifico.
Secondo appuntamento il Tesoro di san Gennaro, nell'omonimia cappella, che annovera gioielli, argenti e dipinti, realizzati dalla metà del Cinquecento al Settecento. Sconosciuta e nascosta è la storia di un quadro della chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, in via dei Tribunali 39, purgatorioadarco.it. L'opera seicentesca, collocata all'interno dell'Oratorio dell'Immacolata, è attribuita da alcuni a Giovanni Balducci. Le sue malandate condizioni, mancano i finanziamenti per il restauro, consentono tuttavia di leggere la scena, che rappresenta Sant'Aniello con in pugno lo stendardo della Croce, mentre ferma non i longobardi, bensì i saraceni. Infedeli, a quei tempi, più minacciosi che mai. Il santo è uno dei sette compatroni di Napoli. In fatto di provvidenza, melius abundare quam deficere. Ne avrete conferma visitando i locali sotto la chiesa, dedicati al culto delle, «anime pezzentelle», che comporta l'adozione di un teschio. Fatevi raccontare la storia di quello della giovane Lucia, protettrice degli amori infelici.

(Il Manifesto 3 gennaio)

Salve tutte le tradizioni

Il nuovo vescovo di Pinerolo è uomo aperto ed accogliente, ma "non perde una madonna" e non tralascia nemmeno di benedire le gole nella festa di San Biagio…
Sembra che questa sia una delle caratteristiche dei "vescovi francescani", cioè di quelli designati dal gesuita papa Francesco.
C'è di che pensare…

F. B.

Cultura - Ci sono persone incolte e presuntuose. E più spesso persone colte e presuntuose. Ci sono pure colti e incolti ugualmente umili e capaci di imparare e di ragionare, ascoltare. L'intelligente, colto o incolto, sa di non sapere.
Enrico Peyretti

(Rocca 15 febbraio 2018)